Archive for the 'Senza categoria' Category

Published by LeonBlog on 25 Jul 2009

C’è un tesoretto segreto per i deputati


Ci sono mille modi per sprecare soldi: regalandoli a destra e a manca con prodigalità sospetta, buttandoli dalla finestra per il solo gusto di vederli volare, non volendoli risparmiare per principio, comprando cose inutili, conducendo un tenore di vita superiore alle proprie risorse… Quando di mezzo ci sono soldi pubblici il metodo più semplice è pretenderne tanti sapendo che sono troppi e poi utilizzarne pochi con l’intenzione di mettere la differenza al «pizzo», come dicono a Roma. Alla Camera dei deputati si sono specializzati proprio in questo sistema: da anni battono cassa al Tesoro chiedendo e prendendo 10 per poi spendere 7 e mettere 3 da parte. Qualche volta chiedono 9 e poi si atteggiano a Quintino Sella del Terzo millennio; in realtà è come se continuassero a sprecare 2, perché potrebbero fin da principio rivendicare il giusto senza giochetti. Qualche giorno fa, per esempio, è stata diffusa la notizia che per tre anni la Camera non chiederà un incremento della propria dotazione allo Stato e qualcuno ha salutato il fatto come un esempio di rigore, per una volta proveniente dall’alto. Ma è un abbaglio perché i soldi richiesti da Montecitorio restano ugualmente e strutturalmente in eccesso rispetto alle spese preventivate, che non sono né poche né oculate, anzi. Nonostante la crisi, i parlamentari non hanno perso il vizio di non farsi mancare nulla. E i cospicui avanzi di cassa portati a bilancio non sono frutto di parsimonia, ma di un artificio contabile giocato sulla differenza tra bilancio di cassa e di competenza. La riprova è data dal fatto che le spese vere non diminuiscono, ma crescono anno dopo anno: dell’1,5 per cento nel 2008 e dell’1,3 nel 2009 secondo il bilancio di previsione. Senza rinunciare a quasi nessuno dei privilegi che si sono autoconcessi, i deputati nel corso degli anni hanno messo da parte un fondo cassa che non è uno scherzo, un tesoretto di oltre 343 milioni di euro a fine 2008, così come risulta dal conto consuntivo approvato due settimane fa, salito già a 370 milioni a luglio 2009 e quindi pari a più di un terzo dei- l’intera dotazione annuale di Montecitorio, che nel 2008 è stata di 978 milioni. Una dotazione particolarmente ricca e calcolata in modo assai singolare. Dal momento che i deputati sono 630, il doppio dei senatori, e i dipendenti pure (1.800 circa contro i 990 del Senato dopo gli ultimi pensionamenti di luglio), e poiché il Senato ha un bilancio di circa 500 milioni, alla Camera, sostengono i deputati, deve essere erogata una dotazione doppia. Senza considerare, però, che molte spese fisse risultano praticamente identiche dall’una e dall’altra parte. L’aula in cui si vota, per esempio, è una in entrambe le camere, così come il numero delle leggi approvate è ovviamente lo stesso, e le commissioni idem, e via di questo passo. Anche per la Camera dovrebbe valere il principio elementare delle economie di scala, ma forse a Montecitorio le leggi dell’economia valgono a corrente alternata. Ogni volta che si accingono a redigere un nuovo bilancio i deputati questori partono in pratica con un abbuono ricco e quindi se volessero potrebbero davvero offrire il buon esempio all’inclita e al vulgo chiedendo al Tesoro una dotazione ridotta rispetto alla solita. Potrebbero fare il bel gesto invitando il ministro Giulio Tremonti a utilizzare per qualche buona causa più urgente la differenza, una volta tanto ottenendo l’applauso sincero di chi li ha votati. Potrebbero, magari, indirizzare quel surplus ai terremotati dell’Abruzzo; i terremotati, però, non pagano gli interessi, le banche sì: circa 15,4 milioni di curo nel 2008 su depositi e conti correnti della Camera. Ma perché mai a Montecitorio insistono con il trucchetto di succhiare tanto per spendere meno? Che senso ha? Quel di più probabilmente è richiesto per affrontare gli imprevisti, oltre che per lucrare gli interessi. In primo luogo le temutissime interruzioni di legislatura. Quando capitano, e in Italia purtroppo capitano abbastanza spesso, per le camere è un trauma, non solo perché è come se ai peones di Montecitorio e Palazzo Madama franasse il terreno sotto i piedi, ma anche da un punto di vista economico. La fine repentina della legislatura costa un sacco di soldi, dalle spese minime, come quelle per l’imballaggio delle carte dei parlamentari decaduti, al- l’imbiancatura degli uffici per i nuovi arrivati, dalle buonuscite per chi deve dire addio al Palazzo al numero delle pensioni che ovviamente cresce. Le pensioni risultano proprio uno dei capitoli di spesa più cospicui di Montecitorio, 175 milioni circa, anche perché sono concesse con criteri decisamente più generosi rispetto a quelli richiesti ai comuni mortali. Se, per esempio, ai dipendenti normali servono almeno 36 anni di contributi, ai deputati ne bastano 5, un settimo, per un vitalizio baby di tutto rispetto: 3.300 euro. E poi fra gli imprevisti ci può stare anche l’aumento delle indennità. È vero che deputati e senatori hanno giurato che non avrebbero votato aumenti fino alla fine della legislatura, ma di mezzo c’è la crisi: chi potrebbe giurare che, passata la tempesta, a Montecitorio e a Palazzo Madama non tornino subito a far festa con un ritocchino? Perché nel frattempo nessuno si impegna sul serio nel disboscamento della fitta giungla di privilegi parlamentari grandi e piccoli. Dal telefono ai viaggi gratis, dai 4 mila euro al mese per le spese di soggiorno agli altri 4.190 per la cura dei «rapporti con il proprio collegio di appartenenza», ottenuti a titolo di rimborso, sia che quelle spese ci siano state o no, a prescindere, come avrebbe detto Totò, dal momento che non sono richieste ricevute o pezze d’appoggio. I quattrini vengono erogati sulla fiducia, e forse è anche per questo che chi li prende viene chiamato onorevole. Qualche giorno fa la deputata radicale Rita Bernardini ha cercato di correggere l’andazzo: la sua proposta è stata approvata da 49 deputati e respinta da 428. Una maggioranza schiacciante, per una volta bipartisan.
di Daniele Martini

Published by LeonBlog on 18 Jul 2009

Il rapporto su «Piombo Fuso»: «A Gaza l’ordine era uccidere»

Le denunce raccolte in un rapporto di una ong israeliana per i diritti umani. I racconti di alcuni soldati: l’ordine era «se non sei sicuro, spara». La replica dei vertici di Tsahal: sono testimonianze «anonime e generiche».

Sparare senza preoccuparsi della sorte dei civili palestinesi: questa era la prassi seguita dall’esercito israeliano a Gaza durante l’operazione «piombo fuso», che dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio scorso ha provocato circa 1.300 morti, secondo le testimonianze di una trentina di soldati, che hanno partecipato alle operazioni di guerra, raccolte da «Breaking the silence», un’organizzazione composta da ex militari che si batte per il rispetto dei diritti umani. Il rapporto è composto da 112 pagine e raccoglie le testimonianze anche video di uomini «coinvolti nelle operazioni a ogni livello».
ROMPERE IL SILENZIO
Dalle testimonianze, raccolte dall’organizzazione non governativa israeliana (breakingthesilence.org.il) risulta chiaramente che era meglio colpire un innocente che attardarsi a individuare il nemico, perché la regola era «prima sparare e poi preoccuparsi». Un piano basato sull’imperativo di ridurre al minimo le perdite israeliane, avanzando sempre ad armi spianate. Secondo le testimonianze, l’ordine era: «Se non sei sicuro, spara». Il fuoco, racconta un soldato, «era dissennato, appena raggiunta la nostra nuova postazione cominciavamo a sparare contro tutti gli obiettivi sospetti». Perché, come dicevano i capi, «in guerra sono tutti tuoi nemici, non ci sono innocenti». Il rapporto della ong, finanziato da gruppi di attivisti per i diritti umani israeliani e dai governi di Spagna, Gran Bretagna, Olanda e dall’Ue, parla di «civili usati come scudi umani, costretti a entrare in siti sospetti davanti ai soldati che usavano la loro spalla per tenere il fucile puntato».
Secondo Mikhael Mankin, di Breaking the Silence, «le testimonianze provano che il modo immorale in cui la guerra è stata condotta era dovuto al sistema in vigore e non al comportamento individuale di soldati». «Si è dimostrato - continua - che le eccezioni in seno alle forze armate sono divenute la norma e ciò richiede una profonda riflessione e una seria discussione. Questo è un urgente appello alla società israeliana e alla sua dirigenza a guardare sobriamente alla follia delle nostre politiche». Nel dossier si ripetono, inoltre, le accuse sull’uso indiscriminato di armi al fosforo bianco nelle strade di Gaza da parte dell’Esercito dello Stato ebraico e si parla di «distruzioni totali non collegate a nessuna minaccia concreta per le forze israeliane», oltre che di «permissive» regole d’ingaggio. «Non siamo stati istruiti a sparare a ogni cosa che si muovesse - ha dichiarato un altro soldato - ma ci dicevano: «Se vi sentite minacciati sparate». Secondo uno dei testimoni citati dal rapporto, «l’obiettivo era terminare la missione con il minor numero possibile di perdite per l’Esercito senza chiedersi quale sarebbe stato il prezzo pagato dagli altri (i palestinesi ndr)». «Meglio colpire un innocente che esitare a sparare a un nemico», era l’ordine impartito dai vertici di Tsahal, secondo un’altra confessione pubblicata nel dossier di «Breaking the silence».
Barak: criticate me
In una minuziosa risposta alla denuncia, il portavoce militare israeliano, dopo aver ricordato che l’operazione Piombo Fuso fu lanciata in risposta a otto anni di tiri di razzi sulla popolazione civile nel sud di Israele, ha accusato l’ong di aver redatto un rapporto basato su «testimonianze anonime e generiche». L’ong, afferma il portavoce, «non ha avuto la decenza di presentare il rapporto alle forze armate e non ha permesso di investigare le testimonianze prima della sua pubblicazione pur continuando a diffamare le forze armate e i suoi ufficiali». Il portavoce militare sottolinea l’assenza «di ogni elemento atto a identificare gli autori delle testimonianze, il loro grado e la loro posizione al momento degli incidenti denunciati, l’unità di appartenenza, il modo in cui le testimonianze sono state raccolte e come la credibilità delle testimonianze sia stata verificata». «Le critiche rivolte alle forze di sicurezza israeliane da questo o quel gruppo sono inappropriate», taglia corto il ministro della Difesa Ehud Barak. «L’Idf (le forze di difesa israeliane, ndr) sono uno degli eserciti che meglio rispettano l’etica al mondo e agiscono nel rispetto di alti valori morali. Ogni critica alle operazioni delle forze di sicurezza - aggiunge Barak - dovrebbe essere rivolta a me, in quanto ministro della Difesa israeliano».

Published by LeonBlog on 11 Jul 2009

Andare alla cieca verso la bancarotta

Caro Presidente Obama e Presidente GM Henderson,
L’ora è tarda.
Sembrate propensi per la bancarotta orchestrata per General Motors il 1° giugno, 2009.
Prima che ogni mossa irreversibile sia fatta - il piano di riorganizzazione della task force di GM va sottomesso al Congresso per la revisione deliberativa e la decisione.
Ci sono molte preoccupazioni principali su una dichiarazione di bancarotta precipitosa che sono emerse nel corso di questi ultimi giorni.
Primo, la ragione primaria già compresa per la bancarotta - vedi i possessori ostinati di obbligazioni - non più applicabile.
Gli sviluppi recenti indicano che GM e la task force dell’auto hanno rivisto l’allocazione proposta della proprietà in una GM ristrutturata, e raggiunto l’accordo con almeno i possessori di obbligazioni più prominenti.
Seppur il pagamento del bond del 1° Giugno sia dovuto, sembra certo che tale pagamento possa essere facilmente inserito nella nuova offerta agli obbligazionisti, come in effetti sarebbe nel caso che GM entrasse in bancarotta.
Con il problema degli obbligazionisti che va verso la soluzione, o almeno ora è risolvibile con chiarezza, non c’è una ragione fondamentale evidente per la bancarotta oltre al momento inarrestabile di alcune agende misteriose.
Dati gli alti interessi (come le perdite di lavoro, le comunità devastate, gli effetti sulla fiducia nel marchio GM e gli impatti socio - economici della riduzione potenzialmente eccessiva) c’è un’ultima possibilità di evitare la tirannia contro il debole che è un Chapter 11 della bancarotta in tribunale.
Secondo, il tema su come le proprietà di GM in Cina saranno trattate nella bancarotta chiede ancora attenzione prima di ogni archiviazione.
Kevin Wale, presidente e direttore esecutivo di GM Cina, disse a CNN che: “Il nostro affare è trattato come una joint - ventures separata qui in Cina in alleanza con SAIC … perciò siamo lucrosi, finanziamo il nostro investimento e saremmo molto indipendenti da qualsiasi azione che fosse presa in USA”.
Tuttavia i beni e i profitti di GM in Cina vanno inclusi in ogni procedimento di bancarotta, e disponibili per i creditori, querelanti e litiganti che potrebbero, è concepibile, fare una petizione per portare l’impresa in liquidazione Chapter 7.
GM ha presentato in modo chiaro al governo i suoi beni valutabili, i grandi profitti e gli obblighi contrattuali che ha in Cina come parte dei suoi patrimoni in qualsiasi bancarotta?
La task force ha indicato qualche incertezza su queste questioni.
Terzo, i procedimenti nella bancarotta Chrysler hanno dato rilievo alle molteplici ingiustizie che sono state perpetrate alle vittime dei prodotti Chrysler difettosi - e ugualmente sono perpetrati alle vittime dei prodotti GM.
(Nel procedimento Chrysler), i grandi dirigenti Chrysler hanno riconosciuto che erano pronti e in grado di fare un accordo con Fiat che avrebbe stabilito un obbligo di successione per l’impresa emergente Fiat/”Chrysler buona”.
Nel corso della bancarotta o in preparazione della stessa, tuttavia, essi cambiarono direzione, apparentemente proprio perché lo potevano fare.
Ora, centinaia di vittime Chrysler si mobilitano per far estinguere le loro rivendicazioni, salvo che il giudice della bancarotta o un’altra corte annulli questo elemento del piano.
Ci sono molte differenze tra la bancarotta dell’impresa privata, Chrysler e la bancarotta pendente di GM, ma il piano di ristrutturazione di GM è simile a quello Chrysler nella creazione anticipata di una GM cattiva/vecchia e una GM nuova/buona che emerge senza responsabilità.
Il governo e i principali proprietari di GM pianificano di seguire l’approccio Chrysler?
Il Presidente Obama e la sua Task Force hanno considerato le sofferenze di adulti e bambini veri che deriveranno da una mossa simile?
Non si menziona la reazione politica violenta.
Una persona reale tipo è Amanda Dinnigan, una ragazza di 10 anni di Long Island, New York.
Amanda fu ferita secondo l’accusa da una cintura difettosa del sedile di un GMC Envoy che le ruppe il collo in un incidente.
Suo padre, un metalmeccanico, stima le sue spese mediche in 500.000 dollari l’anno.
La sua qualità di vita persa sarà, è certo, tragica.
Una decisione discrezionale che non stabilisce una responsabilità successoria in una bancarotta discrezionale (volontaria) lascerà Amanda e la sua famiglia - e molti altri senza accesso alla giustizia?
Se i ministri di Obama intendono procedere con manovre che in effetti estinguono tali proteste, essi potrebbero almeno parlare ad alcuni di loro in primis e confrontare le conseguenze umane di tali azioni.
I piani di bancarotta della task force GM paiono ingranare per salvare l’entità di GM - ma con un costo duro e spesso evitabile per lavoratori, comunità, fornitori, consumatori, venditori e per la capacità di fare auto nazionale che si muoverà veloce, dopo la bancarotta, verso la Cina.
A questo ultimo stadio sollecitiamo ancora il Presidente a riconsiderare i piani proposti per la bancarotta, e permettere l’esame deliberativo e congressuale - come i Congressisti chiedono - dei piani di ristrutturazione prima che passi irreversibili siano presi.
Di fatto, il Congresso vale di più di una pianta invasata. Il “primo ramo” legiferò, dopo udienze pubbliche, nel salvataggio di Chrysler del 1979 e per la ristrutturazione di Conrail.

di Ralph Nader


Published by LeonBlog on 08 Jul 2009

Il G8 non dà niente

A parere di molti analisti ed esperti di politica internazionale il G8 è ormai un evento senza senso che aderisce ad una formula del tutto vacua e ineffettuale. Touchè!

Quello che inizierà domani all’Aquila non andrà molto lontano da queste prospettive poco confortanti ma fatali, data l’epoca storica nella quale stiamo per affacciarci.

Al centro delle discussioni tra gli 8 Grandi della Terra ci sarà certamente la crisi finanziaria (e industriale), si dice la peggiore dal dopoguerra, più altri temi di contorno quali l’ambiente, la sicurezza alimentare ecc. ecc. che finiranno per catturare l’attenzione della pubblica opinione e quella degli avvoltoi della stampa, i quali potranno speculare sulle oneste intenzioni del vertice per vendere più copie di carta straccia.

Lucio Caracciolo, sull’Espresso, ha sostenuto una tesi cristallina secondo la quale buona parte dell’agenda viene a concentrarsi su temi “artificiali” e modaioli (al quale si aggiunge l’immancabile tentativo per fare uscire l’Africa dal suo sottosviluppo) solo perché così i partecipanti possono meglio aggirare gi interessi centrali (quelli geopolitici) che non si discutono a tavolino ma si fanno valere attraverso azioni e strategie di ben altro tipo.
Dall’incontro dell’Aquila verranno fuori i soliti documenti di una stucchevole armonia d’intenti e si faranno proclami altisonanti sugli accordi raggiunti, si dichiarerà di aver disegnato la cornice virtuosa nella quale troveranno collocazione regole nuove per dare prosperità a tutti, al solo scopo di dimostrare al mondo che con la pace e la buona volontà si ottiene tutto. Dal giorno dopo però, caduti i lustrini, smontate le passerelle mediatiche e spenti i riflettori, ciascuno tornerà a fare di testa propria. Cioè si tornerà al più prosaico bellum omnium contra omnes.

Tuttavia, non è questo che deve destare preoccupazione. Anzi, è del tutto logico che ogni Stato ricerchi la propria via d’uscita alla crisi in maniera autonoma, considerato che sono stati proprio i legami strettissimi tra le varie economie, nella fase della globalizzazione (cioè della massima estensione del modello americano sull’economia e sulla politica mondiale) a trascinare ognuno nelle attuali difficoltà.
La stessa composizione di questo G8 è vetusta e inadeguata, considerando lo spostamento e la ridefinizione dei rapporti di forza che stanno portando in primo piano quelle nazioni in forte recupero di potenza, vedi la Cina o l’India, tuttavia ancora escluse dal consesso dei grandi.
Anche la Russia, ultima arrivata, non ammette più di giocare un ruolo marginale dopo essersi ripresa dal declino dei primi anni ’90. E , soprattutto, non è più disposta ad incassare i colpi sferrati dall’America e dall’Europa restando a guardare.

Tanto per fare un esempio, valutando il solo profilo economico e demografico, i big che si incontreranno nel capoluogo abruzzese rappresentano poco più del 50% del PIL mondiale ed appena il 13% della popolazione.
Abbiamo già detto che l’origine del disastro economico non è da ricercarsi nel lassismo dei mercati e nelle innumerevoli speculazioni che hanno fatto saltare le regole delle borse. Questi elementi rappresentano gli effetti superficiali di uno scontro tra zolle, consequenziali a “scivolamenti” politici ben più sostanziali.
A fortiori, la soluzione a questi problemi non può arrivare da quella formuletta apotropaica che passa, con tanta solennità di bocca in bocca, tra gli sherpa delle delegazioni nazionali: il ripristino di una governance mondiale.

Ma è proprio tale governance, che poi significa guida indiscussa di un solo paese, che non sarà più possibile attivare, stando al nuovo contesto geopolitico. Il mondo è cambiato, gli Usa stanno perdendo appeal ed egemonia e per questo si faranno via via più aggressivi.
Lo attestano l’intensificarsi dello scontro in Afghanistan, le provocazioni ai danni dell’Iran,
quelle in America Latina e le solite ingerenze in Africa, dove c’è pure il problema di una Cina che si fa troppo penetrante nella sua azione commerciale e industriale.

L’attuale multipolarismo potrà sfociare in vero e proprio policentrismo solo allorquando Russia
e Cina (e forse anche l’India, che però attualmente sembra più vicina a Washington), le uniche potenze con aspirazioni mondiali, troveranno tra loro punti di maggiore convergenza in funzione antiegemonica (cioè antistatunitense), attirando nella propria orbita, quelle potenze regionali che gli Usa mirano, invece, a rendere sempre più instabili proprio per impedire sedimentazioni politiche ad essi sfavorevoli.

Mentre l’Europa, sempre più vaso d’argilla tra vasi di ferro, potrebbe impantanarsi nella disputa interna per la leadership sull’UE di Francia e Germania, peraltro entrambe sempre più a rimorchio di Washington.

Queste sono le vere questioni del futuro; non potranno mai essere materia di nessun vertice.

di Gianni Petrosillo

Published by LeonBlog on 07 Jul 2009

L’audience ha più peso del voto. L’élite e il potere

N el 1963 ho scritto il libro «L’élite senza potere», in cui sostenevo che, mentre nel mondo antico c’era una sola élite, quella del potere, formata dal re, la nobiltà e l’alto clero che, con la sua pompa e la sua magnificenza, ve­niva ammirata e costituiva un modello per tutti, oggi invece ve ne sono due. La seconda è formata dai divi, da star in­ternazionali, dai personaggi dello spet­tacolo noti a tutti, amati, ammirati e imitati e che costituiscono l’oggetto del pettegolezzo collettivo nelle società di massa. Questa élite interessa per la sua vita privata, i suoi amori, i suoi di­vorzi e offre a tutti modelli di comporta­mento. E, pur non avendo un potere for­male, ha un immenso peso sulla mora­le e sul costume. Quando scrivevo già si vedeva l’enorme influenza di Elvis Presley. Negli anni successivi arrive­ranno Joan Baez, i Beatles, gli hippy. Sono loro che mettono in moto la rivolu­zione giovanile, quella sessuale e crea­no le condizioni per il femminismo.

Cos’è cambiato da allora? I sociologi ci hanno detto che sono incominciati il postmoderno, il relativismo culturale, il neopaganesimo, che la società si è frantumata in tribù, è diventata liqui­da. E pare strano che nessuno di loro abbia notato il fatto più semplice ed ele­mentare: che quella che avevo chiama­to l’élite senza potere oggi in realtà ha preso il potere su tutti i mezzi di comu­nicazione di massa. Oggi è lei che pla­sma ufficialmente l’opinione pubblica e la morale corrente. Non sono più le uni­versità, i filosofi, il clero a dare modelli di comportamento. Il popolo se li fa da sé guardando e discutendo ciò che vede alla televisione. Ma a decidere chi arri­verà sullo schermo e prenderà la paro­la è una élite formata dai grandi con­duttori, divi, cineasti, cantanti, giorna­listi, comici che si cooptano fra di loro. Essi si presentano come modelli da imi­tare, poi giudicano, danno consigli, lan­ciano slogan, animano e dirigono i di­battiti. Il tutto poi viene ripreso dai quotidiani, dai settimanali e da inter­net.

Non esistono perciò più una élite del potere ed una élite senza potere, ma due élite del potere: quella politica e quella dello spettacolo. La prima si for­ma attraverso il dibattito politico e le elezioni, la seconda attraverso la coop­tazione e l’audience. Inoltre le due sfe­re della politica e dello spettacolo spes­so si sovrappongono e, nel campo del costume e dei valori, l’élite dello spetta­colo tende a prevalere su quella politi­ca. L’audience ha più peso del voto.

di Francesco Alberoni

Published by LeonBlog on 07 Jul 2009

Scie chimiche: il genocidio silenzioso

Greg Szymanski ha recentemente rilanciato un articolo della Dottoressa Perlingieri intitolato “L’ultimo assalto agli Stati Uniti”. Il testo della Perlingieri globalmente non aggiunge informazioni nuove, ma si segnala per la denuncia esplicita del problema “scie tossiche” e per il riferimento ad una sintomatologia riconducibile al Morgellons tra gli animali domestici e selvatici. E’ un tema che approfondiremo appena possibile.
Le scie chimiche stanno uccidendo silenziosamente e lentamente un numero non quantificabile di persone, secondo credibili ricercatori.
Raramente passa un giorno in cui i cieli non siano solcati di linee bianche prodotte dai tankers chimici.
Dopo che le chemtrails sono state create, permangono nel cielo formando dense ed innaturali nuvole. Molte persone pensano che queste scie siano dovute a fenomeni di condensazione del vapore acqueo e non collegano le bianche strisce di primo mattino con le coperture del pomeriggio.
Pubblico un articolo della dottoressa Ilya Sandra Perlingieri intitolato “L’ultimo assalto agli Stati Uniti”, inviato al sito Arctic Beacon e che illustra il problema “scie chimiche”.

Negli ultimi due giorni è stato sferrato un drammatico attacco chimico in gran parte della Nuova Inghilterra ed anche sulla costa occidentale.
Venerdì mattina, 17 aprile 2009, ore 06:00, il cielo era di un vibrante profondo rossastro, tratteggiato di un nero sintetico. Da metà mattinata la copertura nuvolosa è diventata del tutto artificiale con chemtrails che sono associate al morbo di Morgellons ed ai filamenti polimerici di questa malattia.

Più tardi, nella mattina, si contavano più di otto aerei nel cielo che compivano, contemporaneamente, il loro sporco lavoro, disegnando miglia e miglia di linee parallele.
Come potrebbe qualcuno pensare che ciò sia normale?
Con quest’ultima offensiva tossica, ora l’aria ha l’odore di sostanze chimiche. Non esiste nulla più di simile all’aria pura. Da metà pomeriggio, il cielo era completamente coperto da una patina bianco-grigiastra che è durata sino a sabato.
Esistono molte testimonianze di malattie respiratorie difficili da curare (rinite, tosse, bronchite, polmonite). I bambini e le persone anziane sembrano quelli colpiti maggiormente. Spesso sono necessarie settimane e settimane per guarire da queste malattie (a volte due mesi). Ciò che i medici diagnosticano come rinite o bronchite è costituito in realtà da forme non usuali che non esistevano prima del 2000. I farmaci sembrano non essere efficaci, mentre le medicine alternative giovano un po’ di più. Le malattie dell’apparato respiratorio sono oggi la terza causa di morte.
Tutti i mammiferi sono colpiti: perciò anche gli animali. I gatti ed i cani manifestano derma infiammato e pruriginoso. Sintomi simili si notano anche negli animali degli allevamenti (mucche, pecore, maiali e capre). Nella mia tenuta ed in quella dei miei vicini, gli scoiattoli, i ricci e gli occasionali procioni sono sempre intenti a grattarsi.
Sembra che la situazione per i mammiferi peggiori quando si crea una copertura uniforme di veleni chimici.
Quest’anno non si notano zanzare o altri insetti.
Nel 2003 Clifford Carnicom, in una sua indagine, intervistò alcuni insiders i quali affermarono che il Pentagono e le industrie farmaceutiche sono coinvolte nelle irrorazioni clandestine. [1]
Il nostro sistema immunitario è sotto attacco ogni giorno e sta collassando a causa di questa cronica attività di avvelenamento decisa dai governi. Gli elementi chimico-biologici usati (bario, alluminio, batteri e virus) compromettono le capacità di autoguarigione del nostro organismo. Stiamo respirando ogni giorno questi veleni. Quali conseguenze sono stati causate, diffondendo ogni giorno alluminio che danneggia il cervello? [2]
In questo periodo vengono pubblicati articoli dell’attuale illegale amministrazione Obama che intende sviluppare la geoingegneria. Con bugie ed inganni che si affastellano per abbindolare le masse, affermano di voler “combattere il riscaldamento globale”. Eppure la maggioranza degli scienziati oggi sta dichiarando che non esiste il riscaldamento globale, piuttosto il nostro pianeta sta subendo dei cambiamenti climatici dovuti alle operazioni clandestine di aerosol. Ciò non bisogna dire: che i singoli cittadini non hanno provocato danni significativi alla biosfera, mentre o sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali continua ad un ritmo sfrenato, ma di ciò sono responsabili soprattutto le multinazionali che continuano ad accumulare profitti: a queste società non interessa la massiccia distruzione degli ecosistemi. Noi comuni cittadini rimaniamo sull’apice di una ragnatela avvelenata ed in procinto di cadere.
La terra sta mostrando segni di raffreddamento e sono stati pubblicati numerosi studi scientifici che lo confermano. L’ultimo rapporto dell’I.P.C.C. è stato un fallimento e non ha incluso alcuni importanti fenomeni, come l’attività solare. [3]
Quanti cambiamenti climatici sono invece stati provocati, negli ultimi dieci anni, da più di sessanta differenti programmi di modificazione meteorologica clandestini. Sono programmi militari, privati e “pubblici”, ossia si usa il denaro dei contribuenti per avvelenarli. Nessuno di questi programmi è stato mai preceduto da una discussione pubblica.
In un volo recente attraverso gli Stati uniti, tra lo stato dello Iowa ed il Grand Canyon, ho contato dieci aerei che stavano rilasciando scie grigio-nerastre. Un aereo volava perpendicolare al nostro corridoio e sotto di noi: e vi si leggeva la parola “United”. Proprio così! Almeno un velivolo che rilasciava questi aerosol apparteneva alla United Airlines. Qualcun altro ricercatore ha notizie di scie nere? Quali veleni contengono?
Milioni di persone conoscono l’estrema minaccia costituita dalle scie chimiche. Molti comuni cittadini hanno analizzato il suolo, l’acqua e la neve e trovato pericolose concentrazioni di veleni. Sino a quando saremo cavie di questi quotidiani assalti mortali? Quando ci sveglieremo e porremo fine a questa criminale attività?
Noi ci troviamo di fronte ad un collasso non solo della nostra economia, ma soprattutto della nostra salute. Inoltre, poiché ogni argomento di scottante attualità è inserito in compartimenti stagni, invece di abbracciarlo con uno sguardo interdisciplinare e di considerarne tutti gli addentellati, non ci accorgiamo dell’avvelenamento quotidiano, fino a quando non capiamo quanto è fragile la nostra salute. Stiamo sperimentando il metodo di Ponzi degli “Illuminati”. La loro è la ricetta per il disastro.
Ogni funzionario e banchiere corrotto, che ci sta portando verso la catastrofe, deve essere accusato e ritenuto responsabile. Sono gli autori di crisi ininterrotte che hanno deliberatamente creato.
Dobbiamo fare tabula rasa.

Published by LeonBlog on 06 Jul 2009

Il tasso negativo


Da un paio di mesi si parla molto di tasso negativo, dopo gli articoli di Greg Mankiw sul New York Times e di Willem Buiter sul Financial Times , ma la maggior parte della gente non ne sa nulla.

In Italia, poi, non se ne parla affatto. Sarà pudore, sarà imbarazzo? Sarà che tra gli economisti è fortemente radicata l’idea che il tasso negativo equivale all’inflazione, e parlarne significherebbe evocare gli spiriti maligni se non Satana in persona? Il fatto è che l’argomento era tabù e, nonostante lo sdoganamento sulla stampa-che-conta, nel nostro beneamato paese lo è ancora.

E allora vediamo di capirci qualcosa.

L’idea del tasso negativo è di Gesell , che immaginava un denaro che seguisse l’ordine naturale delle cose, e quindi morisse con esse. Non a caso l’idea del tasso negativo nasce durante la crisi del ‘29: il problema, allora come ora, era la trappola della liquidità e si trattava di far circolare denaro che esisteva ma che non veniva speso dagli investitori. Gesell propone una moneta dotata di demurrage , ovvero di una sorta di tassa che le fa perdere valore periodicamente. In pratica si trattava di emettere banconote cui periodicamente doveva essere applicata una marca perché mantenessero il valore facciale: con un tasso negativo annuo del 6%, ad esempio, ogni mese era necessario applicare sulla banconota una marca pari allo 0,50% (Gesell propose e realizzò una moneta con un tasso negativo del 5,2%). Su 100 euro, ogni mese dovremmo mettere una marca da 50 centesimi per continuare ad usare la banconota. E’ chiaro che questo sistema disincentiva l’accumulazione delle banconote ed induce la gente che le possiede a spenderle. È anche chiaro che dopo un certo numero di anni, che dipendono dal tasso negativo, la banconota ha completamente perso il suo valore, realizzando l’idea di Gesell di una moneta che deperisce così come ogni altra merce. A Worgl in Tirolo, dove un seguace di Gesell realizzò l’esperimento nel luglio del 1932, si verificò quello che fu chiamato il “miracolo di Worgl”. In una situazione di gravissima crisi in pochi mesi la disoccupazione scomparve, la miniera riaprì, le fabbriche ricominciarono a lavorare, furono costruite case e opere pubbliche (un ponte) e insomma, la depressione fu sconfitta in poco tempo. Dopo poco più di un anno, l’Austrian National Bank pose fine all’esperimento reclamando per sé il monopolio dell’emissione monetaria.

Insomma, il tasso negativo è un potente antidoto contro la depressione economica: il problema è che esso è anche uno strumento che toglie potere alle banche, perché non consente l’appropriazione di ricchezza mediante gli interessi attivi. In altri termini, il tasso negativo è un’arma potentissima contro il potere finanziario.

Con un sistema elettronico la realizzazione del tasso negativo è molto più semplice del geniale ma un po’ farraginoso sistema ideato da Gesell. Infatti, il tasso negativo potrebbe essere applicato quotidianamente senza far soffrire particolarmente i detentori della moneta. Con un tasso del 6%, che equivale ad uno 0,50% su base mensile, ogni giorno il tasso negativo eroderebbe il capitale dello 0,017%. In pratica 17 centesimi al giorno per ogni mille euro.

L’effetto del tasso negativo sulla massa monetaria è che questa si riduce costantemente e che quindi l’ambiente economico diventa tendenzialmente deflazionario. La cosa curiosa è che la demonizzazione del tasso negativo passa proprio attraverso il suo opposto: ho sentito noti economisti sostenere che il tasso negativo è una sorta di inflazione (e qualcuno mi obiettò in un dibattito pubblico, che ne sarebbe derivata un’inflazione spaventosa), mentre è vero assolutamente il contrario. Infatti, se prendiamo come parametro di giudizio l’equazione di Fisher (o degli scambi ), per valutare gli effetti dell’introduzione del tasso negativo sul totale della massa finanziaria, notiamo che la riduzione progressiva della M, a velocità di circolazione costante, e senza incremento delle transazioni economiche comporta necessariamente una riduzione dei prezzi. Ricordo che l’equazione di Fisher è la seguente: M * V = T * P. Ovvero, la Massa monetaria per la Velocità di circolazione equivale alle Transazioni correnti per il livello dei Prezzi.

E’ ovvio che un’introduzione del tasso negativo improvvisa porterebbe ad un incremento della velocità di circolazione che scatenerebbe inflazione. Ma qui l’ipotesi è di introdurre mano a mano moneta a tasso negativo per cui alla fine il volume della massa monetaria sarebbe adeguato alle necessità e l’ambiente economico sarebbe necessariamente deflazionario.

Una moneta a tasso negativo introdotta nel nostro sistema circolerebbe molto velocemente, e spingerebbe la moneta corrente nella trappola della liquidità: in altri termini gli utenti spenderebbero la moneta a tasso negativo per trattenere la moneta corrente, per effetto della legge di Gresham , per cui la moneta cattiva scaccia sempre quella buona dal mercato, finché di fatto, dopo un certo tempo, circolerebbero solo monete a tasso negativo.

La moneta a tasso negativo è una free money , nel senso che non ha bisogno di alcuna riserva per essere emessa: la sua emissione si giustifica esclusivamente con le attività che va a finanziare. Per questa ragione ritengo che una moneta a tasso negativo può essere introdotta per finanziare gli investimenti, in modo da mantenere l’equilibrio richiesto dall’equazione di Fisher. Di fatto, una moneta a tasso negativo è una tassa sulla circolazione del denaro. Possiamo dire che la Tobin tax, che tende a colpire la speculazione finanziaria, è una variante settorializzata di una moneta del genere.

La ragione per cui gli americani stanno discutendo molto seriamente, dato il livello degli interessati, al tasso negativo è dato dal fatto che non prevedono alcuna seria possibilità di uscita dalla depressione senza un intervento radicale sulla moneta. L‘articolo di Mankiw è stato variamente ripreso ed attaccato, soprattutto per il meccanismo attraverso il quale egli ipotizzava l’introduzione del tasso negativo. Finché lo stesso Mankiw ha spiegato sul suo blog , ciò che era ovvio, vale a dire che il meccanismo proposto dallo studente era una provocazione per far riflettere sulla questione del tasso negativo. Lo stesso Mankiw dopo pochi giorni, in un altro articolo sul suo blog, ha dimostrato che non è affatto detto che il tasso più basso della FED debba essere necessariamente il tasso zero. Dopo pochi giorni, il Centro Studi della FED ha reso noto un report nel quale si sostiene che il tasso ideale per la FED in questo momento, sarebbe del meno 5%. Nella discussione sul tasso negativo è notevole l’intervento di Willem Buiter , che già l’aveva a suo tempo sostenuto nella BIS (Bank of International Settlements) , in pratica un saggio per sostenere l’applicabilità del tasso negativo nell’attuale situazione e le vie per applicarlo. La conclusione di Buiter è che il problema dell’applicazione del tasso negativo è essenzialmente il denaro contante e che la soluzione migliore è l’eliminazione del contante fisico in favore di una gestione elettronica. Buiter dice molto di più nel suo articolo e avremo modo di approfondire gli aspetti teorici del suo breve saggio. Qui mi premeva esporre come si sta svolgendo il dibattito attuale sul tasso negativo e le ragioni di questo dibattito. Non senza notare che a febbraio il Governatore della Banca di Cina ha auspicato l’introduzione di un meccanismo simile al Bancor proposto da Keynes a Bretton Woods e che consiste in pratica nell’introduzione di una sorta di tasso negativo a livello interbancario, per evitare che le Banche Centrali possano accumulare denaro oltre una certa soglia predefinita. Anche qui il discorso è lungo e ne riparleremo. Da ultimo una breve nota personale: in diversi miei libri di alcuni anni fa e segnatamente in uno di essi, Dove andrà a finire l’economia dei ricchi, Malatempora, Roma marzo 2001 , dicevo che l’introduzione del tasso negativo sarebbe divenuta ad un certo punto inevitabile. Ma notavo anche che il tasso negativo è come l’energia elettrica rispetto al gas o al petrolio: ci si può illuminare le strade, ma ci si può anche ammazzare la gente con le sedie elettriche ed altre diavolerie che la crudeltà umana è in grado di immaginare. La questione dell’applicazione del tasso negativo è quindi, una questione politica, mediante la quale la politica assume di nuovo un ruolo decisivo. Che qualcuno lo spieghi ai nostri politici, per favore. Io mi sono stancato di parlare al vento e ai sordi.

di Domenico De Simone

Published by LeonBlog on 05 Jul 2009

Digitale irresponsabile: che fine faranno i vecchi televisori?

Televisori e digitale

L’ennesimo rinvio della direttiva RAEE (rifiuti elettrici ed elettronici) al 31 dicembre del 2009 si staglia pericolosamente all’orizzonte, nella più totale noncuranza del Parlamento italiano e degli stessi media.

L’attenzione è concentrata sul caos organizzativo dovuto all’avvio del digitale terrestre, ma non si guarda neppure lontanamente agli effetti.
A prescindere dall’effettiva utilità collettiva di questa tecnologia[*], è intuibile come si potesse gestire diversamente l’avvio del digitale, permettendo a chi comprava un televisore nuovo di disfarsi con facilità del vecchio apparecchio riportandolo al venditore come rottamazione (e con un piccolo sconto). Bastava prevedere dei container fuori dai centri, almeno quelli della grande distribuzione, in cui riporre gli apparecchi di cui si è pianificata l’obsolescenza con decisione di Stato.

Niente di tutto questo: senza nessuna pianificazione, l’ennesima scelta discrezionale dei nostri governi ha rimandato sine die la necessaria assunzione di responsabilità; se non si interviene per tempo, milioni di vecchi televisori e vecchi registratori andranno con ogni probabilità a fare danni in discariche non attrezzate, rilasciando in ambiente la pletora di sostanze chimiche di cui sono composti al loro interno. Tralasciamo per carità di Patria i posti di lavoro che non sono stati creati con una corretta filiera di separazione, riuso, riciclaggio degli apparecchi, di cui i politici italiani sono direttamente responsabili.

Si poteva intercettare con facilità milioni di vecchi televisori, andando “oltre” la normativa, creando posti di lavoro e semplificando la vita ai cittadini che scelgono di passare al digitale. Con ogni probabilità il Parlamento italiano non si rende neppure conto del disastro che si rischia. Un bellissimo romanzo-inchiesta (collana verdenero) di Massimo Carlotto e Francesco Abate, “L’albero dei microchip“, illustra i danni che il mancato smaltimento corretto degli apparecchi elettrici ed elettronici arreca anche al sud del mondo, non solo in Italia. Come sempre l’ipocrisia di noi occidentali si concretizza: ci ostiniamo a nascondere la polvere sotto al tappeto senza occuparci con competenza dei beni e degli scarti che si producono. Forse siamo ancora in tempo, ma solo con una assunzione di responsabilità del Parlamento cui questa denuncia appello si rivolge.

Le aziende non possono essere lasciate sole a fronteggiare lo smaltimento dei propri scarti pericolosi come può essere un televisore. Attraverso le ecomafie i risparmi per chi sfrutta le discariche illegali possono essere anche del 90%. Questa mole di denaro invece potrebbe rilanciare l’economia del Paese, adottando una filiera corretta di recupero, evitando costi di bonifica e danni sanitari, impatti ambientali su aria, suolo e acque.

È il momento per chi può, di scegliere.

La società civile, le Reti che si battono per la gestione corretta degli scarti, le associazioni ambientaliste, i Consorzi, i movimenti come Per il Bene Comune sono disponibili con le proprie competenze, conoscenze e contatti, per evitare disastri: sono oltre 14 i kg di scarti elettrici ed elettronici che ogni cittadino italiano, come stima, produce ogni anno.

L’Italia intercetta più o meno correttamente una percentuale ridottissima di questo tipo di rifiuto. Il resto va a pesare sulla collettività, sul sud del mondo cui l’occidente ruba letteralmente anche l’aria che respira, e sulle prossime generazioni: su questo tema, il silenzio della Comunità Europea (mentre un Paese membro impone la sostituzione di apparecchi elettronici e nei fatti si disinteressa delle conseguenze) è a dir poco inquietante.

[*] L’inchiesta di Report sulle frequenze radiotelevisive: il digitale perpetua il duopolio Rai – Mediaset, ma continua a calpestare i diritti di Europa7 che ha vinto una regolare gara dello Stato per trasmettere sul territorio nazionale.

Vedasi anche il commento di Aldo Grasso dopo la puntata di Report.

by terranauta

Published by LeonBlog on 05 Jul 2009

Storia petrolifera del Bel Paese

colin campbell aspo
Colin Campbell, presidente onorario di ASPO Internazionale

Quello riguardante il petrolio e l’approvvigionamento energetico in generale è uno dei temi più caldi di cui si discute in questo periodo. Le prime crepe di un sistema “energivoro” di crescita sfrenata sono già comparse da tempo e adesso si stanno allargando sempre più, con la lancetta del contagiri di produzione e consumo che è oramai stabilmente sul rosso.

In questo contesto, un contributo estremamente interessante è portato da una piccola pubblicazione curata da Editrice Le Balze a firma di Ugo Bardi e Giovanni Pancani. Entrambi membri di ASPO Italia (Associazione per lo Studio del Picco del Petrolio), Bardi è docente di Chimica presso l’Università di Firenze. La loro opera si intitola Storia petrolifera del Bel Paese e la prefazione è a cura di Colin Campbell, presidente onorario di ASPO Internazionale.

Pur nella sua brevità, il libro affronta il discorso sul petrolio seguendo un filo logico chiaro e coerente. Si parte con qualche nozione tecnica su come si forma il petrolio, quali sono le sue diverse varietà, le modalità di lavorazione e altre informazioni utili anche per comprendere le peculiarità e i dettagli che troppo spesso vengono dati per scontati nell’analisi del mercato internazionale, delle politiche energetiche e delle opere infrastrutturali.

Dopo questo passaggio si entra subito nel vivo della discussione con l’esposizione della famosa Teoria di Hubbert. Questa teoria – che prende il nome da Marion King Hubbert, il geologo americano che per primo la formulò negli anni ’50 – si basa sull’osservazione dell’andamento dell’attività estrattiva e produttiva del greggio – anche se può essere applicata anche ad altri prodotti, come il carbone –, la quale segue uno schema preciso che si ripete in ogni situazione e che, se rappresentato graficamente, dà origine a una curva “a campana” che evidenzia come in un primo momento la produzione cresca rapidamente, per poi passare a una fase apicale centrale e infine a un lento declino.

Il picco che si raggiunge nella seconda fase è proprio il famigerato Peak Oil – il picco del petrolio – che segna il momento in cui la produzione comincia il suo cammino verso l’esaurimento totale. La teoria di Hubbert individua quindi quattro fasi della vita di un ciclo estrattivo: l’espansione rapida, l’inizio dell’esaurimento – la produzione continua la sua crescita ma rallentandone il ritmo –, il picco e l’inizio del declino, l’esaurimento.

copertina libro storia petrolifera bel paese
La copertina del libro di Ugo Bardi e Giovanni Pancani

Analizzate queste considerazioni, si arriva alla domanda fatidica: “quando giungeremo al picco del petrolio?”. La risposta varia a seconda delle interpretazioni, ma la maggioranza degli studiosi ha collocato il Peak Oil fra il 2000 e il 2030; per i più pessimisti quindi siamo già entrati nella fase decrescente.

Partendo da questa constatazione, Bardi e Pancani impiegano la seconda parte del libro ad analizzare il contesto non solo geologico ma anche commerciale, politico e sociale che ha condotto il mondo intero e l’Italia in particolare a questa situazione potenzialmente drammatica.

La parte centrale della trattazione è dedicata all’analisi del percorso storico dell’industria petrolifera nazionale e internazionale: in questo scenario la fanno da padrone le grandi compagni internazionali – le “sette sorelle”, come le chiamava Mattei – come Standard Oil, Royal Dutch-Shell, British Petroleum e altre, padrone dello scacchiere geopolitico nel gioco dell’accaparramento delle fonti energetiche.

Queste compagnie sono protagoniste anche del mercato italiano nella sua prima fase, quella che va dalle origini dell’industria del petrolio fino ai tempi del Fascismo, caratterizzata dalla nascita e dallo sviluppo embrionale – sempre sotto l’egida delle “sette sorelle” – della rete infrastrutturale italiana.

Il secondo periodo coincide quasi esattamente con il Ventennio e vede l’ingresso in campo di un nuovo giocatore, l’AGIP, nata nel 1926 nell’ambito di una politica di autodeterminazione energetica voluta da Mussolini, tentativo lungimirante ma fallimentare di affrancarsi dal predominio dei privati.

Dopo questa fase arriva lo spartiacque della Seconda Guerra mondiale, avvenimento decisivo non solo in ambito militare e politico ma anche dal punto di vista della produzione, in quanto determina un’accelerazione decisiva della domanda energetica che – fatte salve alcune contingenze specifiche – non rallenterà più fino ai giorni nostri.

Il dopoguerra inaugura il terzo periodo, che in Italia è dominato da un nuovo protagonista: l’ENI e il suo presidente Enrico Mattei. Prima come presidente dell’AGIP e poi, dal 1953, a capo dell’Ente Nazionale Idrocarburi, Mattei tenta in tutti i modi di perseguire l’ambizioso e fondamentale obiettivo di garantire un futuro di autonomia energetica all’Italia.

ugo bardi
Ugo Bardi, membro di AISPO Italia

Grazie alla sua abilità persuasiva e politica riesce a orientare la legislazione interna in suo favore e a stringere importantissimi accordi internazionali con partner quali Unione Sovietica, Iran e Libia, ponendo fine all’egemonia dell’Accordo della Linea Rossa, il patto di ferro che spartiva la torta fra le grandi compagnie private anglo-americane.

La sua coraggiosa iniziativa terminerà però tragicamente nel 1962, in occasione del disastro aereo di Bascapè, solo recentemente riconosciuto, dopo anni di battaglie legali, come un vero e proprio attentato scientemente studiato per eliminare un personaggio scomodo.

Il destino dell’ENI e dell’autonomia energetica italiana cambia nuovamente, conoscendo prima un rapido declino sotto la guida di Cefis poi un successo aziendale grazie alla privatizzazione del 1992, senza però mai tornare a recitare un ruolo da protagonista come ai tempi di Mattei.

Sullo scenario internazionale, un altro momento cruciale è quello dello shock petrolifero del 1973, forse la prima occasione in cui tutto il mondo industrializzato si trovò a fare i conti con un sistema produttivo e un mercato energetico che, protetto dalla rassicurante visione della società del benessere e dello sviluppo, stava lentamente degenerando.

L’interessante digressione che gli autori presentano dopo questa lunga e esaustiva cronistoria riguarda quella che viene presentata come la nuova, straordinaria frontiera dello sfruttamento energetico, ovvero il Mar Caspio. È molto interessante notare che, pur al centro di grandi tensioni, lotte geopolitiche, guerre più o meno estese e sanguinose, l’area caspica non presenti in realtà la soluzione ai problemi di approvvigionamento energetico di cui necessita il mondo industrializzato.

estrazione petrolio
Nel 1997 il vice-segretario di Stato americano Strobe Talbott parla di estrazione petrolifera in area caspica con un quantitativo pari a 200 miliardi di barili

Le stime – proposte per la prima volta nel 1997 dal vice-segretario di Stato americano Strobe Talbott – parlano di un quantitativo pari a 200 miliardi di barili, sovrastimando esageratamente la reale potenzialità dell’area, compresa fra i 30 e i 50 miliardi di barili. Questo quantitativo peraltro è ben lontano dal rappresentare una soluzione definitiva poiché, al ritmo di consumo attuale, potrebbe soddisfare la domanda energetica mondiale per soli due anni.

Che fare, quindi? Le prospettive per l’Italia e per il resto del mondo sono poco incoraggianti. Ciononostante, Bardi e Pancani non si lasciano andare a radicali considerazioni catastrofiste o ideologicamente orientate, né glissano su quello che è un problema reale e urgente.

Prendono atto del fatto che la transizione energetica non può prescindere dall’utilizzo delle ultime scorte di petrolio esistenti, che ovviamente dovranno gradualmente essere sostituite con fonti energetiche alternative, senza strappi ma senza indugi.

La soluzione può quindi essere un misto di LWR – la fissione nucleare classica tramite reattori ad acqua leggera, che pure deve ancora dimostrare la sua sicurezza e soprattutto la sua sostenibilità futura – e NFER, ovvero Nuove Fonti di Energia Rinnovabile, accompagnate alle già collaudate fonti idroelettriche e geotermiche, tenendo però presente che vanno sviluppati in fretta sistemi che consentano la produzione, lo stoccaggio e l’utilizzo su larga scala di queste soluzioni.

Infine, ultimo ma non per importanza, è fondamentale un mutamento di mentalità che renda tutti coscienti del fatto che l’energia è un bene prezioso che, soprattutto in un momento critico come quello che stiamo vivendo, va amministrato con saggezza e oculatezza.

di Francesco Bevilacqua

Published by admin on 01 Jul 2009

Giornali e giornalisti di guerra


Embedded è l’appellativo con cui vengono definiti i giornalisti di guerra al seguito delle truppe d’aggressione americane, e quindi posti sotto la loto tutela. Giornalisti simili, com’è ovvio, possono raccontare solo ciò che i comandi militari fanno vedere loro, forniscono quindi un’informazione a senso unico, quella desiderata dall’esercito che accompagnano. Non sapevamo che il termine venisse dal mondo informatico e che sta per “sistema incapsulato o specificamente dedicato”. Un sistema embedded, diversamente da un normale calcolatore che può svolgere mansioni differenti, è concepito per assolvere compiti predeterminati e solo quelli. Mai analogia fu più azzeccata. Quello di come si stia comportando la stampa occidentale davanti all’attuale crisi iraniana è un caso di embeddeddismo raddoppiato, ovvero oltre il confine dell’indecenza.

Non c’è infatti un’aggressione, una guerra in atto, delle truppe d’invasione a cui fare da amplificatori. Eppure gli organi di stampa occidentali, come se fossero membra di un unico corpo, come se ubbidissero ad un unico grande e diabolico cervello, come innumerevoli diffusori allacciati al medesimo amplificatore, suonano la stessa musica, un uguale spartito. Non c’è affatto bisogno di essere complottisti per ritenere che questa centrale unica di disinformazione strategica esista. La musica, o meglio il rumore, è composto dagli stessi ritornelli: Ahmadinejad è un dittatore, ha vinto le elezioni coi brogli; a conferma del primo assunto e del secondo sta soffocando nel sangue la legittima rivolta popolare. Se è falso liquidare Ahmadinejad come un dittatore, questa assordante campagna non è riuscita a dimostrare né che i brogli avrebbero pregiudicato la vittoria di Mousavi, né che per le strade di Tehran ci sarebbero stati “decine di morti ammazzati”.

Il meccanismo non è nuovo. Esso fu ben collaudato in almeno altri tre casi clamorosi. Nella primavera del 1999, poco prima dell’attacco NATO-USA alla Jugoslavia. Tutti ricorderanno le accuse al governo di Belgrado, accusato di applicare un piano sanguinoso e premeditato di pulizia etnica in Kosovo. Il secondo, dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, quando i Talibani vennero accusati senza alcuna prova di essere corresponsabili della strage di New York. Il terzo infine, non meno sfrontato, che l’Iraq di Saddam Hussein avrebbe posseduto armi di distruzione di massa. In tutti e due questi casi i media occidentali scatenarono campagne formidabili d’intossicazione. Lo scopo fu subito evidente: si dovevano satanizzare gli avversari allo scopo di abbindolare l’opinione pubblica occidentale affinché accettasse come “atti dovuti”, come azioni “umanitarie e/o democratiche”, le devastanti aggressioni imperialistiche. Tre gigantesche campagne mediatiche, tre guerre. In tutti e tre i casi la spada fu preceduta dalla penna, la guerra vera e propria con le armi fu preparata da quella più insidiosa consistente nel più colossale lavaggio internazionale di cervelli. Le stesse tecniche di propaganda del nazista Gobbels, lo stesso principio del Gaulaiter per cui “una menzogna ripetuta tre volte diventa una verità”.

Saremo accusati di dietrologia dal momento che sospettiamo che siamo al quarto atto della medesima tragedia? Se anche in questo caso, come nei due precedenti, la virulenta campagna di sputtanamento del governo iraniano e di Ahmadinejad, questo pervasivo lavaggio del cervello, faccia da apripista ad una nuova aggressione (che non necessariamente seguirà le forme delle tre che l’hanno preceduta)?

Vogliamo oggi soltanto mostrare la sfacciataggine e l’insulsa disinvoltura della stampa italiana. Dalla mazzetta estraiamo La Stampa di Torino, un giornale circondato dall’aureola di “sobrietà, obbiettività e pacatezza informativa”. Titolo di scatola: “Si parla di numerosi morti e feriti. L’IRAN PRECIPTA NEL CAOS. Brutale attacco ai manifestanti”.
E’ dal dodici giugno che i media italiani ed occidentali, oltre che parlare di scontri tra “manifestazioni moltitudinarie” e forze di polizia (da tutti i video amatoriali visti sin qui di moltitudini non c’e traccia - si tenga conto che solo Tehran ha circa dieci milioni di abitanti) suonano gli stessi tasti.
Notate anzitutto il “si parla”, ossia: si dice, si mormora, si vocifera… Da giorni vengono fatti titoli sul sangue che scorrerebbe per le strade di Theran, basati dunque sui “si sentito dire”. Sentito dire da chi? Ma è ovvio! Dai sostenitori di Mousavi, oppure dagli esuli iraniani in America e in Europa che degli avvenimenti ne sanno poco più che un fico secco, e le cui denuncie vengono invece prese per oro colato. Per adesso abbiamo la prova solo di una donna uccisa (per altro in circostanze poco chiare), la famosa e sfortunata Neda. Tantè che si ha notizia di un solo funerale, visto che di quello annunciato da Mousavi in onore “dei martiri uccisi” non si è avuta più notizia. Come mai? Tutta la prima pagina de La Stampa è un affresco sul “massacro iraniano”, ma anche la seconda e pure la terza.

Ora, prendiamo pure per buona la notizia che in due settimane sarebbero stati uccisi dodici manifestanti. Dodici manifestanti uccisi in quattordici giorni fa meno di una vittima al giorno.
Ora, se avete tra le mani La Stampa, passate a pagina 16 (Estero). Accanto ad un titolo sul prossimo incontro di Obama col Papa, se vi sforzate, potete vedere, con le dimensioni di un francobollo, questa istruttiva e agghiacciante notizia: Titolo: «Drone USA in Pakistan: Missili sul funerale ottanta morti». Il testo ha questo incipit: «Nuovo tragico incidente nel nordest del Pakistan. Un missile sparato contro un covo di ribelli ha colpito in pieno un funerale di civili radunatisi per il funerale di un capo taliban ucciso poche ore prima da un altro drone».

Un caso da manuale per capire la tecnica della menzogna informativa occidentale*. Giorni e giorni di prime pagine sui presunti assassinii compiuti dalla polizia iraniana. Spazio di un francobollo all’ennesimo attacco terroristico americano, compiuto sempre da quelle parti, ma che ha fatto una strage vera. Quante migliaia di afghani e pakistani sono morti sotto le bombe americane negli ultimi anni? Non è dato sapere. E perché non lo è dato? perché lì “c’è la guerra contro il terrorismo”, nel cui nome tutto si giustifica, tutto si comprende, anche lo scempio contro un mesto funerale. E come si giustifica questo crimine, questo massacro di civili inermi? Affermando che è stato un incidente, e insinuando pelosamente (poiché prove se ne fregano di portarle come sempre) che i partecipanti al funerale forse erano inermi, ma non propriamente innocenti, dato che, se non amici di un talibano, si erano permessi di onorare e accompagnare le sue esequie.

In quell’inferno se solo sfiori o sei solidale con un “terrorista” ti becchi come minimo un missile lanciato da un drone. Nel paradiso occidentale aspettati un fragoroso arresto e una bella richiesta di condanna a quindici anni come “fiancheggiatore”, per 270 bis, ter, quarter, quinquies sexies ecc., lanciata non da un drone a stelle e strisce, ma da uno zelante e tricolorato pubblico ministero.

Cè forse qualche Tribunale penale internazionale che si occupi dei reiterati atti terroristici americani o NATO? Certo che no! Certi Tribunali si occupano dei “crimini contro l’umanità”, non della bassa macelleria contro iracheni, palestinesi, afghani o pakistani. Quelli non fanno parte dell’umanità, sono bestie da macello, belve che meritano di finire a Guantanamo, di essere torturati e umiliati ad Abu Ghraib o Baghram.

Non troverete nella stampa occidentale queste nostre accuse. Essa è infatti una stampa libera, democratica, obbiettiva, mentre quelle nostre sono solo malignità prevenute, elucubrazioni, accuse per partito preso. Gi embedded invece non agiscono per partito preso, non ubbidiscono ad un padrone. Il giornalista in Occidente è libero. E’ vero infatti che non deve più attendere la velina del politico per scrivere il suo pezzo. Siamo ormai giunti allo stadio per cui la simbiosi e l’empatia tra servo e padrone è giunta a tal punto che è il primo che detta la velina al secondo. La gerarchia è mutata, il quarto potere è salito di rango, e se non è diventato il primo della scala, certamente è montato sulle spalle dei replicanti politici.

*PS - Va detto che quel che vale per La Stampa e per i principali quotidiani del paese, vale anche per i giornali di sinistra.
Il Manifesto del 25 giugno titola “Dalla parte dell’Iran” sotto un’enorme foto centrale di Obama, mentre a pagina 2 il titolo di testa è “Colpo di Stato in una notte”.
Fin qui l’Iran, e la strage americana in Pakistan?
Per trovarla ci vuole pazienza e lente d’ingrandimento. La notizia è finita nelle “brevi” scritte in piccolo a pagina 9. Titolo: “Waziristan, drone Usa uccide 45 persone” (in realtà più di 80, ndr). Viene riportata in poche righe la notizia così come fornita dai servizi pachistani. Il Manifesto non ha da fare commenti…
Ed in questo caso anche noi possiamo astenerci dal commentare il comportamento del Manifesto, dato che si commenta abbondantemente da solo.

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