Archive for July, 2009

Published by LeonBlog on 30 Jul 2009

Conti pubblici: quale democrazia?


Tra le grandi assenti in materia di regole democratiche, oltre la “porcata
elettorale”, vi è la latitanza di una istituzione dello Stato, con carattere
assolutamente indipendente, che potrebbe essere la Corte dei Conti o il
ragioniere generale dello Stato, che offra al Parlamento, in tempo reale ed in
chiaro, le cifre che riguardano la situazione economica e finanziaria, le spese
dei vari ministeri, la reale entità pagata da ogni regione e da ogni categoria
di contribuenti, la situazione degli enti previdenziali, ecc. ecc.
Il teatrino della politica, infatti, offre ai cittadini, in una materia
fondamentale di valutazione dell’operato di un governo, come i conti pubblici,
delle cifre inventate in cui una parte politica uscente sostiene di aver
risanato i conti e l’altra entrante si dispera per aver trovato un disastro.
E’ del tutto evidente che al cittadino elettore viene sottratto un elemento
essenziale di valutazione e la vittoria politica arride non ai virtuosi
(improbabili), ma a chi ha più voce per contare balle.
Eppure sarebbe molto semplice e poco costoso avere un sito Internet, a
disposizione di chiunque, aggiornato su dati ufficiali, che fotografi la
situazione della spesa pubblica, il dettaglio delle spese militari (io pretendo
di sapere fino all’ultimo euro quanto ci costa la guerra all’Afghanistan).
Vi sono cittadini come il giornalista di economia Massimo Riva, che denuncia
silenzi sul superdebito pubblico balzato avanti nell’ultimo anno di 104
miliardi di euro, e Tremonti si può permettere di essere vago e parlare di una
sciagurata eredità lasciata dal governo precedente, mentre una presenza
istituzionale indipendente, di indiscussa autorità e capacità, conti alla mano,
dovrebbe offrire ai cittadini dati indiscutibili.
Se un giornalista specializzato in economia non riesce ad offrire ai suoi
lettori una valutazione sulla situazione economica per mancanza di dati o
furberie contabili, ebbene non vi è democrazia perché i cittadini non possono
valutare chi li governa, con dati chiari e ufficiali, certificati dalla Corte
dei Conti, il cui principale dovere d’istituto dovrebbe essere quello di
rispondere in tempo reale ai quesiti dei cittadini in materia di pubblico
denaro.
Soltanto un ente terzo preposto all’informazione sullo stato della economia e
dei conti, può avere l’autorità di pretendere dai governanti, dai ministeri,
dagli Enti, le cifre vere e attuali ed offrirle al dibattito politico.
Oggi nella informazione economica avviene ciò che accade quando vengono fatte
manifestazioni di massa, dove la questura parla di duecentomila persone e gli
organizzatori di due milioni. Se invece si volesse sapere la verità, sarebbe
facilissimo. Basterebbe dividere una fotografia dall’alto della manifestazione
in tanti piccoli quadratini, ingrandire, contare le persone di un quadratino e
fare una semplice moltiplicazione.
Con dati seri e accertati molti bluff dei politicanti sarebbero smascherati e
mano mano la politica potrebbe diventare una cosa più credibile.
In questi giorni io chiederei alla magistratura dei conti di offrirmi un
dato. Quanto spende la Protezione civile in materia di PREVENZIONE degli
incendi, e vorrei comparare questo dato con quanto spende per il loro
spegnimento con la flotta aerea, gli elitanker, gli effettivi sul campo e i
“volontari”. Sono sicuro che per la prevenzione non si fa quasi nulla, come
nella Sanità, mentre le giornate scelte dagli incendiari sono veramente poche,
dieci al massimo quando c’è molto vento in luglio e agosto, e, se in questi
giorni si pattugliassero i territori a rischio, massicciamente, con pene
severissime per gli incendiari, il grande businnes dell’antincendio si
sgonfierebbe a favore di una presenza capillare sul territorio, esercito
compreso.
Ma la democrazia è una cosa seria! In Italia la dobbiamo ancora inventare.

di Paolo De Gregorio

Published by LeonBlog on 29 Jul 2009

Contraddizioni estreme del rapporto Usa-Cina

Al vertice Cina-Usa che si apre a Washington Pechino ha inviato una delegazione di 150 persone. Si incontrano da un lato un paese, la Cina, assolutamente bismarckiano, ove l’accumulazione industrial capitalistica però non è un fatto nazionale bensì avviene con il concorso voluto ma vieppiù obbligato del capitalismo mondiale. Dall’altro abbiamo gli Stati Uniti, fulcro e leva dell’espansione cinese all’estero per via dell’accumulo delle passività finanziarie Usa nelle casse delle istituzioni cinesi. La Cina è fortemente colpita dalla crisi. Ormai le persone rispedite alle zone rurali superano di molto la cifra di 20 milioni stimata agli inizi di quest’anno e vi sono delle vere e proprie rivolte contro i licenziamenti. La crisi viene fronteggiata rilanciando l’industria pesante ed attraverso l’uso, nonchè il rigetto, indiscriminato della forza lavoro fluttuante ed immigrata dalle zone arretrate. Ciò comporta un ulteriore schacciamento dei redditi salariali sul valore del prodotto nazionale (in Cina il salario come quota del prodotto è in calo da circa venti anni). Questo significa che il ruolo della Cina come area di massima produzione di scala a basso costo monetario sul piano mondiale si sta ampliando nel corso stesso della crisi. Anche negli Usa i salari si restringono ma per ragioni legate ai fallimenti ed a chiusure di aziende che continuano ad indebolire l’apparato produttivo statunitense incentivando così le delocalizzazioni e il subappalto (outsourcing) verso la RPC. Oggi l’outsourcing da parte degli USA coinvolge in maniera crescente anche i settori dei macchinari.

Il panorama è quindi caratterizzato da un’ulteriore polarizzazione produttiva verso la Cina e da un’accresciuta finanziarizzazione dell’economia americana. L’International Herald Tribune di sabato 25 luglio sottolineava che la forte ripresa degli indici di Wall Street ed anche degli stessi profitti di società come Goldman-Sachs dipendonoo in misura rilevante dall’introduzione di sistemi di computers centralizzati ultra rapidi, difficilmente accessibili ad altri operatori, che permettono di trasmettere milioni di ordini di acquisti/vendite azionari. Secondo l’Herlad Tribune tali sistemi agevolano la manipolazione dei prezzi delle azioni. Pertanto uno dei risultati più tangibili del rilancio di Obama è la concentrazione bancaria e l’accentuazione della rarefazione finanziaria aumentando la subordinazione dell’economia detta reale. La crisi in corso rafforza il binomio formato dalle società finanziarie e dalle multinazionali dell’energia come assi portanti - integrati col settor militar industriale (quest’ultimo però oggi manca di obiettivi definiti) del capitalismo Usa.

Consideriamo ora le implicazioni dell’accresciuta polarizzazione tra la Cina e gli Usa prendendo come esempio la vicenda dello Sri-Lanka e dell’Afghanistan. La strategia bismarckiana cinese richiede ampie risorse di materie prime ed un loro diretto controllo. A tal fine Pechino utilizza parte del suo surplus con l’estero per investire in Africa, Australia ed America meridionale. Le rotte con l’Africa e l’Oceano indiano sono diventate molto importanti. L’appoggio militare e logistico dato al governo di Colombo per schiacciare i Tamil Tigers era legato all’apertura di punti di appoggio, di porti e basi controllate da Pechino nella parte meridionale dell’isola. L’obiettivo di stabilire della stazioni lungo la rotta verso l’Africa è in conflitto diretto con la politica Usa di controllare l’Oceano indiano per motivi geopoliticamente costruiti in relazione agli intressi delle multinazionali energetiche. Così è nata la guerra all’Iraq, e così fu anche per l’invasione dell Afghanistan nel 2001 (il manifesto fu il solo giornale italiano a riportare interamente la deposizione al Congresso di John Maresca, vice presidente dell’Unocal, società energetica ove lavorava l’attuale presidente afghano Karzai, perorante la trasformazione dell’Afghanistan in un nodo di gasdotti ed oleodotti per esportare verso la Cina). Obama non ha alcuna alternativa alla difesa degli interessi globali delle multinazionali energetiche Usa in quanto non ha un piano di rilancio qualificato dell’economia nazionale. Per produrlo dovrebbe rispolverare le idee ed i progetti di Robert Reich. Ma questi sono ormai inattuabili dato che il perno della politica economica di Washington è costituito dal rilancio della finanza attraverso il piano Geithner-Summers.

Assieme allo scontro di interessi Cina Usa riguardo il controllo delle fonti energetiche – ed è su questa falsa riga che si dovranno interpretare anche le divergenze sulle politiche ambientali – vi è la questione finanziaria. Nell’economia politica Usa circuito del dollaro e controllo economico e politico-militare delle materie prime, del petrolio in particolare, si sono fusi da tempo. Questo fatto facilita il signoraggio internazionale del dollaro. In altri termini gli Usa possono pagare il deficit estero senza dover sacrificare delle risorse nazionali. Il compromesso funziona fintanto che l’economia in deficit tira. Quando essa cessa di tirare i paesi in surplus subiscono sia il calo della domanda di esportazioni che il costo del signoraggio ed aumentano i rischi riguardo il valore futuro del dollaro. Per Washington la soluzione passa per una forte rivalutazione della moneta cinese ma è pura propaganda. Infatti la rivalutazione dello yuan dovrebbe essere talmente elevata da scombussolare ulteriormente l’intera economia Usa., in cui gli elementi di crisi dominerebbero nettamente sulla convenienza di ritornare a produrre negli Stati uniti. Non vi sono soluzioni tecnico-istituzionali a questo problema che va visto come una contraddizione nella sua forma più pura.

di Joseph Halevi

Published by LeonBlog on 28 Jul 2009

L’anticasta - L’Italia che funziona

di Giorgio Cattaneo

Anticasta di Marco Boschini e Michele Dotti
La copertina del libro “L’anticasta, l’Italia che funziona

Un altro mondo è possibile. Anzi, è già cominciato, scoprendo che la virtù (pubblica) è anche conveniente, per tutti. Energia, risorse, fonti rinnovabili, riciclo dei rifiuti, mobilità sostenibile: è il vangelo contemporaneo dell’anti-casta, quella dei Comuni Virtuosi, che in tutta Italia promuovo progetti speciali e adottano tecnologie ecologiche a beneficio dell’ambiente e, in primo luogo, dei cittadini. Una grande esperienza, quella dei “Comuni a 5 stelle”, che - col patronicio di Beppe Grillo, Dario Fo e Maurizio Pallante - ora è racconta in un bel confanetto, libro e dvd editi dalla Emi, al quale ha collaborato anche “Libre”.

Gli autori sono Marco Boschini (”Comuni virtuosi”) e Michele Dotti (”Mani tese”), da anni in prima linea nella promozione di nuovi modelli e nuove politiche anticasta-trasversali, a misura di cittadino. Boschini, assessore a Colorno (Parma) è l’inventore dei “Comuni virtuosi” e milita nel Movimento per la Decrescita Felice fondato da Maurizio Pallante; Dotti, già autore della video-inchiesta “Viaggio nell’Italia dei Comuni a 5 stelle” e del volume “Non è vero che tutto va peggio”, scritto con Jacopo Fo, da 16 anni è impegnato nell’associazione eco-pacifista “Mani tese”.

«In questo nuovo libro, ”L’anticasta” - spiegano Boschini e Dotti - abbiamo voluto raccontare l’altra Italia, quella fatta di tante persone oneste che, non solo nella società civile, ma anche nelle istituzioni locali, si battono ogni giorno per un Paese migliore e stanno già dimostrando con i fatti che le alternative concrete esistono». Il cambiamento, ancora una volta nella storia, non può che partire dal basso, giurano Dotti e Boschini. «E per fortuna questo sta già accadendo».

Michele Dotti, Educatore e Formatore
Michele Dotti, volontario per Mani Tese

L’Italia, infatti, è piena di esperienze incoraggianti, esperimenti e testimonianze: pannelli solari, bus ecologici, servizi rifiuti-zero. «Sono tante le amministrazioni che propongono innovazione, coinvolgendo i cittadini: la risposta è positiva, la gente risponde perché ci guadagnano tutti: l’ambiente, i conti pubblici, la qualità della vita». Un virus, quello dei “Comuni virtuosi”, che si sta rapidamente diffondendo, dal Piemonte alla Sicilia. E che ora, finalmente, un libro si incarica di raccontare.

In allegato, il film in dvd contiene una video-inchiesta che ripercorre un appassionante viaggio nei “Comuni dell’Italia a 5 stelle”, alla scoperta di persone e progetti che, se non fossero veri, sembrerebbero incredibili. C’è veramente di tutto: dall’Emilia, dove si registra il più alto tasso italiano di raccolta differenziata fino a ridurre a zero il ricorso alla discarica, fino alla Sicilia, nel villaggio dove i postini usano l’asinello per spostarsi nei vicoli.

«E’ uno schiaffo all’immobilismo della politica e agli sprechi della casta», osservano gli autori: «L’esempio concreto che un altro modo di fare politica non solo è possibile, ma si sta già facendo. Successi indiscutibili che mostrano la concretezza di scelte alternative divenute possibili attraverso un grande coinvolgimento della popolazione, chiamata a partecipare attivamente alle decisioni che riguardano l’intera comunità».

Marco Boschini
Marco Boschini, coordinatore dell’Associazione Comuni Virtuosi

Il dvd, realizzato con il contributo di “Libre” per la video-intervista a Maurizio Pallante, oltre che quella del fondatore del Movimento per la Decrescita Felice, registra le voci di Dario Fo, Alex Zanotelli, Francesco Gesualdi, Franca Rame, Andrea Segré, Edoardo Salzano, Beppe Grillo e altri ancora. Voci importanti, che certificano la qualità di un lavoro originale, che dà voce all’impegno quotidiano e silenzioso dell’altra Italia, quella che - malgrado la Casta - ha già cominciato a organizzare un futuro credibile e pulito. «Migliaia di cittadini - confermano Dotti e Boschini - impegnati nella costruzione di un domani migliore».

Published by LeonBlog on 28 Jul 2009

Omicidio di massa?

Con l’avvicinarsi della data prevista per la distribuzione del vaccino anti virus influenzale pandemico A/H1N1 della Baxter, una giornalista investigativa austriaca avvisa il mondo che sta per essere commesso il più grande crimine della storia dell’umanità. Jane Burgermeister ha recentemente sporto denuncia presso l’FBI contro l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), le Nazioni Unite (ONU) e molti dei funzionari di più alto rango di governi e società in merito al bioterrorismo e ai tentativi di provocare massacri. Ha inoltre preparato un’ingiunzione contro l’obbligo di vaccinazione, che è stata presentata in America. Queste azioni seguono le accuse che ha lei stessa presentato lo scorso aprile contro la Baxter AG e l’austriaca Avir Green Hills Biotechnology per aver prodotto un vaccino contaminato contro l’influenza aviaria, sostenendo che sia stata un’azione intenzionale per causare una pandemia e trarne profitto.

Riassunto delle accuse e allegazioni presentate all’FBI in Austria il 10 giugno 2009

Nelle sue accuse la Burgermeister presenta prove di atti di bioterrorismo, ossia in violazione della legge degli USA, da parte di un gruppo operante all’interno degli USA secondo le direttive di banchieri internazionali che controllano la Federal Reserve, come pure l’OMS, l’ONU e la NATO. Tale bioterrorismo è finalizzato a provocare un genocidio di massa contro la popolazione statunitense mediante l’uso del virus della pandemia influenzale geneticamente ingegnerizzato con l’intento di causare la morte. Questo gruppo si è impossessato di alti uffici governativi negli USA. In modo specifico vengono portate le prove che gli imputati come Barack Obama, presidente degli Stati Uniti, David Tabarro, coordinatore ONU per l’influenza umana e aviaria, Margaret Chan, direttore generale dell’OMS, Kathleen Sibelius, segretario alla salute e ai servizi sociali, Janet Napolitano, segretario del dipartimento di sicurezza nazionale, David de Rotschild, banchiere, David Rockefeller, banchiere, George Soros, banchiere, Werner Faymann, cancelliere austriaco, e Alois Stoger, ministro della sanità austriaco, ed altri fanno parte di questo gruppo criminale internazionale che ha sviluppato, prodotto, accumulato ed utilizzato armi biologiche per eliminare la popolazione degli USA e di altri paesi per motivi economici e politici.

I capi d’accusa sostengono che questi imputati abbiano cospirato tra loro e con altri per ideare e finanziare, nonché partecipare alla fase finale dell’attuazione di un programma internazionale segreto di armi biologiche, che avrebbe coinvolto le società farmaceutiche Baxter e Novartis. Hanno fatto questo bioingegnerizzando e poi distribuendo agenti biologici letali, specificamente il virus dell’influenza “aviaria” e il “virus dell’influenza suina” per avere il pretesto di attuare un programma di vaccinazione obbligatoria di massa che sarebbe stato il mezzo per poter somministrare un agente biologico tossico per provocare la morte e altre lesioni alla popolazione degli Stati Uniti. Quest’azione è in diretta violazione del Biological Weapons Anti-terrorism Act.

Le accuse mosse dalla Burgermeister comprendono le prove che la Baxter AG, la sussidiaria austriaca della Baxter International, ha deliberatamente fatto uscire 72 chili di virus vivo dell’influenza aviaria, fornito dall’OMS durante l’inverno del 2009 a 16 laboratori in quattro paesi. Sostiene che ciò offra una chiara prova che le società farmaceutiche e le stesse agenzie governative internazionali sono attivamente impegnate nella produzione, nello sviluppo, nella fabbricazione e nella distribuzione di agenti biologici classificati come le più letali armi biologiche sulla terra al fine di provocare una pandemia e causare una strage.

Nei capi d’accusa di aprile, ha notato che il laboratorio della Baxter in Austria, uno dei presunti laboratori di biosicurezza più sicuri al mondo, non ha rispettato le norme più basilari ed essenziali per la conservazione dei 72 chili della sostanza patogena classificata come arma biologica in modo sicuro separandola da tutte le altre sostanze secondo le rigorose regolamentazioni del livello di biosicurezza, ma ha lasciato che venisse mischiata con il virus dell’influenza comune e l’ha inviata dai suoi stabilimenti di Orth nel Donau.

A febbraio quando un membro dello staff al BioTest nella Repubblica Ceca ha testato su dei furetti il materiale destinato ai vaccini candidati, i furetti sono morti. Questo incidente non è stato seguito da alcuna investigazione da parte dell’OMS, né dell’UE o delle autorità sanitarie austriache. Non c’è stata alcuna indagine sul contenuto del materiale virale, e non vi è alcun dato sulla sequenza genetica del virus messo in circolazione.

In risposta alle domande del parlamento il 20 maggio Alois Stoger, ministro della sanità austriaco ha rivelato che l’incidente non era stato trattato come un errore di biosicurezza, come avrebbe dovuto essere, ma come un’infrazione del codice veterinario. È stato mandato un medico veterinario al laboratorio per una breve ispezione.

Il dossier della Burgermeister rivela che la messa in circolazione del virus sarebbe stata un passo essenziale per provocare una pandemia che avrebbe permesso all’OMS di dichiarare una pandemia di livello 6. Elenca le leggi e i decreti che avrebbero permesso all’ONU e all’OMS di prendere il controllo degli Stati Uniti nel caso di una pandemia. Sarebbero inoltre entrate in vigore leggi che richiedono di osservare l’obbligo di vaccinazione negli Stati Uniti in condizioni di pandemia dichiarata.

La Burgermeister sostiene che l’intera questione della pandemia di “influenza suina” si poggia su un’enorme menzogna e che non esista virus in natura che rappresenti una minaccia per la popolazione. Porta le prove che inducono a credere che sia l’influenza aviaria che l’influenza suina siano state in effetti bioingegnerizzate in laboratorio usando i finanziamenti forniti dall’OMS e da altre agenzie governative, insieme ad altri. Questa “influenza suina” è un ibrido in parte dell’influenza suina, in parte dell’influenza umana e in parte dell’influenza aviaria, una cosa che può solo venire da un laboratorio secondo molti esperti.
L’asserzione dell’OMS che l’“influenza suina” si sta diffondendo e che deve essere dichiarata la pandemia ignora le cause fondamentali. I virus che sono stati messi in circolazione sono stati creati e messi in circolazione con l’aiuto dell’OMS, e l’OMS è enormemente responsabile della pandemia in primis. In aggiunta i sintomi della presunta “influenza suina” sono indistinguibili da quelli della comune influenza e del raffreddore. L’“influenza suina” non provoca la morte più spesso di quanto faccia la comune influenza.

[La Burgermeister] nota che i dati relativi ai decessi registrati per l’“influenza suina” non sono coerenti e che non c’è chiarezza in merito a come è stato documentato il numero dei “decessi”.

Non c’è potenziale per una pandemia a meno che non vengano effettuate vaccinazioni in massa per usare l’influenza come un’arma con il pretesto di proteggere la popolazione. Esistono motivi ragionevoli per credere che i vaccini obbligatori saranno contaminati deliberatamente con malattie che sono progettate specificamente per provocare la morte.

Viene fatto riferimento ad un vaccino approvato della Novartis contro l’influenza aviaria che ha ucciso 21 persone senza tetto in Polonia durante l’estate del 2008 e che aveva come “misura primaria di outcome” un “tasso di eventi avverso”, rientrando pertanto nella definizione di arma biologica dello stesso governo statunitense (un agente biologico progettato per causare un tasso di eventi avversi, ossia morte o lesioni gravi) con un delivery system[1] (iniezione). [la Burgermeister] sostiene che il medesimo complesso di società farmaceutiche internazionali e di agenzie governative internazionali che hanno sviluppato e messo in circolazione il materiale della pandemia abbia tratto profitto dall’aver causato la pandemia mediante contratti per la fornitura dei vaccini. I media controllati dal gruppo che sta ingegnerizzando l’intero ordine del giorno dell’ “influenza suina” sta diffondendo notizie false per convincere la popolazione degli Stati Uniti a sottoporsi alle pericolose vaccinazioni.

I cittadini degli USA subiranno danni e lesioni sostanziali ed irreparabili se verranno obbligati a sottoporsi a questa vaccinazione [di efficacia] non provata senza il loro consenso secondo il Model State Emergency Health Powers Act, il Natonal Emergency Act, la National Security Presidential Directive/NSPD 51, la Homeland Security Presidential Directive/HSPD-20, e l’International Partnership on Avian and Pandemic Influenza.

La Burgermeister accusa coloro che sono menzionati nelle sue allegazioni di aver attuato e/o accelerato a partire dal 2008 negli USA l’implementazione di leggi e regolamentazioni ideate per togliere ai cittadini statunitensi i loro legittimi diritti costituzionali di rifiutare un’iniezione. Queste persone hanno creato disposizioni o hanno lasciato in essere disposizioni tali da rendere criminale il rifiuto di un’iniezione contro i virus pandemici. Hanno imposto altre sanzioni eccessive e crudeli come l’imprigionamento e/o la quarantena nei campi FEMA impedendo al tempo stesso ai cittadini americani di presentare domanda di risarcimento per lesioni o morte causati dalle iniezioni forzate. Questo viola le leggi che disciplinano la corruzione federale e l’abuso di ufficio, come pure [quelle] della costituzione e della Bill of Rights. Attraverso queste azioni, gli accusati citati hanno gettato le basi di un genocidio di massa.

Usando l’ “influenza suina” come pretesto, gli accusati hanno prepianificato la strage della popolazione statunitense per mezzo della vaccinazione forzata. Hanno installato una rete estesa di campi di concentrazione FEMA nonché identificato siti per tumulazioni di massa, e sono stati coinvolti nell’ideazione e nell’attuazione di uno schema per consegnare il potere in tutta America ad un sindacato criminale internazionale che usa l’ONU e l’OMS come una facciata per coprire le attività criminali organizzate influenzate da un racket illegale, in violazione alle leggi che disciplinano il tradimento.

[La Burgermeister] accusa il complesso di società farmaceutiche di cui fanno parte la Baxter, la Novartis e la Sanofi Aventis di essere coinvolto in un programma di armi biologiche basato all’estero con un duplice scopo, finanziato dal predetto sindacato criminale e progettato per attuare stragi di massa e ridurre la popolazione mondiale di oltre 5 bilioni nei prossimi dieci anni. Il loro piano è di spargere il terrore per giustificare l’atto di obbligare la gente a rinunciare ai propri diritti, e per costringerla a quarantene di massa nei campi FEMA. Le case, le società e le fattorie, le terre di quelli che venissero uccisi saranno nelle mani di questo sindacato.

Eliminando la popolazione del Nordamerica, l’elite internazionale avrà accesso alle risorse naturali della regione quali l’ acqua e le terre con giacimenti di petrolio non sviluppate. Ed eliminando gli USA e la loro costituzione democratica includendoli in un’unione nordamericana, il gruppo criminale internazionale avrà il controllo totale del Nordamerica.

I punti salienti del dossier completo

Il dossier completo dell’azione del 10 giugno è un documento di 69 pagine che porta le prove per corroborare tutte le accuse.

Queste comprendono:

-un insieme di fatti che delineano linee temporali e fatti che stabiliscono la “causa probabile”[2] , definizioni e ruoli dell’ONU e dell’OMS, e la storia e gli incidenti dal momento dello scoppio dell’ “influenza suina” nell’aprile del 2009.

-Le prove che i vaccini per l’ “influenza suina” sono definiti come armi biologiche dalle agenzie governative e nelle regolamentazioni che classificano e limitano le vaccinazioni, e la paura dei paesi esteri che i vaccini contro l’ “influenza suina” saranno usati per la guerra biologica.

-Le prove scientifiche che il virus dell’ “influenza suina” è stato bioingegnerizzao in modo da sembrare come il virus influenzale spagnolo del 1918, con citazioni tratte da Swine Flu 2009 is Weaponized 1918 Spanish Flu di A. True Ott, Ph.D., N.D., e da una relazione della rivista Science Magazine di Dr. Jeffrey Taubenberger et. Al.

-La sequenza del genoma dell’ “influenza suina”.

-Le prove della deliberata messa in circolazione del virus dell’ “influenza suina” in Messico.

-Le prove del coinvolgimento del presidente Obama che descrivono il suo viaggio in Messico che ha coinciso con il recente scoppio dell’ “influenza suina” e con la morte di molti ufficiali che hanno partecipato al viaggio. Viene avanzata l’ipotesi che il presidente non sia mai stato sottoposto ai controlli per l’ “influenza suina” perché era già stato vaccinato.

-Le prove in merito al ruolo della Baxter e dell’OMS nella produzione e messa in circolazione di materiale virale pandemico in Austria comprendono una dichiarazione di un funzionario della Baxter che asseriva che l’H5N1 distribuito per errore nella Repubblica Ceca è stato ricevuto da un centro di riferimento dell’OMS. Questo comprende la descrizione di prove e allegazioni dalle accuse della Burgermeister presentate in Austria ad aprile che sono al momento in corso di indagine.

-Prove che la Baxter è un elemento di una rete segreta di armi biologiche.

-Prove che la Baxter ha deliberatamente contaminato il materiale vaccinico.

-Prove che la Novartis sta usando i vaccini come armi biologiche.

-Prove del ruolo dell’OMS nel programma di armi biologiche.

-Prove della manipolazione da parte dell’OMS dei dati della malattia per giustificare la dichiarazione della pandemia di livello 6 al fine di prendere il controllo degli USA.

-Prove del ruolo della FDA [Food and Drug Administration] nella copertura del programma di armi biologiche.

-Prove del ruolo del Canada’s National Microbiology Lab nel programma di armi biologiche. Prove del coinvolgimento di scienziati che lavorano per il NIBSC nel Regno Unito [National Institute for Biological Standards and Control]e per il CDC [center] nella creazione dell’ “influenza suina”.

-Prove che le vaccinazioni hanno provocato l’influenza letale spagnola del 1918, tra cui il parere del Dott. Jerry Tennant che l’uso diffuso dell’aspirina durante l’inverno che è seguito alla fine della prima guerra mondiale potrebbe essere stato un fattore chiave che avrebbe contribuito all’anticipo della pandemia sopprimendo il sistema immunitario ed abbassando la temperatura corporea, consentendo al virus influenzale di moltiplicarsi. Anche il Tamiflu e il Relenza abbassano la temperatura corporea, e ci si può pertanto aspettare che contribuiscano alla trasmissione della pandemia. Prove della manipolazione del contesto legale per consentire il genocidio con impunità.

-Questioni costituzionali: la legalità o l’illegalità di mettere a rischio la vita, la salute e il bene collettivo con le vaccinazioni di massa.

-La questione dell’immunità e del risarcimento come prova dell’intento di commettere un crimine.

-Prove dell’esistenza di un sindacato criminale corporativo internazionale.

-Prove dell’esistenza degli “ Illuminati”.

-Prove dell’ordine del giorno di riduzione della popolazione degli Illuminati/Bilderberg e del loro coinvolgimento nell’ingegnerizzazione e messa in circolazione del virus dell’ “influenza suina” artificiale.

-Prove che l’uso dell’influenza come arma è stato discusso durante l’incontro del gruppo Bilderberg ad Atene dal 14 al 17 maggio 2009, come parte del loro ordine del giorno di genocidio, compreso un elenco dei partecipanti che, secondo una dichiarazione fatta una volta da Pierre Trudeau, si considerano geneticamente superiori al resto dell’umanità.

I media tengono gli Americani allo scuro sulla minaccia che incombe su di loro

Jane Burgermeister ha la doppia nazionalità irlandese/austriaca ed ha scritto per la rivista Nature, per il British Medical Journal, e per American Project. È corrispondente europea del sito web Renewable Energy World. Ha scritto molto sul cambiamento climatico, la biotecnologia e l’ecologia.

Oltre alle accuse contro la Baxter AG e la Avir Green Hills Biotechnology di aprile che sono attualmente sottoposte a indagine, ha sporto denuncia contro l’OMS e la Baxter insieme ad altri riguardo al caso delle fiale di “influenza suina” destinate ad un laboratorio di ricerca che sono esplose in un affollato treno intercity in Svizzera.

A suo parere il controllo dei media da parte dell’elite dominante ha consentito al sindacato criminale mondiale di portare avanti indisturbato il suo ordine del giorno, mentre il resto della gente rimane allo scuro su quello che succede realmente. Le sue denunce sono un tentativo di aggirare il controllo mediatico e di portare alla luce la verità.

La sua maggiore preoccupazione è che “nonostante il fatto che la Baxter sia stata colta in flagrante vicina al provocare una pandemia, stanno andando anche loro avanti, insieme alle loro società farmaceutiche alleate, con la fornitura del vaccino per le pandemie”. La Baxter si sta affrettando per far arrivare questo vaccino sul mercato a luglio.

NOTE:

[1] ndt via di somministrazione
[2] ndt ‘probable cause’ o sussistenza probabile della causa

DI BARBARA MILTON

Barbara è una psicologa scolastica e autrice di libri di finanza personale, è guarita da un tumore al seno usando trattamenti “alternativi”, è un’esistenzialista nata, studia la natura in tutti i suoi aspetti.

Published by LeonBlog on 25 Jul 2009

C’è un tesoretto segreto per i deputati


Ci sono mille modi per sprecare soldi: regalandoli a destra e a manca con prodigalità sospetta, buttandoli dalla finestra per il solo gusto di vederli volare, non volendoli risparmiare per principio, comprando cose inutili, conducendo un tenore di vita superiore alle proprie risorse… Quando di mezzo ci sono soldi pubblici il metodo più semplice è pretenderne tanti sapendo che sono troppi e poi utilizzarne pochi con l’intenzione di mettere la differenza al «pizzo», come dicono a Roma. Alla Camera dei deputati si sono specializzati proprio in questo sistema: da anni battono cassa al Tesoro chiedendo e prendendo 10 per poi spendere 7 e mettere 3 da parte. Qualche volta chiedono 9 e poi si atteggiano a Quintino Sella del Terzo millennio; in realtà è come se continuassero a sprecare 2, perché potrebbero fin da principio rivendicare il giusto senza giochetti. Qualche giorno fa, per esempio, è stata diffusa la notizia che per tre anni la Camera non chiederà un incremento della propria dotazione allo Stato e qualcuno ha salutato il fatto come un esempio di rigore, per una volta proveniente dall’alto. Ma è un abbaglio perché i soldi richiesti da Montecitorio restano ugualmente e strutturalmente in eccesso rispetto alle spese preventivate, che non sono né poche né oculate, anzi. Nonostante la crisi, i parlamentari non hanno perso il vizio di non farsi mancare nulla. E i cospicui avanzi di cassa portati a bilancio non sono frutto di parsimonia, ma di un artificio contabile giocato sulla differenza tra bilancio di cassa e di competenza. La riprova è data dal fatto che le spese vere non diminuiscono, ma crescono anno dopo anno: dell’1,5 per cento nel 2008 e dell’1,3 nel 2009 secondo il bilancio di previsione. Senza rinunciare a quasi nessuno dei privilegi che si sono autoconcessi, i deputati nel corso degli anni hanno messo da parte un fondo cassa che non è uno scherzo, un tesoretto di oltre 343 milioni di euro a fine 2008, così come risulta dal conto consuntivo approvato due settimane fa, salito già a 370 milioni a luglio 2009 e quindi pari a più di un terzo dei- l’intera dotazione annuale di Montecitorio, che nel 2008 è stata di 978 milioni. Una dotazione particolarmente ricca e calcolata in modo assai singolare. Dal momento che i deputati sono 630, il doppio dei senatori, e i dipendenti pure (1.800 circa contro i 990 del Senato dopo gli ultimi pensionamenti di luglio), e poiché il Senato ha un bilancio di circa 500 milioni, alla Camera, sostengono i deputati, deve essere erogata una dotazione doppia. Senza considerare, però, che molte spese fisse risultano praticamente identiche dall’una e dall’altra parte. L’aula in cui si vota, per esempio, è una in entrambe le camere, così come il numero delle leggi approvate è ovviamente lo stesso, e le commissioni idem, e via di questo passo. Anche per la Camera dovrebbe valere il principio elementare delle economie di scala, ma forse a Montecitorio le leggi dell’economia valgono a corrente alternata. Ogni volta che si accingono a redigere un nuovo bilancio i deputati questori partono in pratica con un abbuono ricco e quindi se volessero potrebbero davvero offrire il buon esempio all’inclita e al vulgo chiedendo al Tesoro una dotazione ridotta rispetto alla solita. Potrebbero fare il bel gesto invitando il ministro Giulio Tremonti a utilizzare per qualche buona causa più urgente la differenza, una volta tanto ottenendo l’applauso sincero di chi li ha votati. Potrebbero, magari, indirizzare quel surplus ai terremotati dell’Abruzzo; i terremotati, però, non pagano gli interessi, le banche sì: circa 15,4 milioni di curo nel 2008 su depositi e conti correnti della Camera. Ma perché mai a Montecitorio insistono con il trucchetto di succhiare tanto per spendere meno? Che senso ha? Quel di più probabilmente è richiesto per affrontare gli imprevisti, oltre che per lucrare gli interessi. In primo luogo le temutissime interruzioni di legislatura. Quando capitano, e in Italia purtroppo capitano abbastanza spesso, per le camere è un trauma, non solo perché è come se ai peones di Montecitorio e Palazzo Madama franasse il terreno sotto i piedi, ma anche da un punto di vista economico. La fine repentina della legislatura costa un sacco di soldi, dalle spese minime, come quelle per l’imballaggio delle carte dei parlamentari decaduti, al- l’imbiancatura degli uffici per i nuovi arrivati, dalle buonuscite per chi deve dire addio al Palazzo al numero delle pensioni che ovviamente cresce. Le pensioni risultano proprio uno dei capitoli di spesa più cospicui di Montecitorio, 175 milioni circa, anche perché sono concesse con criteri decisamente più generosi rispetto a quelli richiesti ai comuni mortali. Se, per esempio, ai dipendenti normali servono almeno 36 anni di contributi, ai deputati ne bastano 5, un settimo, per un vitalizio baby di tutto rispetto: 3.300 euro. E poi fra gli imprevisti ci può stare anche l’aumento delle indennità. È vero che deputati e senatori hanno giurato che non avrebbero votato aumenti fino alla fine della legislatura, ma di mezzo c’è la crisi: chi potrebbe giurare che, passata la tempesta, a Montecitorio e a Palazzo Madama non tornino subito a far festa con un ritocchino? Perché nel frattempo nessuno si impegna sul serio nel disboscamento della fitta giungla di privilegi parlamentari grandi e piccoli. Dal telefono ai viaggi gratis, dai 4 mila euro al mese per le spese di soggiorno agli altri 4.190 per la cura dei «rapporti con il proprio collegio di appartenenza», ottenuti a titolo di rimborso, sia che quelle spese ci siano state o no, a prescindere, come avrebbe detto Totò, dal momento che non sono richieste ricevute o pezze d’appoggio. I quattrini vengono erogati sulla fiducia, e forse è anche per questo che chi li prende viene chiamato onorevole. Qualche giorno fa la deputata radicale Rita Bernardini ha cercato di correggere l’andazzo: la sua proposta è stata approvata da 49 deputati e respinta da 428. Una maggioranza schiacciante, per una volta bipartisan.
di Daniele Martini

Published by LeonBlog on 24 Jul 2009

Il costo del “bailout” raggiunge la cifra di 24 trilioni di dollari

L’ultima volta che siamo stati in grado di ottenere una misura del costo totale del salvataggio, era pari a circa 8,5 trilioni di dollari. Passati otto mesi da quella linea, la cifra è quasi triplicata.

La cifra di 23,7 trilioni di dollari ricomprende «circa 50 iniziative e programmi stabiliti dalle amministrazioni Bush e Obama, nonché dalla Federal Reserve», secondo l’Associated Press.

In un documento di asseverazione che sarà consegnato alla supervisione della Camera e al Comitato governativo di riforma domani [21 luglio 2009, Ndt], Neil Barofsky, l’ispettore generale per il programma TARP, dirà al Congresso che «il Dipartimento del Tesoro ha ripetutamente omesso di adottare raccomandazioni volte a rendere il programma TARP più responsabile e trasparente ».

Secondo Barofsky, i contribuenti sono al buio su chi ha ricevuto il denaro e su quel che ne fanno.

Come abbiamo più volte sottolineato, la destinazione di circa 2mila miliardi di fondi TARP è stata oggetto di un’azione legale presentata da Bloomberg alla fine dello scorso anno dopo che la Fed aveva rifiutato di rivelare i destinatari. La causa è ancora in corso, giacché Bloomberg tenta di scoprire i nomi delle istituzioni finanziarie private che hanno ricevuto il denaro.

Sarà il popolo americano in ultima analisi a doversi accollare tutto visto che il dollaro è svalutato poiché la Fed presta il denaro dal proprio bilancio o essenzialmente stampa solo più denaro, come ha spiegato un articolo della San Francisco Chronicle l’anno scorso.

I salari non terranno il passo dell’inflazione e, se si aggiunge all’equazione la serie di nuove tasse introdotte dall’amministrazione Obama, le conseguenze sono evidenti: un abbassamento del tenore di vita per milioni di appartenenti alla classe media americana.

Nel frattempo, Henry Paulson, uno dei principali architetti del “bailout” nonché l’uomo che ha perpetrato del terrorismo finanziario all’atto di minacciare il Congresso con scenari di legge marziale e rivolte alimentari, qualora non avessero approvato il primo pacchetto TARP, sfacciatamente s’intasca 200milioni in profitti Goldman Sachs esentasse mentre distribuisce miliardi in guadagni illeciti ai suoi compari banchieri, tutto questo dopo aver tirato un’esca e passare a cambiare l’intero centro del salvataggio dall’acquisto dei titoli di debito tossico fino a dare il denaro direttamente alle istituzioni finanziarie.

Abbiamo paura di pensare a quali saranno le cifre del salvataggio fra altri otto mesi. Triplicheranno ancora fino a 70 trilioni di dollari? Che ne dite di 100 trilioni di dollari?

L’unica cosa che può porre fine allo sfrenato saccheggio è il disegno di legge di Ron Paul volto all’auditing della Fed, che ha ricevuto un sostegno in Parlamento ma è stato bloccato da traditori occasionali prezzolati al Senato, che avrebbero invece dovuto vedere una continuazione del grande furto, anziché la responsabilità e la trasparenza.

Articolo originale: Paul Joseph Watson, Cost Of Bailout Hits A Whopping $24 Trillion Dollars. $80,000 for every American, «Prison Planet», Monday, July 20, 2009.

Published by LeonBlog on 23 Jul 2009

I «nuovi» profitti delle banche

La notizia che alcune grandi banche statunitensi hanno dichiarato profitti di eccezionale ampiezza non implica che il sistema bancario stia diventando più disponibile all’erogazione di credito per facilitare le imprese in difficoltà. Al contrario, le società finanziarie si stanno allontanando dal credito e si concentrano invece in attività lucrative interne ai meccanismi speculativi. Con la crisi che pervade il sistema delle imprese sono tornati di moda i titoli spazzatura e altra robaccia simile ed è su questo tipo di terreno che vengono individuate possibilità di guadagni speculativi. Un’azienda vera che non riesce a vendere non può che avere una copertura limitata delle proprie passività.

Fino a che punto possono infatti essere sottoscritte passività aziendali che derivano dall’accumulo di camice, piatti, pentole e auto invendute? In definitiva la copertura può continuare solo se lo Stato incamera la produzione invenduta, come ben fece notare oltre 47 anni fa James Meade, un economista di Cambridge nonchè premio Nobel. Invece le passività (liabilities) finanziarie delle banche rappresentate dalle cartacce senza valore sono state sottoscritte dallo Stato in forma illimitata. Inoltre, fatto candidamente ammesso da Ben Bernanke in una rarisssima intervista televisa concessa alla Cbs lo scorso marzo, i «prestiti» della Banca Federale alle banche private per rifornirle di liquidità altro non erano che delle erogazioni simili allo stampare moneta.

Citiamolo perchè Bernanke svela i meccanismi con cui nel corso della crisi sono state non solo salvate ma anche arricchite le banche. Alla domanda dell’intervistatore se gli aiuti della Fed fossero finanziati dai soldi dei contribuenti Bernanke risponde: «Non sono soldi delle tasse. Le banche hanno dei conti con la Fed esattamente come lei ha un conto con una banca commerciale. Quindi per prestare a una banca noi usiamo semplicemente il computer per incrementare la grandezza del conto che la banca ha presso la Fed. È molto più simile a stampare moneta che all’erogazione di un prestito». Nell’intervista il governatore della Fed annuncia che tale sostegno, tramite l’emissione di moneta direttamente nei conti delle banche, continuerà fintanto che perdureranno condizioni di fragiltà finanziaria.
Con una tale illimitata copertura delle passività, cosa impossibile per le aziende industriali, la ricerca di guadagni speculativi diventa un gioco soprattutto considerando che il salvataggio e l’arricchimento delle banche è avvenuto con una strategia diretta a rafforzare la concentrazione finanziaria. La Goldman Sachs, ad esempio, si è vista sollevata da tutte le perdite della società assicuratrice Aig, le cui passività sono state assunte dal governo. Tuttavia malgrado il clima istituzionalmente favorevole alla concentrazione bancaria e ai giochi speculativi contro il credito per gli investimenti, molti dei profitti dichiarati sono dovuti a operazioni una tantum, quale la vendita da parte della Bank of America della sua quota nella China Construction Bank.
La realtà della crisi in corso si manifesta anche nelle dichiarzioni dei dirigenti di tali istituti i quali sostengono che i profitti forniranno da cuscinetto per le perdite che si stanno accumulando nel campo dei credito al consumo dato l’aumento del numero delle famiglie i cui debiti vanno in protesto.

La crisi attuale, nel cui ambito i comportamenti delle istituzioni finanziarie hanno avuto un ruolo aggravante, sta producendo un effetto opposto a quello della crisi del 1929-32. Allora venne creata la Federal Deposit Insurance Corporation con ampi poteri di intervento e di nazionalizzazione che portò ad una separazione tra mercato azuonario e sistema bancario commerciale. Oggi gli stessi colpevoli vengono rafforzati con le grandi multinazionali della contabilità finanziaria e le inaffidabili e squalificate agenzie di rating, incaricate di stilare le riforme stesse.
Non vi è un ritorno all’economia reale. Quest’ultima sta in Cina, il resto è un sottoinsieme del capitale finanziario che determina in forma preponderante sia le politiche correnti che le regole istituzionali.
di Joseph Halevi

Published by LeonBlog on 22 Jul 2009

Deglobalizzare il pianeta.

Nel 1991, sei anni prima che la crisi finanziaria investisse con devastante irruenza il sistema economico, apparentemente solidissimo, delle “tigri asiatiche”, con conseguenze catastrofiche per milioni di cittadini, Walden Bello mandava alle stampe Dragons in Distress. Asia’s Miracle Economies in Crisis, un testo che annunciava l’inevitabile tracollo di quel sistema.

Già allora infatti il fondatore (nel 1995) e direttore esecutivo dell’associazione Focus on the Global South si diceva convinto, come avrebbe ribadito in Domination. La fine di un’era (Nuovi Mondi Media, 2005), «che l’economia globale è ormai alla fine dell’onda lunga di espansione del capitalismo durata cinquant’anni, e all’inizio del suo declino», e che «uno dei sintomi della condizione patologica in cui versa l’economia è il peso preponderante assunto dal capitale finanziario».

Una condizione patologica che oggi appare in tutta la sua evidenza, e che alcuni, come questo attivista e sociologo filippino, già direttore dell’Institute for Food and Development Policy (Food First) di Oakland, California, oggi membro del Transnational Institute di Amsterdam e dell’International Forum on Globalisation, analizzano da tempo.

Nato a Manila nel 1945, docente di sociologia e pubblica amministrazione presso l’Università delle Filippine di Diliman, già visiting professor alle Università di Los Angeles, Irvine e Santa Barbara, Walden Bello ha cominciato ad accorgersi delle patologie del sistema politico-economico internazionale a metà degli anni Settanta, quando assunse un ruolo centrale nel movimento che si batteva contro la dittatura del presidente filippino Ferdinando Marcos, coordinando dagli Stati Uniti la coalizione Anti-Martial Law.

Fu allora infatti che, nel corso delle ricerche per le campagne per la promozione dei diritti umani nel suo paese, scoprì che il regime di Marcos era appoggiato finanziariamente da istituzioni come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale. Per dimostrarlo, entrò illegalmente nel quartier generale della Banca mondiale, “recuperando” tremila pagine di documenti confidenziali che avrebbero costituito la base per il suo Development Debacle (1982).

Da allora, non ha mai smesso di dedicarsi all’analisi delle diseguaglianze generate dal sistema capitalistico, alla critica del finto multilateralismo delle istituzioni di Bretton Woods-WTO e alla denuncia dei progetti egemonici degli Stati Uniti. Vincitore nel 2003 del Right Livelihood Award (il premio Nobel alternativo), critico radicale del capitalismo e dell’imperialismo a stelle e strisce, Walden Bello ha fatto della combinazione tra la ricerca intellettuale e la militanza politica una vera e propria cifra distintiva, dando alle stampe diversi saggi, tra cui ricordiamo Il futuro incerto: globalizzazione e nuova resistenza e Deglobalizzazione (entrambi editi da Baldini Castoldi Dalai, rispettivamente nel 2002 e nel 2004), testi in cui ha trasferito «le lezioni apprese dai paesi in via di sviluppo negli ultimi 25 anni: che la politica commerciale deve essere subordinata allo sviluppo; che la tecnologia deve essere liberata dalla rigida normativa della proprietà intellettuale; che sono necessari controlli sui movimenti di capitali; che lo sviluppo richiede non meno, ma più intervento dello stato; e, soprattutto, che i deboli devono restare uniti perché da soli vanno a finire male».

Nel libro Domination. La fine di un’era, lei identifica tre elementi che segnalerebbero la fine dell’egemonia americana: una crisi da sovrapproduzione (dimensione economica), una crisi da sovraesposizione (dimensione strategico-militare) e una di legittimità (dimensione politico-ideologica). Ci vuole spiegare meglio a cosa si riferisce?

La crisi economica a cui stiamo assistendo da alcuni mesi può essere meglio compresa proprio se la intendiamo come crisi da sovrapproduzione, e deriva dalla straordinaria capacità produttiva del sistema capitalistico che supera e contraddice la limitata capacità di consumo e d’acquisto della popolazione, causata dalle continue e crescenti disuguaglianze nell’ambito della sfrenata competizione tra attori capitalisti.

La mia tesi, che ovviamente condivido con altri, è che a partire dalla metà degli anni Settanta questa crisi abbia raggiunto un livello tale da spingere il capitale a ricorrere a tre vie d’uscita: la ristrutturazione neoliberista, la globalizzazione e la “finanziarizzazione”.

Strumenti che però non hanno funzionato, e anziché risolverla o mitigarla hanno aggravato la crisi da sovrapproduzione. Oggi assistiamo alla dimostrazione plateale di questo fallimento.

L’altra dimensione è la crisi da sovraesposizione, che si situa al livello dello Stato e riguarda la sua capacità di “proiettare” potere; sin dalla guerra in Afghanistan abbiamo sostenuto che gli Stati Uniti si stessero sovraesponendo, rendendo manifesto lo scarto tra gli obiettivi del sistema imperiale e la mancanza delle risorse per ottenerli. Non è un caso che sia stato facile prevedere, da parte mia e di altri, quel che oggi accade in Iraq e in Afghanistan.

La terza dimensione è quella della legittimità, senza la quale tutti i sistemi sono destinati al fallimento. Credo che il sistema democratico liberale, la cui diffusione è stata fortemente promossa dagli Stati Uniti soprattutto nei paesi in via di sviluppo, sia oggi ampiamente discreditato a causa del modo in cui gli USA hanno usato la democrazia per promuovere i propri interessi strategici. Lo stesso è accaduto con le istituzioni multilaterali come la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e l’Organizzazione mondiale per il commercio, che aspirano a presentarsi come democraticamente rispondenti ai diversi membri che le compongono, ma che continuano a servire alcuni, particolari e circoscritti interessi.

Credo che l’uso della democrazia e delle istituzioni multilaterali per promuovere e imporre obiettivi unilaterali abbiamo fortemente contribuito alla crisi di legittimità dell’impero americano. Se poi si mettono insieme tutti e tre gli elementi critici di cui abbiamo parlato, e a questi si aggiunge la crisi ambientale, si avrà di fronte l’immagine di una formidabile tempesta. Quella che ha ereditato Obama.

Secondo la sua analisi, dunque, la crisi attuale, più che come il risultato di una mancata regolamentazione del settore finanziario, andrebbe interpretata come l’incancrenirsi di una delle contraddizioni centrali del capitalismo globale…

È proprio così: la mancata regolamentazione è soltanto parte della risposta, così come l’avidità dimostrata dagli attori economici, mentre la parte più rilevante della risposta va individuata nella crisi del sistema in quanto tale, e nel fallimento del tentativo di superare la crisi dei profitti, che deriva dalla crisi da sovrapproduzione, attraverso le tre risposte a cui abbiamo accennato prima. In particolare, poi, la “finanziarizzazione”, attuata nella speranza di poter assorbire il surplus e creare profitto, ci ha piombati nel bel mezzo della crisi attuale. Una crisi che ci deve indurre a guardarci indietro, per capire che essa non investe semplicemente una questione di regole non rispettate, ma ha a che fare con la specifica dinamica del sistema capitalistico.

Come da anni critica i pericoli della “finanziarizzazione”, così da molto tempo sostiene anche che «ci sarebbe sicuramente bisogno di controlli sul movimento dei capitali, sia a livello regionale che locale». Eppure continua a dirsi scettico sull’istituzione di un’autorità monetaria mondiale. Perché ritiene che anche un’istituzione del genere possa essere controproducente?

Perché ritengo che le istituzioni centralizzate, anche laddove si suppone che operino per il multilateralismo, finiscano spesso sotto il controllo dei poteri dominanti. Questa è una delle ragioni per cui mi sono sempre opposto alla sostituzione di Banca mondiale, Fondo monetario internazionale e Organizzazione mondiale del commercio con un’unica istituzione che gestisca la politica monetaria mondiale. Le istituzioni centralizzate hanno due difetti principali: il primo è che acquisiscono presto una sorta di vita propria, e tendono a soddisfare i propri interessi anziché rispondere ai bisogni di coloro ai quali dovrebbero offrire i propri servizi. L’altro è invece che, per il modo stesso in cui operano, i poteri dominanti trovano molto facilmente il modo di sovvertirne gli obiettivi, prendendone la direzione e orientandone il funzionamento verso la soddisfazione dei propri, particolaristici interessi anziché verso quelli della totalità dei paesi. Per questo credo che la risposta alla crisi del sistema multilaterale non vada cercata nella creazione di un nuovo gruppo di istituzioni centralizzate, ma nella promozione di un processo di decentralizzazione e regionalizzazione e nell’edificazione di un sistema di “checks and balances” fra istituzioni non eccessivamente potenti, che si possano controllare reciprocamente. Ciò di cui si ha bisogno per realizzare uno sviluppo sostenibile è lo spazio per i paesi più piccoli e deboli: le grandi istituzioni centralizzate non solo non creano spazio per le persone e per i paesi più vulnerabili, ma spesso finiscono per sottrarglielo.

Torniamo alla sua lettura della crisi attuale e, più in generale, del suo significato all’interno del sistema capitalistico contemporaneo. Ci può spiegare perché ritiene che la globalizzazione debba essere intesa come «il tentativo disperato del capitale globale di scappare dalla stagnazione e dai disequilibri caratteristici dell’economia globale negli anni Settanta e Ottanta» piuttosto che come una nuova fase nello sviluppo del capitalismo?

Mi capita spesso di ricordare che la mia analisi è fortemente debitrice delle tesi sviluppate da Rosa Luxemburg in quel libro lucido ed essenziale che è L’accumulazione del capitale, dove si sostiene che per estendere i tassi di profitto il capitalismo abbia bisogno di incorporare nel sistema sempre nuove aree del mondo, che siano semi-capitalistiche, non-capitalistiche o pre-capitalistiche. In questo senso io credo che la globalizzazione e la continua integrazione nel sistema capitalistico di nuove parti del mondo sia da intendere come una risposta alla crisi da sovrapproduzione piuttosto che una nuova e qualitativamente più elevata fase del capitalismo.

Insisto nel dire che la globalizzazione è una via d’uscita - fallimentare - alla crisi del capitalismo piuttosto che una sua nuova espressione.

Proprio su questo punto sono nati moltissimi errori all’interno del movimento progressista, perché si è creduto che i processi di globalizzazione fossero irreversibili. Invece sono del tutto reversibili.

Oggi molti, sulla scia di Stiglitz, sostengono che il processo irreversibile della globalizzazione debba essere “salvato” dall’influenza dei neoliberisti, grazie ai suggerimenti di qualche socialdemocratico. Io non la penso così.

Lei infatti è sempre stato lontano dalle posizioni “social-democratiche” di quanti immaginano sia possibile “umanizzare” la globalizzazione. Ha scritto: «il compito urgente che ci troviamo di fronte non è quello di orientare la globalizzazione guidata dalle corporation in una direzione “social-democratica”, ma fare in modo di ritirarci dalla globalizzazione». Perché ritiene che sia impossibile “umanizzare” la globalizzazione?

Perché l’integrazione globale dei mercati e delle società è guidata dalle dinamiche capitalistiche, dunque dal profitto, e non invece da una necessità radicata nei bisogni dell’uomo. Non si vede dove sia scritto che le economie debbano essere così strettamente intrecciate le une alle altre. Non è certo nella natura dell’uomo una cosa del genere, ma è un semplice strumento creato per cercare di risolvere una crisi di una certa economia, che contraddice i bisogni dell’uomo proprio perché è disumanizzante.

La rapida integrazione dei mercati è inoltre assolutamente controproducente, poiché elimina quelle barriere tra le economie che permetterebbero a ognuna di essere più indipendente e dunque più sana perché meno vulnerabile alle crisi delle altre: una grave crisi all’interno di un’economia non si tradurrebbe come accade oggi in una grave crisi per tutte le altre.

Per ora invece la globalizzazione ci ha assicurato che quando una delle principali economie mondiali entra in crisi la seguono anche le altre. La terza ragione è che la globalizzazione è guidata da pochi centri di potere dominanti, e risponde perfettamente alla logica del capitalismo di ridurre le dinamiche dell’economia a una manciata di centri di potere. Quelli che sostengono «la globalizzazione è irreversibile, dobbiamo soltanto umanizzarla» si illudono: è impossibile umanizzare la globalizzazione, dovremmo piuttosto capovolgerla.

Secondo la sua analisi, dovremmo passare dunque per un processo di “deglobalizzazione”, come scrive in modo argomentato nel suo omonimo libro. Ma com’è possibile ottenere uno «spostamento radicale verso un sistema della governance economica globale che sia decentralizzato e pluralistico» e che «sviluppi e rafforzi, anziché distruggerle, le economie nazionali»?

Quel che sta accadendo da qualche mese a questa parte dimostra che siamo parte di una catena “letale”, che ci strangola, e che l’integrazione economica può non essere così benefica come ci avevano promesso. La gente comune e gli stessi governi sembra si stiano finalmente rendendo conto che questo tipo di integrazione non funziona, anche perché, oltre a legare il destino di un’economia a quello delle altre, subordina la produzione locale alle dinamiche globali, costringendoci ad affidarci a un cibo che proviene da migliaia di chilometri di distanza, piuttosto che dai cortili vicino casa.

Sappiamo bene che i produttori locali, con bassi margini di profitto, sono stati strangolati dalla produzione delle grandi corporation, e pian piano sta diventando sempre più evidente come la globalizzazione sia servita soprattutto per promuovere gli interessi di queste corporation.

Mi sembra dunque che molte cose ci suggeriscano di puntare verso una minore integrazione dell’economia a livello globale, cercando invece un’integrazione di carattere nazionale.

Al tempo stesso, è importante sostenere il nuovo orientamento di quei paesi che riconoscono l’importanza del coordinamento regionale, come dimostra il caso dell’“Alba”, l’Alternativa bolivariana per le Americhe. La crisi della globalizzazione e della forzata integrazione globale porta alla riscoperta del nazionale e del regionale.

Restiamo sul tema della “deglobalizzazione”: qualcuno potrebbe facilmente obiettare che sia anacronistico, oltre che controproducente, pensare a una forma di autarchia economica. Lei però ha spesso sottolineato come la “deglobalizzazione” che propone non abbia niente a che fare con il ripiegamento autarchico, e rimandi piuttosto al «capovolgimento dei processi omogeneizzanti della globalizzazione neoliberista caratterizzati dalla produzione orientata all’esportazione, dalla privatizzazione e dalla deregulation». Dovremmo, per riprendere Karl Polanyi, reintegrare l’economia nella società?

Per prima cosa “deglobalizzazione” non significa ritirarsi dall’economia internazionale, ma istituire con essa una relazione che possa accrescere le capacità di ognuno anziché soffocarle o distruggerle.

Il vero problema del libero mercato e della globalizzazione guidata dalle corporation è che, nel processo di integrazione, le economie locali e le capacità nazionali vengono distrutte sotto il peso della presunta razionalità della divisione del lavoro, che nei fatti annienta ogni diversità.

Mi sembra però che ci stiamo avvicinando a comprendere che la diversità è essenziale anche per lo stato di salute dell’economia.

L’idea che il principale criterio di misura dell’economia debba essere quello della riduzione del costo unitario, o in altri termini l’efficienza, non può più essere sostenuta. Il criterio dell’efficienza contraddice il benessere generale. Piuttosto che di efficienza avremmo bisogno di efficacia, perché laddove si parla di efficacia si parla anche degli strumenti economici più adatti per assicurare la solidarietà sociale e per creare un sistema economico che sia subordinato ai valori e ai bisogni della società, non viceversa.

Gli avvenimenti degli ultimi mesi e degli anni che li hanno preceduti hanno spinto molti a interrogarsi sulla razionalità di un sistema che subordina i valori della società al mercato: dovremmo approfittare della crisi del sistema capitalistico per rivendicare la necessità di abbracciare la logica della solidarietà sociale. Quando si parla di economia internazionale dovremmo intendere non un liberato mercato esteso all’economia globale, ma un’economia che partecipi al sistema internazionale in modo tale da favorire le capacità di ogni attore anziché impedirne lo sviluppo e il rafforzamento. Si tratta dunque di promuovere il commercio dei popoli, o, come ha sostenuto il presidente venezuelano Hugo Chávez, una vera cooperazione economica, al cui interno il trattamento preferenziale sia riservato ai partner più vulnerabili, non a quelli più potenti. E’ ovvio che tutto questo contesta e contraddice la logica del capitalismo, e rimanda alla logica della solidarietà sociale. E’ a questo logica che dovremmo subordinare il commercio. Non sono l’unico che la pensa in questo modo. Anzi. È il momento giusto per affermarla con più convinzione. […]
di Walden Bello - Giuliano Battiston -

Published by LeonBlog on 21 Jul 2009

Ritornano le minacce di fallimento?

L’Aquila è stato purtroppo un G8 veramente interlocutorio, una fermata di passaggio tra il G20 di Londra, dove le nuove regole della finanza sono state indicate senza però sfidare il peso e il modus operandi delle banche che ci hanno portato alla crisi globale, e il summit di Pittsburgh di fine settembre che rischia di sancire la superiorità del vecchio modello finanziario con “meno regole e meno stato”. Quello della City e di Wall Street!

Nonostante il fatto che i governi siano diventati con i soldi pubblici i creditori di ultima istanza di un sistema in bancarotta, nella partita tra l’autorità degli stati e le banche sono ancora le seconde a dettare le regole del gioco.

Anche Berlusconi, tra le esaltazioni del successo del summit, ha fatto una dichiarazione che merita una più attenta riflessione. “Si è manifestato il disappunto sul fatto che - ha detto nella conferenza stampa finale - sono riprese le speculazioni internazionali sugli hedge fund, sul petrolio come su altre materie prime, e anche per questo abbiamo dato mandato agli organi i internazionali di studiare un modo per intervenire”. In altre parole si ammette che dopo un anno, nonostante summit, decaloghi, tavole di condotta e quant’altro, certa finanza speculativa non ha mai cambiato comportamento e marcia speditamente verso una seconda fase della crisi.

Il Comptroller of the Currency, l’autority Americana che supervisiona anche il comportamento del sistema bancario, ha pubblicato recentemente il rapporto sugli andamenti finanziari del primo trimestre del 2009 in cui evidenzia che, nonostante la crisi e le annunciate misure antispeculative, i derivati over the counter (OTC) sottoscritti dalle banche USA sono saliti a 202.000 miliardi di dollari a fine marzo 2009, cioè 2.000 miliardi in più della fine del dicembre precedente.

Oltre il 90% di questa bolla è in mano solamente a 4 banche: la JP Morgan Chase, la Citi Bank, la Bank of America e la Goldman Sachs.

Ed è stata proprio quest’ultima, che vanta storiche amicizie e alleanze anche a casa nostra, a guidare questa ripresa speculativa nei prodotti derivati, portando la sua quota da 30 a 40.000 miliardi in solo tre mesi!

Da parte sua, la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea ha pubblicato a fine giugno il suo rapporto semestrale in cui riporta che il valore nozionale dei derivati a livello globale nel secondo semestre del 2008 era invece sceso di ben 100.000 miliardi di dollari, assestandosi comunque sempre intorno all’impressionante livello di quasi 600.000 miliardi.

La BRI si premura anche di sottolineare che, mentre il valore nozionale diminuiva, saliva invece di 5.000 miliardi quello del Gross Market Value, cioè il costo per rimpiazzare tutti i contratti esistenti ad un dato momento. Il significativo aumento di questo indice dimostra che la volatilità e i rischi delle operazioni in derivati finanziari nel periodo di crisi e di collassi bancari sono aumentati drammaticamente e con essi i costi, i premi da pagare, per i derivati stessi.

Questi dati rivelano che particolarmente in America, nell’epicentro della crisi finanziaria, il comportamento speculativo non è cambiato affatto, nonostante il gran parlare di nuove regole e di controlli più stringenti.

La stampa ha poi presentato come un sensazionale risultato del G8 dell’Aquila l’aver concordato un impegno di 20 miliardi di dollari a sostegno dell’Africa nella lotta contro la fame e contro le emergenze sanitarie. Certamente ogni aiuto allo sviluppo dell’Africa è una cosa buona e doverosa, anche se per il momento si tratta solo di numeri sulla carta.

Noi vorremmo, però, far notare la sproporzione fra gli aiuti per l’intero continente africano e i 182,5 miliardi di dollari messi a disposizione lo scorso settembre per il salvataggio del gigante americano delle assicurazioni AIG.

Certo che il suo fallimento avrebbe portato con sé l’interno sistema assicurativo e pensionistico americano, ma la differenza è davvero enorme.

Inoltre, proprio mentre si prometteva il sostegno all’Africa, l’AIG subiva un tracollo in borsa tanto da far ventilare una nuova minaccia di fallimento.

A questo proposito ricordiamo che in gioco c’è anche la “bomba” da 193 miliardi di dollari in CDS (credit default swaps, una sorta di polizze di assicurazione per obbligazioni ad alto rischio) che l’AIG ha venduto soprattutto in Europa e il cui vero valore è tutto da stabilire.

Perciò concordiamo pienamente con il presidente Giorgio Napolitano, che, parlando ai capi di stato e ad altri dirigenti internazionali a L’Aquila, ha sottolineato l’importanza e l’urgenza di una nuova Bretton Woods. Non solo – ha detto il presidente – per avere “un complesso di più esigenti regole e standard internazionali per la conduzione delle attività finanziarie ed economiche” ma per definire soprattutto un modello di società più giusta e lungimirante che si può esprimere “nella cooperazione fra civiltà”.
di Mario Lettieri - Paolo Raimondi -

Published by LeonBlog on 20 Jul 2009

La crisi della “società del possesso” e la rinascita dell’umano

Oggi il mondo ha perso il gusto ad un reale rinnovamento, perché questo implica un dono di sé all’altro, ed una messa in discussione dell’Ego, e di ciò che si “possiede”. Quali sono le conseguenze nella nostra società di un tale atteggiamento caratterizzato da chiusura, difficoltà di relazione e scarsa lungimiranza?
Ne discutiamo con Claudio Risé, psicanalista e scrittore, che ha appena pubblicato il libro La crisi del dono. La nascita e il no alla vita (San Paolo Ed., 2009), un’opera che tratta i temi della nascita e della necessaria rinascita e trasformazione nel corso della vita dell’uomo, condizioni che portano ad un autentico rinnovamento e sviluppo nel mondo stesso.

Prof. Risé, la prima domanda sorge spontanea: esiste una relazione tra l’importante crisi economica che stiamo vivendo e il carattere di una società, come la nostra, che nel suo nuovo libro lei ha definito “società del possesso”? Quali sono le vie di uscita da questa stagnazione?
La società del possesso produce fatalmente crisi, proprio perché in essa importanti risorse, prodotte dalla genialità umana, dallo sviluppo economico, dalla ricerca scientifica e tecnologica, vengono continuamente sequestrate dalle categorie più avide, che finiscono col distruggerle in un folle gioco alla moltiplicazione dei guadagni e dei patrimoni individuali.
L’attuale crisi è nata dalla distruzione di enormi ricchezze, ad opera dall’alleanza tra l’avidità di risparmiatori convinti di poter aumentare a dismisura i propri patrimoni sia immobiliari che mobiliari, e fasce di finanza spregiudicata che lo lasciava credere possibile, per amministrarne le risorse.
Questa distruzione di energie nuove ha riprodotto, in campo finanziario ed economico, quella distruzione di vita nuova in nome della difesa e incremento degli interessi e possessi individuali, che io pongo nel mio libro alla base dell’attuale “crisi del dono”, e delle pratiche e legislazioni abortiste.
Da tutto ciò si esce tutelando lo sviluppo della nuova vita (nuove idee, visioni, saperi e tecniche), rispetto alla sua riduzione materialistica in possessi e guadagni immediati.

Nelle sue pagine è tracciato un itinerario che esamina le immagini riguardanti la nascita, accolta o rifiutata, presenti nell’inconscio, nel mito, e nella tradizione ebraico cristiana. Si tratta di un’impostazione piuttosto inusuale, soprattutto per quei lettori interessati a comprendere con immediatezza e concretezza i fenomeni della società in cui viviamo. Questo studio cosa ci spiega dell’oggi? E cosa ci insegna?
L’inconscio collettivo, espresso (come ha mostrato Carl Gustav Jung e la sua scuola) nei miti e nei cicli leggendari delle varie culture, come anche nella storia delle religioni, mostra gli aspetti invarianti, archetipici, della psiche umana. Per questo, come osservava la frase di Pasolini che riporto in esergo, non c’è niente di più concreto e attuale del mito: parlando di mille anni fa, svela con sorprendente precisione l’animo dell’uomo di oggi.
D’altra parte, l’inconscio collettivo registra anche (e anche questo Jung l’ha visto) i mutamenti manifestatisi nello psichismo umano dopo l’avvenimento cristiano, e la modifica da esso consentita e richiesta nei rapporti personali, nel sentimento di amore per l’altro, e di offerta di sé.
Il rinnovamento antropologico portato dal cristianesimo ha al proprio centro una nascita ed un dono, quello di Dio fatto uomo, destinato a provocare il rinnovamento del mondo, e di ogni singolo uomo, nella sua vita personale. Da allora in poi ogni uomo, ed ogni società, può scegliere tra il rinnovamento e la trasformazione di sé (la rinascita che Gesù indica a Nicodemo), o la difesa dell’esistente. Questa seconda soluzione, l’osservazione clinica lo mostra bene, innesca in realtà un processo regressivo, e di distruzione di vita.

Parlare di rinnovamento e rinascita significa parlare anche di bambini. Lei cita in esergo un passaggio di Elie Wiesel: “Hai paura di diventare grande? Sì, paura di diventare grande in un mondo che a dispetto delle sue magniloquenti dichiarazioni, non ama i bambini; ne fa piuttosto i bersagli del suo dispetto, della sua mancanza di fiducia in se stesso, della sua vendetta”.
Effettivamente lo stesso Wiesel, accompagnando Barak Obama nella visita di Buchenwald (5 giugno 2009), ha affermato che nonostante gli orrori della guerra il mondo non ha ancora imparato a garantire la dignità della vita umana. Condivide queste parole di Wiesel?

Assolutamente. La riduzione dell’essere umano ad oggetto, e l’annichilimento della sua dignità, continua ad essere la grande tentazione cui l’uomo è sottoposto, e spesso soggiace.
Le categorie linguistiche e retoriche del “politicamente corretto” sono funzionali alla copertura e al mascheramento di questa realtà drammatica. L’uomo è pronto ad uccidere l’altro uomo, il bambino che nasce, le idee, la personalità, o il carattere di un’altra persona (come quotidianamente accade nella lotta politica), pur di non cambiare, per affermare quello che ritiene il proprio interesse.

Trattando il tema della relazione tra uomini e donne Lei afferma che il bambino che nasce è una figura decisiva per lo sviluppo pieno dell’amore nella coppia. In che senso?
L’amore tra i due richiede sempre l’apertura ad un “terzo” per dispiegarsi completamente. Dal punto di vista trascendente si tratta, naturalmente, di Dio, che istituisce l’amore stesso, con il suo amore creativo, a cui occorre restare aperti, e rivolti. Nella dinamica della coppia il terzo è però anche il bambino (i bambini), e può estendersi ai figli simbolici della coppia: le idee, le iniziative, le opere.

Da quanto Lei dice nella sua opera il processo di secolarizzazione ha avuto un ruolo negativo nella relazione d’amore tra l’uomo e la donna, e in particolare sul matrimonio. Una domanda provocatoria: in un mondo senza Dio non è davvero possibile l’amore tra gli individui?
Il fatto è che, per fortuna, non basta negarlo, per fare sparire Dio. Molti atei fanno in realtà riferimento ad un principio superiore, di bene, che interiormente è vissuto come la personalità religiosa vive Dio.
Certo quando la negazione diventa sistemica, come è accaduto nei totalitarismi comunista e nazista, l’amore tra le persone tende a diventare problematico, e ad essere sostituito dall’obbedienza al Partito. Ciò continua ancora oggi, per certi versi, nelle sottoculture politiche che fanno riferimento a quelle realtà.

Secondo quanto Lei riporta nel libro La crisi del dono, molte donne, che diedero vita al movimento femminista negli anni ’70, si stanno oggi accorgendo della necessità di una rinnovata relazione tra uomo e donna. Non solo: anche il movimento degli uomini, presente in diverse forme anche in Italia, si sarebbe messo alla ricerca di una nuova visione. Quali sono i motivi di queste tendenze? E quali i possibili esiti?
Sia il disincanto femminista, che documento attraverso una serie di testi e posizioni note e autorevoli, sia il movimento degli uomini, cui ho sempre dedicato molta attenzione, sono realtà ormai affermatesi fin dagli anni ‘90. Per cui più che di tendenze parlerei di trasformazioni in corso da tempo, anche se meno visibili anche per via del prevalente silenzio loro riservato dalle comunicazioni di massa. Che preferiscono il mostro (o la star) in prima pagina, piuttosto che l’informazione sulla sottile e profonda trasformazione delle coscienze, inquietante anche per gli stessi operatori della comunicazione di massa, in gran parte devoti proprio a quella società secolarizzata del possesso, di cui appunto stiamo parlando.

In un suo precedente libro Felicità è donarsi. Contro la cultura del narcisismo e per la scoperta dell’altro (Sperling & Kupfer, 2004) ha osservato che le principali vittime della società del possesso sono i giovani “costantemente impauriti dalla rappresentazione del mondo come penuria” sottolineata spesso dal sistema mediatico. Quali consigli darebbe a questi giovani, che non di rado esprimono le loro paure anche nei temi svolti nelle aule scolastiche?
“Non abbiate paura”, come non a caso hanno più volte ripetuto gli ultimi due Papi. La sete di possesso si nutre della cultura (assai diffusa anche in ambienti cattolici, perché d’“effetto”) che sottolinea il bisogno rispetto al dono, la penuria rispetto alle risorse, la paura rispetto alla fiducia, il malessere rispetto al piacere.
Gesù è grato e felice che il vaso con l’olio prezioso venga versato ai suoi piedi, è il dono che aumenta le nostre risorse, è spargere il vaso che ne assicura il continuo riempimento. Siate generosi: ogni piacere profondo comincia, e continua, nel dono.

Non mancano comunque i giovani che si impegnano con convinzione per difendere una visione della vita portatrice di rinnovamento, dignità e felicità. Basta pensare a tutti coloro che si danno da fare nell’ambito dei movimenti pro-life. A tutti questi giovani quale strada suggerisce per una migliore riuscita nei loro traguardi?
Mi sembrano già sulla strada, magari più di me! La difesa della vita è una strada, che sprigiona potenti forze di rinnovamento. Da nutrire sempre, con la devozione all’amore, ed alla bellezza.

*(Intervista a Claudio Risé, a cura di Antonello Vanni, da “Il Sussidiario”, 13 luglio 2009)

Next »