Archive for March, 2009

Published by admin on 31 Mar 2009

Il vero mestiere dei nostri banchieri

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Sei miliardi e mezzo di euro. A tanto ammontano i profitti delle prime due banche italiane, UniCredit e Intesa Sanpaolo, nel 2008.

Più delle risorse nette destinate dal governo al rilancio dell´economia nel 2008, 2009 e 2010 messi insieme, che raggiungono a malapena lo 0,3 per cento del nostro prodotto interno lordo. Ma perché allora aiutiamo le banche con i soldi dei contribuenti? E dobbiamo davvero essere “fieri delle nostre banche”, come sostenuto da Alessandro Profumo nel presentare alla stampa i conti del gruppo Unicredit? Sono domande che molti italiani si stanno ponendo in questi giorni.

Partiamo dalla prima domanda. È giusto intervenire a sostegno delle nostre banche perché sono state, nonostante questi preannunciati megaprofitti, nell´occhio del ciclone, al punto che il titolo Unicredit era arrivato a perdere fino al 60% da inizio d´anno e l´80% da luglio 2008, prima della resurrezione degli ultimi giorni. Inoltre il peggio potrebbe ancora venire perché sono sempre di più le imprese che non riescono a ripagare i propri debiti, ci dovranno essere più accantonamenti (quindi meno profitti) a fronte di rischi più elevati e la discesa dei tassi ha eroso proprio i margini su cui sono stati costruiti i megaprofitti. Infine, più che di aiuti sin qui si è trattato di interventi che potenzialmente offrono al Tesoro rendimenti superiori a quelli ottenibili sul mercato. Le stesse norme di alleggerimento fiscale per le fusioni e acquisizioni frequenti nel sistema bancario, come il cosiddetto “affrancamento” dell´avviamento, introdotto a novembre 2008, sono servite per lo più a compensare gli inasprimenti fiscali per le sole banche introdotti qualche mese prima nel nome di Robin Hood.

La seconda domanda è più impegnativa. Venerdì è fallita la Firstcity Bank della Georgia, la diciottesima banca costretta a chiudere i battenti negli Stati Uniti nel solo 2009. In Italia, invece, sin qui le banche non solo non sono fallite, ma addirittura macinano profitti. Bene, anzi, molto bene. Tuttavia, prima di essere fieri delle nostre banche bisogna interrogarsi sulla natura dei loro profitti e capire perché sono stati sin qui relativamente impermeabili alla crisi internazionale. La mia impressione è che sia l´impermeabilità di chi non si tuffa in acqua e, quindi, avverte solo gli spruzzi della tempesta dal litorale. Non deve nascondere i problemi strutturali del nostro sistema bancario, l´altra faccia della medaglia delle debolezze del nostro sistema economico. Le banche italiane ottengono i loro profitti da rendite di posizione nell´accesso al risparmio delle famiglie italiane e nella vendita dei prodotti dei fondi comuni di investimento. Per le banche l´Italia è stato il paese in cui tutte le famiglie sono da mungere. Lo dimostrano diverse analisi comparate sui costi dei servizi bancari nei paesi Ocse: commissioni più alte sui depositi e, nonostante questo, un divario maggiore fra tassi attivi (quelli chiesti alle famiglie che prendono a prestito) e passivi (quelli che remunerano i depositi). Le banche italiane ricavano dai primi il doppio di quanto spendano per i secondi, mentre negli altri paesi dell´Unione Europea a 15 il rapporto è al massimo di 3 a 2. Costano di più anche i crediti al consumo e i mutui offerti alle famiglie. Le banche italiane hanno poi di fatto svuotato i fondi comuni di investimento, di cui sono collocatori e quasi sempre proprietari, spingendo i clienti a comprare le loro obbligazioni bancarie. Poco da stupirsi nella patria dei conflitti di interesse. In ogni caso, il crollo dei fondi è avvenuto simultaneamente alla crescita delle obbligazioni bancarie. Sembrano l´uno lo specchio dell´altra. La concezione del ruolo sociale delle banche, per lunghi anni propugnata dalla stessa Banca d´Italia, è stata quella di chi lucra sui depositi, sulle famiglie, per aiutare le nostre fragili imprese. Per quanto già di per sé discutibile, questo principio è stato applicato al singolare, concentrando gli impieghi sui “grandi nomi” (il termine è dell´amministratore delegato di Deutsche Bank Italia). Queste scelte di concentrazione del credito, per di più offerto con spread risibili a imprese altamente indebitate, hanno molto poco a che fare con il mestiere del banchiere. Le banche abbondano così di sportellisti e non difettano di grandi relazioni con le grandi famiglie, ma mancano di personale in grado di leggere un business plan e di selezionare tra tante piccole imprese quelle che sono meritorie di credito.

Bene allora che una stampa sempre più indebitata, quindi pericolosamente sensibile alle ragioni delle nostre banche, si guardi bene dal celebrarne le gesta in questi giorni in cui si annunciano risultati lusinghieri. Importante anche che il Governo eviti la demagogia e il do ut des. Lasci fare ai prefetti il loro mestiere augurandosi che il loro intervento non sia necessario, ricordandosi che agli inizi del secolo scorso i prefetti telegrafavano a Giolitti che non avrebbero potuto garantire l´ordine pubblico se le banche fossero fallite. Lasci anche che i banchieri facciano il loro mestiere invece di concedere loro crediti (oppure laute commissioni per salvare Alitalia) per poi chiedere in cambio impegni a finanziare quanto l´esecutivo concede alle parti sociali, come nel caso del fondo di garanzia per le piccole imprese. Devono essere le banche, da sole, a ristrutturarsi. Partendo proprio dal rivedere la governance, come ripetutamente richiesto dal Governatore di Banca d´Italia. C´è troppa concentrazione della proprietà e ci sono troppe commistioni tra i consigli di amministrazione di istituti che dovrebbero essere tra di loro concorrenti. Non è certo così che ci potranno aiutare ad uscire al più presto dalla crisi.

di Tito Boeri

Published by admin on 30 Mar 2009

Si salvi chi può: gli Usa verso la svalutazione del dollaro

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Mercoledì scorso, il 18 marzo, la FED ha annunciato l’acquisto, nei prossimi sei mesi, di Titoli del Tesoro americano a lungo termine per un quantitativo di circa 300 miliardi di dollari, decidendo nel contempo di ampliare di 750 miliardi gli acquisti di titoli immobiliari garantiti (?) da mutui. Si è inoltre deciso di raddoppiare da 100 a 200 miliardi di dollari l’importo destinato all’acquisto del debito di Fannie Mae e di Freddie Mac, colossi immobiliari governativi. In questo modo la FED è decisamente passata all’azione, replicando le mosse che la Banca d’Inghilterra ha già attuato: il cosiddetto “quantitative easing”.

La misura consiste in una immissione di liquidità nel sistema bancario ottenuta attraverso l’acquisto di titoli, in genere di Stato, dalle banche: le quali, con il ricavato, possono incrementare le loro riserve. Oltre a questa prima conseguenza si ottiene anche l’abbassamento della curva dei tassi a lungo termine.

In genere misure di questo tipo vengono adottate quando altri interventi sui tassi risultino inefficaci in quanto, ad esempio, quelli a breve sono già, come nel caso attuale, troppo bassi. Ulteriore conseguenza di queste massicce iniezioni di liquidità è di tipo strettamente valutario: il sistema è inondato da una liquidità eccessiva e il contraccolpo sulla valuta di riferimento è inevitabile. Nella fattispecie, il cambio del dollaro ha subito risentito di questo atteggiamento della FED e ha portato, nei confronti dell’Euro ad una valutazione immediatamente superiore a 1,36. Stimolando eccessivamente la liquidità, inoltre, tale misura rischia di accentuare l’inflazione, cosa che, a livello europeo, Germania in primis, è vista con estrema preoccupazione.

In parole povere gli USA, oltre ad aver causato i grandi guai che ormai tutti conosciamo e aver gettato le basi per un dissesto a livello globale, stanno andando per conto loro proprio in quella politica finanziaria che è il cuore del problema. E lo stanno facendo proprio alla vigilia di quel G20 che avrebbe più che mai bisogno di accogliere il consenso di tutti per trovare un nuovo, e assai difficile, equilibrio finanziario, che porti l’economia globale fuori da una recessione così grave. Forti di una posizione dominante a livello valutario – essendo il dollaro moneta di riferimento per materie prime, a cominciare dal petrolio, e scambi internazionali – gli Stati Uniti non hanno alcun riguardo verso i partner commerciali ed agiscono impunemente cercando di salvare se stessi, quand’anche affossando la propria valuta con una svalutazione così marcata da poter essere definita, senza esagerare, “competitiva”.

Cosa potrà accadere su questo fronte lo vedremo meglio nei prossimi giorni, ma, tanto per fissare qualche “prezzo” concreto, non è improbabile che nel cambio contro Euro, qualora si dovesse assistere al superamento grafico delle “medie mobili lunghe”, il dollaro si posizioni a una quota comunque superiore ai massimi precedenti. Fino a raggiungere, forse, un valore oscillante tra 1,70 e 1,80. In questo modo verrebbero penalizzate, e molto, tutte le esportazioni del Vecchio continente anche e proprio nei mercati che “contano”, cioè in quelli orientali. Non contenti di tutto questo, gli USA vorrebbero che gli Stati Ue si impegnassero di più negli interventi di sostegno alle proprie economie, e insistono a chiederlo nonostante le valutazioni negative espresse, a livello ufficiale, qui in Europa. Muovendosi in questo modo prima del G20 Washington rischia di affossare un accordo globale – come d’altronde gli USA hanno storicamente già fatto nella conferenza economica del 1933 di Londra (guarda caso) con la amministrazione Roosevelt – prima ancora del suo stesso sorgere, generando una serie di svalutazioni a catena che porterebbero il pianeta intero al caos valutario. Prodromi di questa visione appaiono le mosse intese a svalutare il cambio della Svezia e, soprattutto, della Svizzera, che ha indebolito il franco con acquisti di oro. Pur essendo vero che questa mossa la Svizzera l’ha effettuata, per ora, solo quale misura compensativa di una eccessiva rivalutazione della propria moneta, essa lascia comunque interrogativi inquietanti sul futuro.

C’è da chiedersi, infine, come si possa continuare a ergersi a difensori del libero mercato globale, quando poi, in un clima come questo, il governo di Pechino – che ha consistenti investimenti in Titoli del Tesoro americano, quindi espressi in dollari – vedendo i propri investimenti a rischio si stranisca e si metta di traverso nell’acquisizione da parte di Coca Cola di China Huiyuan Juice.

by il Ribelle

Published by admin on 29 Mar 2009

Intervista a David Icke

David Icke, il coraggioso giornalista britannico, già redattore della BBC e di altri prestigiosi giornali che da diversi anni ci informa con i suoi libri sui poteri occulti, le loro trame e i complotti che cercano di rendere schiava l’umanità, è stato ospite a Bellaria del riuscitissimo MacroFest promosso dalla Macro Edizioni.
Alle sue conferenze hanno assistito oltre 600 persone e in una pausa dei lavori abbiamo potuto scambiare un’interessante conversazione.

Complimenti David, le tue conferenze hanno sempre un gran successo, come mai riesci ad interessare così tante persone?

Senti, soltanto sette anni fa quando iniziarono ad invitarmi a parlare in giro mi ritrovavo a fare conferenze in Inghilterra o negli USA con poche decine di persone, sistemavo io le sedie e le rimettevo a posto alla fine. Poi, via via che approfondivo le mie ricerche e le comunicavo anche la gente che veniva ad ascoltarmi aumentava e così, oggi mi capita di parlare ad incontri con migliaia di persone. Da dieci giorni ad oggi ho parlato in Australia, Nuova Zelanda, USA, Bahamas e ora sono qui, sono passato per Londra e non sono neanche riuscito a vedere mia moglie, sono incasinato dai fusi orari e con una grande stanchezza addosso ma sono felice di essere qui.
Non ho nessuna intenzione di mettermi sul pulpito e fare prediche, con queste mie conferenze cerco solo di smuovere la situazione, cerco di convincere la gente a non cercare qualcuno che gli dica cosa deve fare ma che sia in grado di decidere da se.

Cosa è che ti chiedono e come è che li consigli?

Quando qualcuno mi chiede: “E adesso cosa devo fare?” io rispondo sempre: “Quello che pensi vada fatto.” Tutti noi siamo come le gocce nell’oceano e facciamo parte dell’infinito, perciò ognuno di noi sa bene quello che deve fare perché abbiamo tutti le stesse possibilità di trovare la nostra chiave personale per risolvere questi problemi. Abbiamo tutti gli stessi strumenti ma qualcuno lo capisce e qualcuno no.
E questi ultimi pensano che non possono, che non riescono e rimangono così nella loro passività a farsi condizionare in tutto.
Ogni volta che qualcuno di noi decide di fare qualcosa nella sua piena libertà è come se si togliesse un mattone da quel muro che hanno costruito per imprigionarci.

Il tuo schema di piramide del potere pone al suo vertice il gruppo di quelli che tu chiami “illuminati” e che controllano tutti quelli che stanno sotto di loro. Secondo te ci sono dei potenti personaggi pubblici che ne fanno parte?

Se stai pensando a personaggi come Bush, Berlusconi, Bin Laden ti sbagli. Loro sono solo delle marionette, degli esecutori che stanno qualche gradino più in basso. Questi personaggi stanno producendo tutta una serie di situazioni di crisi come quella che stiamo vivendo allo solo scopo di centralizzare il potere il più possibile. Dopo l’Unione Europea ora si sta facendo l’Unione Africana, il Nafta è stato solo il primo passo verso l’Unione Americana e già parlano di prossima Unione Asiatica e così poi saremo sistemati. Vanno a tappe forzate verso il totale potere di controllo sui popoli del mondo nelle mani di poche persone schiacciando i confini, le tradizioni, le culture, la storia, le costituzioni e noi non ce ne rendiamo ancora conto anzi, siamo portati a pensare che si tratta di un’evoluzione positiva.
Ma ricordiamo che la centralizzazione del potere erode la libertà dell’umanità.

Come vedi i fatti dell’11 settembre?

L’11 settembre ha dato inizio ad un ciclo, e certamente pian piano la verità verrà fuori come l’altro giorno quando un giornalista australiano ha scritto che come minimo in Afghanistan sono già morti più civili innocenti che a New York o, come ipotizzano certi esperti che quei terribili attentati non sono stati organizzati da Bin Laden come ci vogliono far credere.
Verrà il tempo in cui l’11 settembre perderà il potere che ha oggi dove le persone dicono “va bene, accettiamo tutto questo”, e quando l’appoggio di cui hanno bisogno per continuare questa guerra contro il cosiddetto “terrorismo” verrà meno inventeranno qualcosa d’altro perché le cose possano andare avanti così. Senza dubbio ci saranno altre e maggiori atrocità per giustificare lo sviluppo di questo programma diabolico.

E su Bin Laden che cosa pensi?

Ti dirò che la prima volta che vidi Bin Laden alla televisione dopo l’11 settembre dall’analisi del suo sguardo mi resi conto che non poteva essere un terrorista. Assolutamente no. Non c’entrava proprio niente con quanto accaduto l’11 settembre.
Ma quando Bin Laden apparve di recente su Al Jazira non era lo stesso uomo che avevo visto precedentemente, era un entità completamente diversa, l’energia era completamente diversa e i suoi occhi erano totalmente differenti.
Quando anni fa parlavo di clonazione e di controllo mentale e la gente mi rideva in faccia. Questo ora non succede più. Mi riferisco sempre al clonaggio di esseri umani. Oggi ci dicono che lo possono fare, ma già lo potevano fare da lungo tempo con i loro progetti e nei loro laboratori segreti con i loro esperti come il criminale nazista Mengele che hanno protetto per decenni negli USA in cambio della sua collaborazione.
Mengele era un alto grado degli illuminati connesso ai Rotschild, chi fa parte di questa linea di sangue non ha le nostre stesse emozioni, sono freddi proprio come dei rettili.
Realmente oggi non conosco che verità ci sia rispetto a Bin Laden, eccetto il fatto che lui non ha avuto niente a che fare con l’orchestrazione dei fatti dell’11 settembre. Potrebbe essere che Bin Laden ha imparato qualcosa durante la sua guerra antisovietica appoggiata dalla CIA. Ma che gioco sta facendo ora?
Sappiamo tutti che la famiglia Bin Laden è stata socia degli Agnelli e del Gruppo Charlye che ha come suoi partner George Bush e James Baker, che era segretario di stato durante la guerra del Golfo.

Ritornando a quello che dici sul controllo mentale, che tecnologie utilizzano?

Naturalmente hanno tecnologie di dispositivi elettronici ultraminiaturizzati che, figurati, possono venire iniettati attraverso l’ago di una semplice siringa, poi si servono delle manipolazioni genetiche e del DNA, di particolari segnali radio ed emissioni elettromagnetiche, con il sapiente utilizzo di particolari vibrazioni che sono capaci di produrre anche per mezzo dei riti segreti di cui sono custodi.
In questo modo riescono a controllare le persone, a farle pensare e agire come sta bene a loro e anche ad apparirci diversi da quei malvagi che sono in realtà.
Prendiamo la musica ad esempio quella che tutti i giovani ascoltano cantata dalle star del momento. Questi personaggi come Britney Spears, Michael Jackson e Madonna sono telecontrollati, manipolati e manipolatori a loro volta. Madonna è anche stata fotografata mentre prendeva parte a riti satanici. Michael Jackson veniva abusato sessualmente fin dall’età di cinque anni da suo padre che era un noto satanista. Ma ti rendi conto che gente cattura i nostri giovani ammirano e idolatrano!
A parte i testi delle loro canzoni e la musica, il lavoro che fanno per inserire vibrazioni subliminali nei brani moderni è incredibile, un grande produttore discografico che ho incontrato mi ha confidato che è una cosa molto diffusa e che in genere i cantanti e i musicisti non lo sanno ma che queste frequenze vengono aggiunte non durante il l’incisione in sala di registrazione ma mixati durante la fase di registrazione finale del disco o del CD. Così mentre noi ascoltiamo la musica che ci sembra normale questi segnali vengono captati dal nostro subconscio.
John Lennon aveva scoperto tutto e stava facendo ricerche su questo scandalo, stava anche preparando un disco per farci conoscere queste problematiche. Purtroppo sono riusciti a fermarlo prima e il suo lavoro non venne mai portato alla conoscenza del pubblico.

Grazie David, per tutto ciò che ci hai raccontato anche se sono tutte cose particolarmente inquietanti e, senti, è vero che ritornerai in Italia ancora e presto?

Si è vero probabilmente ritornerò in Italia il prossimo maggio per una o più conferenze penso a Milano o a Roma. Sono io che ringrazio per l’intervista e saluto tutti gli amici di Nexus italiano.

tratto da Nexus

Published by admin on 28 Mar 2009

FMI: Il peggio deve ancora venire

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Il peggio deve ancora venire. Il Fondo monetario internazionale, che ieri a Washington ha pubblicato i nuovi aggiornamenti della situazione economica internazionale, avverte che «non c´è da illudersi», che «davanti a noi abbiamo ancora tempi molto difficili» e che dunque bisogna agire «con decisione e varare nuove misure di stimolo». Il quadro, già allarmante, viene dipinto con toni ancora più preoccupati dall´Fmi che invita le autorità del globo ad affrontare con decisione il problema della capitalizzazione delle banche (senza escludere le nazionalizzazioni) e a tagliare il nodo degli «asset tossici» prodotti dalla crisi dei mutui subprime. Il panorama delle stime di crescita a livello globale si fa sempre più fosco: è confermato che quest´anno il Pil mondiale per la prima volta in sessant´anni, all´incirca dalla Seconda guerra mondiale, si contrarrà (tra lo 0,5 e l´1,5 per cento) mentre quello delle economie avanzate subirà una riduzione valutata tra i 3 e i 3,5 punti percentuali. Una «crescita graduale» si avrà solo a partire dal prossimo anno.

La situazione dell´Italia non è diversa da quella degli altri paesi, ma i dati sul deficit-Pil, stimato dall´Fmi per il 2009 al 4,8 per cento (5,2 nel 2010), desta particolare allarme per la cronica instabilità dei nostri conti pubblici. L´aggiornamento appesantisce notevolmente le proiezioni del governo che, nel recente Programma di stabilità, prevedeva per quest´anno un deficit-Pil al 3,7 per cento: al disavanzo si aggiunge ora un 0,2 per cento di Pil pari al costo delle misure anticrisi.

Non consola che la media dei deficit dei paesi del G20 arriverà al 5,9 per cento, che la Germania sarà al 4 e la Francia al 6 per cento. Tant´è che il direttore esecutivo dell´Fmi per l´Italia, Arrigo Sadun, ha sentito il bisogno di esprimersi con toni rassicurati: «L´Italia non è a rischio default, siamo meno esposti degli altri alla crisi dei subprime e dei derivati», ha detto ieri a Parigi. Il Fondo dedica anche uno studio al mercato del lavoro italiano giudicato arretrato e urgentemente da riformare.

Quanto agli Stati Uniti, che quest´anno, sempre secondo l´Fmi, vedranno una riduzione del Pil del 2,6 per cento, si cercano con il lanternino alcuni segnali di vitalità dell´economia che marginalmente emergono. E´ il caso dell´indice dell´attività manifatturiere dell´area di Philadelphia, redatto dalla locale Fed, che ha ridotto le perdite: -35 a marzo rispetto a -41,3 a gennaio. Lo stesso vale per il sussidio di disoccupazione: nella settimana terminata il 7 marzo ha raggiunto il record di 5,4 milioni di americani. Tuttavia le richieste in quest´ultima settimana monitorata sono calate: sono state 12 mila in meno.
di Roberto Petrini

Published by admin on 28 Mar 2009

La crisi finanziaria… ingrasserà le banche

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E’ evidente che la maggior parte dei cittadini si senta confusa di fronte alla crisi che si è scatenata nelle ultime settimane.
In ogni caso, anche se tutti parlano della crisi, ci sono davvero poche idee chiare che permettono ai cittadini di sapere con certezza quello che sta succedendo.

Le questioni che dobbiamo conoscere prima di tutto per comprendere la crisi attuale sono le seguenti.
E’ una crisi derivata dai mutui. All’origine ha preso corpo nel mercato americano dei mutui ipotecari.
In seguito all’enorme espansione del settore immobiliare si generò una massiccia offerta di mutui ipotecari, dei quali quasi un quinto vennero concessi a famiglie che riuscivano appena a pagarli quando i tassi di interessi erano molto bassi.
Quando cominciarono gli aumenti nei tassi di interessi e le rate dei mutui diventarono più care cominciarono anche le insolvenze.
Questo colpì immediatamente le banche che avevano concesso questi prestiti, ma, visto quello che di solito accade con questi crediti inesigibili, la crisi si estese. Le banche, infatti, avevano venduto, a loro volta, i titoli rappresentativi dei crediti ipotecari nei mercati finanziari. Questo è il modo nel quale le banche convertono il debito delle famiglie in un enorme affare perché non solo ricevono il denaro che prestano ma anche gli interessi, fino a quando non ottengono ulteriori guadagni negoziando i titoli di credito.
Si genera un effetto a catena che è quello che provoca l’estensione della crisi.
Quando si sottoscrive un mutuo si crea un titolo finanziario. Le banche statunitensi collocarono nel mercato milioni di questi titoli che furono acquistati da altre banche e da investitori di tutti i paesi.
E’ per questo che quando si è scatenata la crisi dei mutui ipotecari si è innescata anche una crisi finanziaria, visto che le insolvenze crescenti pregiudicano in seguito la sicurezza e la redditività delle grandi banche e dei fondi di investimento internazionali. Quando si vedono le perdite non solo si perde il denaro, ma si disinvestono anche i fondi dai mercati, arrivando al punto di frenare o paralizzare i flussi finanziari internazionali, in maggiore o minore dimensione a seconda della propria partecipazione ai fondi stessi.
Si produce così una crisi di liquidità, non perché manchino i mezzi di pagamento ma perché si preleva troppo denaro e questo accade perché al giorno d’oggi la stragrande maggioranza degli strumenti di pagamento è “fittizia”, vale a dire, carta finanziaria più o meno come i titoli rappresentativi di mutui ipotecari dei quali ho parlato sopra e che sono legati principalmente ad operazioni di carattere speculativo.
Se all’inizio la crisi si scatena nell’ambito dei mutui ipotecari, in quello delle banche o della finanza, in seguito compromette l’economia reale (vale a dire, quella che ha a che vedere con la produzione effettiva di beni e di servizi e non con “carte” finanziarie).
L’impatto di questa crisi sull’economia reale si produce per precisi motivi.
In primo luogo, poiché la crisi dei mutui ipotecari colpisce logicamente in modo diretto il settore immobiliare che, come si sa, è stato uno dei motivi principali dello sviluppo economico negli ultimi anni.
La crisi dei mutui ipotecari porterà senza dubbio a licenziamenti non solo nel settore delle costruzioni, ma anche nelle attività che sono in relazione con il settore immobiliare. In secondo luogo, quando si profila una crisi le banche e gli investitori reagiscono, come ho detto, ritirando i propri fondi dal mercato e generando una carenza di liquidità. La spesa totale ne risente e, di conseguenza, l’insieme delle attività economiche “reali”.
In terzo luogo, e come corollario a quanto già detto, le banche centrali si trovano di fronte ad un dilemma perverso: da una parte quello che fanno (e che hanno fatto) è mettere a disposizione delle banche centinaia di migliaia di milioni di dollari (con una generosità che manca loro quando vengono colpite dalla crisi le persone e le zone meno fortunate del pianeta). Quello che fanno le banche centrali è di incentivare i possessori di risorse finanziarie al fine di far collocare nei mercati le risorse che questi hanno prelevato. Innanzitutto si arricchiscono così i proprietari del capitale che svolgono un’attività finanziaria e in secondo luogo contribuisce alla riduzione degli investimenti e dei consumi, deteriorando, come ho già detto, l’attività economica nel suo complesso.
Di fatto, è probabile che quello che sta succedendo sia che molte di queste banche non sappiano nemmeno con sicurezza fino a che punto siano coinvolte con la crisi. Gli investimenti che realizzano nei mercati finanziari sono come dei castelli di carte, una sull’altra e con struttura piramidale, fatte in modo che il detentore finale del titolo non sappia bene quale sia l’operazione finanziaria originaria che ha creato il titolo che lui adesso sta comprando o cercando di vendere, operazione che le nuove tecnologie permettono di realizzare in modo veloce e anonimo.
Le banche (e in generale i grandi detentori di mezzi finanziari) si sono trasformate nell’asse attorno al quale gira la vita economica. Direttamente o indirettamente (grazie ai finanziamenti) sono le vere protagoniste della bolla speculativa immobiliare degli ultimi anni, delle acquisizioni speculative delle imprese e delle oscillazioni delle borse.
Però adesso il problema è se, dopo aver collocato i loro mezzi in tante operazioni speculative, in questo momento sono in condizione di sopportare una crisi di liquidità finanziaria, una drastica diminuzione della capacità di indebitamento delle famiglie e delle imprese, insolvenze più o meno generalizzate, o l’esplosione di una bolla immobiliare che porterà ad una diminuzione del valore dei loro attivi. Vale a dire se adesso disporranno di mezzi sufficienti per far fronte alle domande di denaro e se avranno a disposizione i mezzi finanziari richiesti dalla vita economica.
Non è azzardato sospettare che questo stia già accadendo e che la grande quantità di liquidità che le banche centrali hanno immesso nel mercato avesse lo scopo di essere un palliativo alle responsabilità delle banche degli ultimi anni.
Di fatto è sorprendente la mancanza di informazione e la mancanza di trasparenza con le quali le autorità economiche gestiscono la crisi. Può essere che quello che sta succedendo sia qualcosa di più che una crisi prodotta da una cattiva gestione del portafoglio dei grandi investitori derivante dai problemi causati dalle ipoteche nelle famiglie, che generano, a loro volta, una crisi di liquidità. Vale a dire che ci troviamo in una crisi che, oltre a questo, colpirà la struttura patrimoniale delle banche, nel qual caso la situazione attuale porterebbe a conseguenze più gravi e di più ampio spettro.
In questo caso saremmo di fronte ad una crisi gravissima che obbligherà (per salvaguardare gli utili e lo status quo delle banche) a stabilire una sorta di “recinto globale” o localizzato secondo come si deciderà, vale a dire, un blocco del denaro depositato nelle banche per favorire (come è stato fatto in Argentina) il recupero dell’insolvenza bancaria.
Come sappiamo il funzionamento degli affari delle banche si basa su di un principio molto semplice: si raccolgono risparmi, se ne tiene da parte una quota per far fronte alle domande di rimborso e con il resto si fanno operazioni redditizie.
Tradizionalmente queste operazioni consistevano nel prestare denaro ad imprenditori che creano beni e servizi oppure a consumatori. Però nell’ultimo decennio l’attività bancaria è cambiata ed è passata principalmente a forme di allocazione del risparmio in operazioni finanziarie speculative.
La conseguenza di tutto questo è lo straordinario aumento dell’instabilità del sistema e del rischio che questo si assume, e la domanda che oggi è inevitabile farsi è se in questa stupida corsa al profitto le banche non siano arrivate al parossismo e al rischio eccessivo.
Questo è un problema che riconoscono persino gli economisti liberali più sensati e coerenti quando criticano l’attuale regime delle banche e propongono un sistema di riserva bancaria al 100% per evitare di arrivare ad un vero e proprio collasso economico.
Come ogni altra questa crisi ha dei chiari danneggiati.
Che è lo stesso che dire che la crisi si paga in termini di impiego, di attività economica e di creazione della ricchezza.
Non tutti perdono con la crisi. Al contrario, da essa escono rinforzate le banche e i grandi possessori di capitali.
Da un lato, occorre tener conto che le banche impiegano solo una piccola parte del proprio patrimonio in titoli rischiosi, in modo che un rialzo dei tassi di interesse si ripercuoterà in modo favorevole nelle sue entrate totali.
Altro effetto della crisi darà che si concentrerà molto di più la proprietà di mezzi economici e finanziari. I grandi immobiliaristi e le banche hanno accumulato centinaia di migliaia di alloggi e di terreni che in gran parte sono stati finanziati gratis grazie alla bolla speculativa che loro stessi hanno contribuito a creare. Alla fine l’effetto della crisi immobiliare, della crisi finanziaria e della crisi dell’economia reale si trasmette, com’è logico, ai guadagni delle imprese e alle quotazioni di borsa delle loro azioni. E anche in questo mercato si producono movimenti massicci di vendita che porteranno i grandi investitori ad approfittarne per accumulare proprietà aziendali, concentrando così il potere nelle grandi banche e nelle grandi imprese sul complesso dell’economia.
È quella che viene chiamata economia finanziarizzata e che è intrinsecamente instabile e propensa a creare crisi.
Al momento si è verificato negli Usa, ma si verificherà anche in altri paesi.
Da un lato ho già detto che la crisi non produce solo danneggiati ma anche grandi e privilegiati beneficiari. Inoltre risulta che è impossibile evitare questo tipo di crisi nel contesto finanziario e globale del capitalismo neoliberale dei nostri giorni. Tutto questo vuol dire che il terreno dove si è sviluppata la crisi attuale non è solo quello dei mutui ipotecari, e che sarà più o meno facile arrestarla a seconda di come funzionerà l’economia capitalista dei nostri giorni nel suo intorno.

di Juan Torres López

Published by admin on 27 Mar 2009

Parenti in cattedra, atenei da vergogna

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Se in vita vostra avete solo collaborato a un lavoro «scientifico» di una pagina (una!) scritto con altre cinque persone e presentato a un convegno ma mai pubblicato su una rivista internazionale, non disperate: potete sempre vincere un concorso universitario. Basta esser nati sotto la giusta congiunzione astrale. Come successe al «professor » Giovanni Lanteri. Che vinse appunto un posto da «associato» all’Università di Messina presentando 2 pubblicazioni. La prima («Studio preliminare sull’espressione immunoistochimica dell’Eritropoietina… ») fu subito scartata dagli stessi commissari: «Non venga presa in considerazione ai fini della presente valutazione ». La seconda («A new outbreak of photobacteriosis in Sicily») è finita nel fascicolo dell’inchiesta giudiziaria col giudizio del Ministero dell’Università consultato dai magi-strati: «Priva di rigore metodologico. Non è possibile individuare il singolo apporto di ciascuno dei sei autori».
L’episodio, sconcertante, è uno dei tantissimi raccolti da Nino Luca, un collega del «Corriere.it», in un libro appena uscito da Marsilio: Parentopoli. Quando l’università è affare di famiglia. Un reportage durissimo e spassoso su uno degli aspetti più controversi dell’università, quello dei concorsi sospetti. Che troppo spesso finiscono col consegnare la cattedra a mogli, figli, cognati, amici e amici degli amici.
Immaginiamo già l’obiezione: non ci son solo i baroni e le clientele e le apocalittiche classifiche internazionali! Giusto. È vero che la situazione «cambia drasticamente se si concentra l’analisi sulle singole aree disciplinari» (come ricorda Domenico Marinucci, direttore del Dipartimento diMatematica di Tor Vergata, 19˚ in Europa tra le eccellenze del settore e meno afflitto dalla cronica povertà di docenti stranieri), vero che nelle «hit parade» avulse la «Normale » è stabilmente nelle prime venti al mondo, vero che tanti ragazzi usciti dai nostri atenei vanno alla conquista del mondo.
Il reportage di Nino Luca, però, proprio per l’abbondanza di episodi così incredibili da risultare irresistibilmente comici, mette spavento.
A partire dalla disinvolta e allegra spudoratezza con cui tanti rettori irridono alle perplessità di chi non riesce a capacitarsi di come, ad esempio, possano essere circondati da tanti parenti.
Come Gennaro Ferrara, da 22 anni alla guida della Parthenope di Napoli: «Ma lei vuole fare un articolo serio o un articolo scherzoso? No, perché se lei vuole fare un articolo scherzoso, io ci sto». Come mai ha portato con sé all’università la seconda moglie, il di lei fratello, la figlia e i mariti delle due figlie? La risposta: «Se trattiamo “parentopoli” in termini scandalistici non va bene». Poveri figli, poi…«Devono dimostrare ogni giorno di valere…». Alcuni casi raccontati sono noti, come quello d’una torinese bocciata a un concorso che mesi fa si sfogò con «La Stampa» d’esser stata trombata, scusate il bisticcio, perché non aveva «più voluto compiacere sessualmente» il direttore della scuola di specializzazione. O quello della famiglia Massari che «porta l’Università di Bari nel Guinness dei primati» grazie al piazzamento nei dintorni della facoltà di economia di otto-Massari-otto: Antonella, Fabrizio, Francesco Saverio, Gian Siro, Gilberto, Lanfranco, Manuela e Stefania. O quello del preside di Medicina e rettore della «Sapienza» Luigi Frati («Parentopoli? Voi giornalisti sapete fare solo folclore!», ha urlato a Luca), un uomo tutto casa e ufficio dato che nella sua facoltà lavorano la moglie Luciana Angeletti, il figlio Giacomo e la figlia Paola, che nell’aula magna di Patologia ha fatto la festa di nozze.
Altri casi sono meno conosciuti. Come quello di un recentissimo concorso per due posti alla Facoltà di Medicina e Chirurgia della Bicocca di Milano con cinque soli concorrenti tra i quali tre figli (due vittoriosi, ovvio) di docenti della stessa Facoltà di Medicina e Chirurgia. O quello della condanna a un anno di reclusione per abuso d’ufficio (pena sospesa) e a uno d’interdizione dai pubblici uffici (per aver danneggiato la professoressa Antonina Alberti durante un concorso) di Fernanda Caizzi Decleva, moglie del presidente in carica della Crui, la conferenza dei rettori.
La cosa più interessante del reportage, però, al di là della sottolineatura di certe bizzarrie (come quella che riguarda l’ex rettore di Bologna Fabio Roversi Monaco, che ha incassato 11 lauree honoris causa da vari atenei mondiali distribuendone in parallelo 160 a gente varia, da Madre Teresa di Calcutta a Valentino Rossi), sono le chiacchierate tra l’autore e alcuni dei protagonisti del mondo accademico italiano.
Come quella con Augusto Preti, che diventò rettore a Brescia nel lontanissimo 1983, quando erano ancora vivi Garrincha e David Niven, e scherza: «Io sono il potere assoluto». O Pasquale Mistretta, il rettore di Cagliari, secondo il quale «molti figli illustri, proprio a causa dei complessi d’inferiorità verso i padri, a volte si sono smarriti: alcuni sono finiti anche nel tunnel della droga», quindi forse «quando un padre va in pensione, come un tempo succedeva in banca o all’Enel, è logico che ci sia un occhio di riguardo» per i figli.
Il meglio, però, lo dà il professore Giuseppe Nicotina spiegando come il suo Ludovico avesse vinto in solitaria un concorso per ricercatore: «I figli dei docenti sono più bravi perché hanno tutta una “forma mentis” che si crea nell’ambito familiare tipico di noi professori». Insomma: è una questione quasi genetica. Se poi una spintarella aiuta la forma mentis..

di Gian Antonio Stella

Published by admin on 26 Mar 2009

I mille privilegi di un’Italia che non cambia

Non è assolutamente vero, come sostengono molti commentatori, che nella politica italiana è difficile, se non impossibile, raggiungere intese tra maggioranza e opposizione. Non è vero perché di accordi, sostanzialmente taciti, se ne fanno tutti i giorni. Purtroppo non per costruire qualcosa, ma per lasciare tutto come prima. Soprattutto quando si parla di conservare privilegi, di mantenere seggiole e poltrone, di garantire finanziamenti, di sussidiare iniziative più o meno culturali. L`intesa costante è quella di applicare le due regole auree della politica: se possibile “quieta non movere et mota quietare” e se proprio si deve fare qualcosa “facimm` ammuina”, cioè facciamo finta di cambiare tutto per lasciare tutto come prima. Non sorprende che in questa dimensione si debba ancora parlare dell`Italia devi Faraoni, delle «mille caste del potere pubblico che stanno dissanguando l`Italia», come spiega il documentatissimo libro che Aldo Forbice e Giancarlo Mazzuca hanno dedicato non solo e non tanto ai costi della politica, ma soprattutto agli intrecci di un sistema di potere che non è mai riuscito a tagliare i fiumi degli sprechi del settore pubblico allargato. E così si scopre che i Faraoni sono dappertutto. Perché l`Italia «è il Paese delle caste, delle castine, delle lobby e delle corporazioni, ma anche dei furbi e dei furbetti. Un Paese in cui tutti o quasi tutti hanno qualcosa da chiedere, da rivendicare, ma pochi sono disponibili a fare il loro dovere, a dare una contropartita o anche solo un obolo per gli interessi generali». Con il paradosso, per esempio, di un organo come la Corte dei conti, che dovrebbe essere il severo controllore della spesa pubblica, e che diventa uno degli enti più pletorici e costosi, così come il Cnel, le cui funzioni originarie si sono perse nei rivoli di studi e relazioni che nessuno utilizza. L`analisi di Forbice e Mazzuca solleva il velo sui mille. finanziamenti, pubblici naturalmente, che si disperdono per finalità culturali e che arrivano ai grandi teatri e alle feste paesane, ai giornali più autorevoli così come ai bollettini dei circoli della caccia, alle università di eccellenza così come alle cattedre senza allievi. Non poteva mancare uno dei temi maggiormente simbolici dell`incapacità dello Stato di riformare se stesso: la sopravvivenza delle Province dopo l`istituzione delle Regioni e di fronte alla necessità, a parole da tutti condivisa, di restituire efficienza e razionalità al rapporto tra i cittadini e le istituzioni. Le Province sono l`esempio più clamoroso della resistenza dei piccoli poteri e della moltiplicazione dei centri di spesa, del radicamento di un sistema pletorico e per sua natura inefficiente. Ma guai a toccare le Province e i posti di presidente, assessore, consigliere provinciale. In Italia non si abolisce nulla, nel miope tentativo di mantenere il consenso di tutti. Con il risultato tuttavia di far crescere quel partito dell`antipolitica che rischia di minare pericolosamente le radici stesse della democrazia.

di Gianfranco Fabi

Published by admin on 25 Mar 2009

Segnali di implosione

Settembre del 2008 ha segnato un punto di inflessione nel processo di recessione che veniva ingrandendosi negli Stati Uniti durante lo stesso anno: è crollato il sistema finanziario e la recessione ha iniziato a espandersi rapidamente nel mondo al medesimo tempo in cui si evidenziavano sintomi molto chiari di uno scivolamento globale verso la depressione, la cui “esistenza” è iniziata ad essere ammessa solo a inizio 2009. Ora stiamo assistendo ad un concatenarsi internazionale di tracolli finanziari e della produzione accompagnati da un senso di pessimismo ed impotenza delle più alte élite dirigenti, davanti alla possibilità di un collasso generale.

Le dichiarazioni di George Soros e Paul Volcker all’Università di Columbia del 21 febbraio 2009, delineano una radicale rottura (1), di molto superiore a quella che predisse due anni fa Alan Greenspan, quando annunciò la possibilità che gli Stati Uniti entrassero in recessione. Volcker ha ammesso che questa crisi è di molto superiore a quella del 1929, questa stessa cosa significa la mancanza di riferimenti nella storia del capitalismo, l’impossibilità di fare confronti con crisi anteriori e anche, (principalmente) la mancanza di rimedi conosciuti.

Perchè il 1929 e la depressione che seguirono vengono associati all’esito dell’applicazione della teoria keynesiana e all’intervento massicio dello Stato come salvatore ultimo del capitalismo, e quello a cui stiamo assistendo è la più grande inefficienza da parte degli stati per superare la crisi. In realtà la valanga di denaro che lanciano sui mercati soccorrendo banche e alcune grandi imprese, non solo non blocca il disastro in corso, ma sta creando le condizioni per una catastrofe inflazionaria, prossima bolla speculativa.

Implosione capitalista?

Da parte sua George Soros ha confermato l’evidente: il sistema finanziario si è disintegrato, a questo aggiunge che ci sono similitudini tra la situazione attuale e il crollo dell’Unione Sovietica. Quali sono queste similitudini? Come sappiamo il sistema sovietico cominciò a incrinarsi a fine anni ’80 per disintegrarsi completamente nel 1991. La causa è stata attribuita allo sgretolarsi della sua struttura burocratica rendendoli in principio intrasferibile al capitalismo che ospita una vasta burocrazia anche se non egemonica come fu nel caso sovietico. Esiste un processo, una malattia, che non è solamente esclusiva dei regimi burocratici e che si è sviluppata nel capitalismo come nelle precedenti civiltà: si tratta della ipertrofia parassita che saccheggia le forze produttive fino al punto che il sistema rimane paralizzato e non può più riprodursi, rimanendo soffocato dal proprio marciume. Durante il XX secolo il capitalismo incentivò strutture parassite come il militarismo e soprattutto le deformazioni finanziarie che segnarono la sua cultura, il suo sviluppo tecnologico, i suoi sistemi di potere. Gli ultimi 30 anni hanno visto un’accelerazione del processo abbellito dai discorsi di riconversione neoliberale, di regno assoluto del mercato, che hanno raggiunto il loro apice durante l’ultimo lustro del XX secolo, in piena espansione della bolla borsistica e quando il potere militare degli Stati Uniti sembrava imbattibile.

Però, nella prima decade del secolo XXI, il sistema è iniziato a crollare, l’Impero si è impantanato in due guerre coloniali, la sua economia si è deteriorata velocemente e le bolle di ogni genere (immobiliaria, commerciale, di indebitamento, etc) si sono sparse per il pianeta. Il capitalismo finanziario era entrato in una vertiginosa fase di espansione che ha schiacciato con il suo peso ogni forma economica e politica, nel 2008 il gruppo dei sette (G7) disponeva di risorse fiscali per un 10 miliardi di dollari contro un 600 miliardi di dollari in prodotti finanziari derivati registrati nella Banca di Basilea, ai quali bisogna aggiungere secondo alcuni esperti, la massa speculativa globale che supera attualmente i 1.000 miliardi di dollari (circa 20 volte il Prodotto Interno Lordo Mondiale - PIL).

Quella montagna finanziaria non è una realtà separata e indipendente dalla cosiddetta economia reale o produttiva. Fu generata dalla dinamica dell’insieme del sistema capitalista, per il bisogno di rendimento delle imprese globali, per il bisogno di finanziamento degli stati. Non è una rete di speculatori autistici lanciati verso un’avventura di autosviluppo suicida, bensì l’espressione radicalmente irrazionale di una civiltà in decadenza (tanto a livello produttivo, come politico, culturale, ambientale, energetico, etc). Da più di quattro decenni il capitalismo globale del G7 sopporta una crisi cronica di surplus di produzione, accumulando capacità produttiva davanti ad una domanda che cresceva si, ma sempre meno. La droga finanziaria è stata un salvagente che ha migliorato i benefici spingendo il consumo nei paesi ricchi, anche se, a lungo termine, avvelenando completamente il sistema.

E’ diventato di moda attribuire la crisi agli speculatori finanziari e secondo quello che ci spiegano alti dirigenti politici e mediatici, le turbolenze arriveranno alla fine solo quando “l’economia reale” imporrá la sua cultura produttiva sottomettendo alle regole del buon capitalismo le reti finanziarie oggi fuori controllo. Comunque a metá del decennio attuale negli Stati Uniti più del 40% dei benefici delle grandi corporazioni provenivano da negoziazioni finanziarie (2), in Europa la situazione era simile. In Cina, nel momento di maggior auge speculativo (fine del 2007) solo la bolla borsistica muoveva fondi quasi equivalenti al valore del Prodotto Interno Lordo (3) alimentati da impresari privati e pubblici, alti burocrati, professionisti, etc. Quindi non si tratta di due attivitá, una reale e l’altra finanziaria, nettamente differenziate, bensì di un solo insieme eterogeneo e reale di affari. È quell’insieme che si sta velocemente sgonfiando ora, implodendo dopo essere arrivato al suo massimo livello di espansione possibile nelle condizioni storiche concrete del mondo attuale. Sotto l’apparenza imposta dai mezzi globali di comunicazione di un’implosione finanziaria che colpisce negativamente l’insieme delle attività economiche, quasi come una pioggia tossica che attacca le verdi praterie, appare la realtà del sistema economico globale come totalità che si contrae in maniera caotica.

Segnali

Le dichiarazioni di George Soros e di Paul Volcker furono fatte pochi giorni prima che il governo rendesse pubbliche le cifre ufficiali della caduta del Prodotto Interno Lordo dell’ultimo trimestre del 2008 rispetto allo stesso del 2007. La prima stima ufficiale aveva fissato la caduta in un 3,8% che risultò essere una grande menzogna, perchè ora risulta che la contrazione è arrivata al 6,2% (4): questa già non è recessione, bensì depressione. Il Giappone, da parte sua, per lo stesso periodo ha avuto una decrescita del suo PIL nell’ordine del 12% e nel gennaio 2009 le sue esportazioni sono cadute di un 45% se paragonate col gennaio 2008 (5). In Europa la situazione è uguale o forse peggiore, a seguito del crollo finanziario dell’Islanda, la minaccia di fallimento economico di vari paesi dell’Europa dell’Est, come la Polonia, Ungheria, Ucrania, Lettonia, Lituania, etc, minaccia in maniera diretta le banche creditrici svizzere e austriache, che potrebbero sprofondare come l’Islanda. In tutto questo, i grandi paesi industrializzati come Germania, Inghilterra o Francia vanno passando dalla recessione alla depressione. Le previsioni riguardanti la Cina, annunciano per il 2009 una riduzione del tasso di crescita della metá rispetto a quello del 2008. Le sue esportazioni in gennaio 2009 sono state inferiori del 17,5% rispetto quelle di gennaio 2008 (6). Questa brusca frenata del centro vitale del sitema economico non ha prospettive di recupero mentre si è in depressione globale, pertanto il suo ritmo di crescita continuerà a scendere.

Che Soros e Volcker parlino di una prospettiva di collasso del sistema economico mondiale non significa che essa si debba produrre in maniera inevitabile, anche perchè dopo tutto una delle principali caratteristiche della decadenza di una civiltà, come quella che stiamo vivendo, è l’esistenza di una profonda crisi nella percezione della realtà da parte delle élite dominanti, anche se l’accumulazione di dati economici negativi e le proiezioni realistiche per i prossimi mesi, ci stanno indicando che la gran catastrofe annunciata ha buone probabilità di realizzarsi. A questa conclusione contribuisce l’impotenza accertata dei presunti “organi di controllo” del sistema (governi, banche centrali, FMI, etc) e la rigidezza politica dell’Impero. Aver ampliato lo scenario di guerra in Afghanistan preserva il potere del complesso militare-industriale, gigante parassita, il cui costo reale (qualcosa come un miliardo di dollari) equivale all’80% del deficit fiscale degli Stati Uniti.

Disintegrazione, implosione, suddivisione.

La disintegrazione-implosione del sistema non significa che esso si trasformerà in un’unione di sottoinsiemi capitalisti o blocchi regionali più o meno forti, dei quali qualcuno prospero e altri declinanti (l’unipolarità americana convertendosi in multipolarità, si suddivide organizzatamente attorno a nuovi o vecchi poli capitalisti). L’economia mondiale altamente globalizzata, dalla forma di un denso groviglio di scambi produttivi, commerciali e finanziari, penetra profondamente nelle “struttura nazionali”. Investimenti e dipendenze commerciali la vincolano in maniera diretta o indiretta ai nuclei decisivi del sistema globale.

In termini generali per un paese o una regione la rottura dai suoi lacci globali o un suo significativo indebolimento implicano un’enorme rottura interna, la scomparsa di settori economici decisivi con le conseguenze sociali e politiche che da ciò ne derivano.

In più il sistema globale fino ad ora era organizzato in modo gerarchico tanto nel suo aspetto economico come in quello politico-militare (unipolarismo) risultato della fine della Guerra Fredda e della trasformazione degli Stati Uniti nei padroni del pianeta, non solo nello spazio di concentrazione delle decisioni commerciali e finanziarie – cosa che accadeva già da più di sei decenni - ma anche a riguardo delle grandi decisioni politiche.

Il crollo dei paesi facenti parte al G7, in piena depressione economica internazionale, funge da detonatore per una catena di crisi globali (economiche, politiche, sociali, etc) di intensitá crescente.

Recentemente Zbigniew Brzezinski ha messo da parte le sue riflessioni a riguardo della politica internazionale per avvisarci a riguardo di possibili inasprimenti dei conflitti sociali negli Stati Uniti, che secondo lui potrebbero degenerare in violenti scontri (8). Da parte sua e secondo una prospettiva ideologica opposta, Michael Klare ci ha delineato la mappa delle proteste popolari che hanno attraversato tutti i continenti, paesi ricchi e poveri, dal Nord al Sud, iniziate nel 2008 come conseguenza della crisi alimentare, prima nei paesi periferici, che ora però inizia ad espandersi globalmente come risposta all’aggravarsi della depressione economica (9). Il moltiplicarsi delle difficoltà nella governabilità ci aspetta da qui a breve.

L’ipotesi di implosione capitalista apre lo spazio per la riflessione e l’azione intorno all’orizzonte postcapitalista dove si mischiano vecchie e nuove idee, illusioni fallite e lungo apprendistato democratico del secolo XX, con freni conservatori che legittimano tentativi neocapitalisti e visioni rinnovate del mondo incoraggiate da grandi innovazioni sociali.

L’agonia della moderna borghesia con le sue barbarie senili, la rottura dei blocchi ideologici, delle strutture oppressive, ci dà speranza in una rigenerazione umana delle relazioni sociali.

di Jorge Beinstein

Published by admin on 24 Mar 2009

Crisi: decrescita o guerra, a voi la scelta

Per Maurizio Pallante, fondatore del Movimento per la Decrescita Felice, la crisi e la recessione che sta colpendo le diverse nazioni del nostro pianeta ha solo due sbocchi: la decrescita felice (cosa diversa dalla recessione) o la guerra. Forse avrà torto, ma un dato fa riflettere. Dalla crisi del ’29 se ne uscì solo con la Seconda Guerra Mondiale.

Decrescita e crescita distruttiva
Ci sono due modi per uscire dalla crisi, uno è la decrescita l’altro la guerra

In questi giorni in televisione si parla incessantemente di crisi e di recessione. Per Maurizio Pallante siamo veramente in crisi o è un’invenzione mediatica?

“Siamo veramente in crisi ed è una crisi più grave di quella del ‘29 perché questa volta alla crisi economica e finanziaria si aggiunge la crisi ambientale nella sua duplice veste di esaurimento o comunque rarefazione delle risorse e incremento delle varie forme di inquinamento e dell’effetto serra”.

Dal punto di vista economico qual è il fattore di crisi reale?

“In un sistema economico fondato sulla crescita che ogni anno deve produrre sempre di più, la capacità di assorbire, di comprare tutto quello che viene prodotto, diminuisce progressivamente fino al momento in cui l’offerta supera sistematicamente la domanda. La crisi è partita in conseguenza del fatto che le banche americane hanno dato dei mutui per comprare case alle famiglie americane che non avevano soldi per poterli restituire; si sono comportati in questa maniera perché così sostenevano le industrie dell’edilizia e facevano salire una domanda che il mercato non avrebbe espresso e consentivano alle offerte di case di poter essere assorbite.

Nel momento in cui le persone che hanno avuto il mutuo non sono state più in grado di pagarlo, le banche hanno cominciato a requisire le case e a metterle sul mercato. Ma mentre nella fase precedente dando dei mutui tenevano alta la domanda e quindi anche i prezzi, nella fase successiva - vendendo le case - aumentavano l’offerta senza che ci fosse una rispettiva domanda in grado assorbirla; quindi il prezzo delle case è crollato e si è scatenata una doppia crisi: quella dell’edilizia e quella della finanza americana che si è poi estesa rapidamente a tutto il resto del mondo”.

In questa situazione molto problematica di crisi economica ed ambientale, qual è la ricetta o la proposta del Movimento per la Decrescita Felice?

“Qualcuno dice che siamo in una fase di decrescita e che quindi noi abbiamo ottenuto il nostro obiettivo. Quello che in molti non hanno ancora capito è, invece, che tra la recessione e la decrescita c’è la stessa analogia che c’è tra chi digiuna perché non ha da mangiare e chi digiuna perché vuol fare una dieta. Chi digiuna perché non ha da mangiare, non fa una libera scelta e sta peggio. In una società fondata sulla crescita della produzione, la recessione è una cosa non voluta, che peggiora tutto il quadro sociale ed economico della società.

Chi fa una dieta, invece, fa una libera scelta e lo fa per migliorare le condizioni della sua vita. La decrescita è una libera scelta di cosa produrre, di cosa non produrre più, e come produrre ciò che si decide di continuare a produrre”.

Casa Bianca e burattini
La crisi è reale, per Maurizio Pallante ed è intrinseca a come è stata gestita la società della crescita

In che maniera, quindi, la decrescita può essere la via d’uscita della recessione?

“La decrescita è la diminuzione della produzione e del consumo di merci che non sono beni. Ad esempio, se si lavora per rendere una casa più efficiente, diminuisce la produzione di gasolio in più che si consuma in una cosa mal costruita che disperde. In questo modo si crea occupazione, si rilancia l’economia attraverso una riduzione dell’importazione di petrolio e il trasferimento dei soldi che si risparmiano in salari e stipendi per le persone che lavorano nelle tecnologie che consentono di risparmiare il petrolio. Se ci sono delle tecnologie che riducono il consumo di merci che non sono beni, queste tecnologie creano occupazione ,creano il denaro necessario a pagare l’occupazione con i risparmi che consentono, e riducono l’impatto ambientale.

Quindi sono una maniera intelligente e positiva per uscire dalla recessione, con un salto di qualità che migliora il mondo e fa tornare il lavoro alla sua funzione di migliorare il mondo anziché essere soltanto un’attività che da uno stipendio”.

Quindi, paradossalmente, secondo te la risposta alla recessione è la decrescita?

“Sì, questa è una delle due risposte possibili, l’altra risposta possibile è la guerra. La guerra, infatti, distruggendo delle risorse costringe a produrre delle armi e in seguito a ricostruire. Non è un caso che dall’inizio del nuovo secolo, le guerre siano aumentate, soprattutto in Iraq e in Afganistan dove si stabilisce il controllo dei flussi del petrolio e delle fonti energetiche. Quindi la decrescita non è una soluzione scontata; è una soluzione possibile, e fra le due soluzioni è quella migliore, non solo perché la guerra è il male assoluto, ma perché la decrescita consente e offre le condizioni per poter migliorare la situazione ambientale ed ecologica”.

Tu ci credi che si prenderà la via della decrescita concretamente oppure il mondo Occidentale non è ancora pronto?

“Il mondo Occidentale non ha ancora capito. Se lo avesse fatto, i vari governi non si concentrerebbero sul rilancio dell’industria automobilistica o su quello della domanda attraverso le opere pubbliche (vedi TAV, Mose o Centrali nucleari). Anche Obama, che viene tanto santificato, accanto alle fonti rinnovabili e al risparmio energetico, nella sua politica energetica prevede anche le centrali nucleari e il carbone pulito. Fa un mix di tutte queste cose

I governi, quindi, non hanno ancora capito. Coloro che fanno il discorso sulla decrescita sono pochi e non riescono ad influenzare i molti. L’unica possibilità che la situazione si sblocchi è che la crescita delle difficoltà vissute dalle persone faccia maturare rapidamente all’interno delle popolazioni l’esigenza una soluzione di carattere diverso.

Affinché da questo disagio, da questa sofferenza, maturi la convinzione che la decrescita sia la soluzione, è necessario che i gruppi che attualmente si stanno occupando di decrescita siano in grado di influenzare sempre di più l’opinione pubblica, trovino la capacità di comunicare le loro idee ad una cerchia più ampia”

Sai se fuori dall’Italia ci sono gruppi che, magari con altre etichette, stanno portando avanti una filosofia del genere, oppure quello della decrescita è un fenomeno solo italiano?

“In Italia c’è una maggiore concretezza rispetto ai cugini francesi, ma questo non dipende solo dal fatto che il movimento della decrescita felice ha fatto una scelta di concretezza. Nel nostro paese, infatti, ci troviamo in un contesto sociale molto ricco e attivo che va dai GAS (Gruppi di Acquisto Solidale), alle banche del tempo, alle botteghe del commercio equo e solidale, al volontariato. Tutti gruppi che si muovono in questa direzione e che hanno già fatto questa scelta. Il nostro movimento, quindi, ha trovato un terreno molto fertile che gli ha permesso di orientarsi verso la concretezza. In altri paesi non mi risulta che esista un fenomeno di questo genere, anche se a livello sociale le popolazioni stanno già cercando di difendersi dagli effetti della crisi attraverso forme di autoproduzione, di solidarietà reciproca. Nelle principali città degli Usa l’autoproduzione di frutta e verdura, ad esempio, ha avuto un impulsso talmente forte che nell’ultimo anno la principale società che vende i semi ha raddoppiato il fatturato. Oltre ai semi si stanno realizzando anche dei piccoli allevamenti di animali da cortile. Nei parchi di Londra che appartengono alla corona inglese, accanto ai fiori si cominciano a coltivare anche degli ortaggi in maniera biologica e c’è un invito molto forte a frequentare dei corsi di aggiornamento per queste colture di carattere biologico per tutte le persone che hanno un giardino in casa. Il 50% del cibo che viene consumato all’Avana viene autoprodotto in piccoli orti familiari.

C’è una tendenza a riscoprire dei modi tradizionali di lavorare, di produrre, di nutrirsi che sono tipici di tutte le situazioni in cui si rompe un meccanismo fondato sulla mercificazione totale e assoluta. Il fenomeno degli orti urbani ha avuto un impulso molto forte dappertutto durante la seconda guerra mondiale. In Italia il periodo dell’autarchia forzata è stato caratterizzato da un’esplosione di creatività e di autoproduzione, di innovazione e di invenzione da parte delle persone, perché le ristrettezze economiche che sono seguite le hanno costrette a riscoprire queste cose”.

Recessione americana
La crisi, per Pallante,è reale. E’ cominciata negli Usa e si è poi propagata in tutto il pianeta

Spesso in Italia si tende a pensare che siamo il paese peggiore del mondo. In base a ciò che hai detto prima, però, l’Italia potrebbe rivelarsi il paese più predisposto al cambio di paradigma! È così?

“Da noi ci sono una compresenza di aspetti estremamente negativi (vedi la difficoltà delle grandi città a far partire una raccolta differenziata a causa di problemi organizzativi, ma anche comportamentali) e alcune punte che stanno dimostrando un’attenzione e una sensibilità molto forte. Credo che l’incedere della crisi faccia emergere questi esempi positivi, imitati poi da un numero sempre maggiore di persone che vedono che chi fa certe scelte di sobrietà, di autoproduzione, di rapporti positivi con gli altri, può stare meglio rispetto a chi non fa queste cose.”.

di Daniel Tarozzi

Published by admin on 24 Mar 2009

Stipendi e buon gusto

Ciò che porta una classe dirigente alla perdizione è sempre il suo distacco dalla realtà. Alla vigilia della rivoluzione francese i nobili continuavano a sfilare in carrozza fra borghesi furiosi e plebei affamati, e non si capacitavano che al loro passaggio quelli non facessero più la riverenza. Lo scandalo di oggi non è l’Obama «socialista» che strilla contro gli stipendi faraonici dei manager delle aziende affogate dai debiti. Lo scandalo sono quei manager, i quali insistono a vivere in una dimensione virtuale, come se la voracità finanziaria degli anni passati li avesse resi insensibili alle ragioni del buon senso, oltre che a quelle del buon gusto.

Lo scandalo, anzi lo scandaletto (parlando dell’Italia è inevitabile rassegnarsi al diminutivo) sono i nostri parlamentari che in tempi di cassa integrazione globale non si riducono di numero e nemmeno lo stipendio, e che volevano lo sconto pure alla buvette. Sono i vassalli e i morti di fama del Potere, che ogni sera replicano nei ristoranti romani le crapule immortalate da Dagospia, nella convinzione di essere oggetto di invidia da parte del popolo bue.

Che, per quanto bue, sta invece iniziando a disprezzarli. Mai come adesso la ricchezza andrebbe maneggiata con cura e goduta sotto traccia, senza ostentazione. Ma è un’impresa difficile per chi proprio nell’ostentazione si era abituato a trovare l’unica forma comprensibile di piacere.

Il cambio di stagione è stato repentino. Fino a un anno fa il lusso dei pochi metteva ancora le ali ai sogni dei tanti: per questo, forse, irritava di meno. I pubblicitari continuavano a raccontare mondi «esclusivi» in cui tutti potevano sperare, un giorno, di infilarsi. La ribellione contro i privilegi era già in atto, ma circoscritta alla casta parafulmine dei politici. Banchieri, manager e suffragette televisive ne erano indenni. Finché l’estate scorsa accadde un piccolo episodio che sancì l’inizio di una nuova fase. Fu la rivolta di cento turisti, a colpi di insulti e secchiate d’acqua, contro un branco di briatori (fra i quali il medesimo Briatore) che turbavano la quiete di una spiaggia sarda con il ronzio invadente dei loro gommoni. Il gavettone dei Cento. Non proprio la presa della Bastiglia, tanto più che i ribelli della Costa Smeralda erano imprenditori e professionisti, mica sanculotti. Ma quegli spruzzi e quelle urla («Ca-fo-ni! Ca-fo-ni!») contro gli esibizionisti del benessere glorificati dai mass media diventarono un emblema e forse anche un sintomo per quei pochi malati che ebbero l’intelligenza di coglierlo. La maggioranza continuò invece come se niente fosse. E continua tuttora.

Fra i politici, gli unici ad aver annusato il mutamento sono stati la Lega e Di Pietro, che vengono chiamati populisti perché hanno ancora qualche contatto con il popolo, quel nuovo proletariato che ormai si estende all’ex ceto medio degli insegnanti e degli artigiani in disgrazia. Non a caso la Lega, così poco obamiana in tante sue manifestazioni, ha obameggiato sugli stipendi dei manager di aziende aiutate dallo Stato, cercando di imporre un tetto di 350 mila euro, subito respinto perché giudicato incostituzionale (ma chissà se è costituzionale guadagnarne 600 al mese in un call center).

Il demone della demagogia è in agguato, per cui ritengo giusto precisare che la ricchezza non è un male, nemmeno in tempo di povertà. Specie se proporzionata ai meriti: non mi hanno mai indignato i guadagni di Maradona, ma quelli delle sue riserve. Il male è l’insensibilità che spesso si accompagna all’eccesso di ricchezza. È la mancanza di sobrietà e di senso del limite. Sarà vero che stiamo assistendo alla «morte del prossimo» (è il titolo di un libro dello psicoanalista Luigi Zoja), ma neppure i privilegiati possono illudersi di continuare a vivere dentro una bolla di menefreghismo senza pagarne mai le conseguenze. Se non gli stipendi, dovrebbero abbassare almeno i toni.

di Massimo Gramellini - 18/03/2009

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