Published by leonBlog on 08 Set 2008

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Il Ministero del Tesoro statunitense ha pochi giorni per agire prima che all’estero perdano la pazienza

La Merrill Lynch [importante banca d’affari e d’investimento con sede a New York, ndt] ha annunciato che gli Stati Uniti potrebbero dover affrontare una “crisi finanziaria” globale entro alcuni mesi in seguito al fallimento di Fannie Mae e Freddie Mac [rispettivamente Federal National Mortgage Association e Federal Home Loan and Mortgage Corporation, due maxi-banche di credito fondiario, ndt ] nel mondo.

Le sorti del Paese dipendono dalla decisione degli investitori asiatici, russi e del Medio Oriente di finanziare buona parte del disavanzo di 700 miliardi di dollari (350 miliardi di sterline) sul conto delle partite correnti, mettendo il Paese in una situazione di rischio peggiore di quella giapponese dei primi anni Novanta dopo lo scoppio della bolla speculativa dell’indice Nikkei [segmento della Borsa di Tokyo, paniere dei 225 titoli principali, ndt]. La Gran Bretagna e gli altri paesi anglosassoni in deficit potrebbero dover fare fronte a una simile ritirata degli investitori stranieri.

“Il Giappone era in grado di ridurre i suoi tassi d’interesse a zero”, ha detto Alex Patelis, il responsabile dell’economia estera della Merrill.

“Sarà molto difficile per l’America farlo. All’estero non forniranno volentieri capitale. Nessuno sa dov’è il limite”.

Brian Bethune, responsabile del settore finanza ed economia presso Global Insight [prestigioso istituto di ricerca economica e finanziaria, ndt], ha detto che il Tesoro statunitense ha due o tre giorni di tempo per immettere liquidità per sostenere il suo piano di salvataggio o, altrimenti, dovrà affrontare una crisi pericolosa della quale potrebbe perdere il controllo.

“Non è tempo per i politici di sottovalutare, ancora una volta, il rischio strutturale al sistema finanziario e l’enorme danno che questo causerà all’economia. Servono azioni aggressive e audaci, e servono ora” ha detto.

Bethune ha detto che il Ministero del Tesoro dovrebbe immettere 20 miliardi di dollari di capitale pubblico. Questo a sua volta potrebbe attirare 20 miliardi di dollari di capitale privato. Fondi di tale portata dovrebbero essere abbastanza per le due agenzie che, in questo modo, in qualunque ipotesi, si potrebbero salvare prima degli effetti del crollo del mercato immobiliare statunitense.

Ha detto che le preoccupazioni riguardo al “moral hazard” – alimentato dai sostenitori intransigenti dell’economia di mercato alla Casa Bianca e dalle rappresentanze dei media statunitensi – stanno rallentando il raggiungimento di una soluzione. “Non possiamo esitare. I mercati possono essere brutali. Dobbiamo spezzare la catena prima del crollo della fiducia”.

Fannie e Freddie – le due istituzioni finanziarie più grandi al mondo – erogano quasi la metà dei 12 trilioni di dollari dell’intera industria ipotecaria statunitense. Ma questo dato non esprime appieno la loro importanza vitale in questo frangente. Le due agenzie operano in qualità di società di prestiti immobiliari di ultima istanza nel mercato immobiliare, fornendo l’80 % di tutti i nuovi mutui.

Più o meno 1 trilione e mezzo di dollari del debito AAA [ad elevata solvibilità, ndt] di Fannie e Freddie – e di altre GSE èimprese “sponsorizzate dal governo” statunitensi, ndt ] – è adesso in mani straniere. La grande incognita è ora scoprire se la pazienza degli stranieri non si esaurirà nel momento in cui le perdite aumenteranno e il dollaro sarà in ribasso.

Hiroshi Watanabe, numero due della banca centrale giapponese, ieri ha scosso i mercati quando ha raccomandato alle banche e alle compagnie assicuratrici giapponesi di trattare il debito delle agenzie statunitensi con cautela. I due gruppi di istituzioni sono in possesso di circa 56 miliardi di questi bond. La Mitsubishi UFJ possiede 3 miliardi di dollari. La Nippon Life 2,5.

Ma la parte del leone la fanno le banche centrali della Cina, della Russia e delle potenze petrolifere. Tutti questi paesi potrebbero fin troppo facilmente innescare una corsa al dollaro e mettere gli Stati Uniti in ginocchio, se dovessero decidere che è nel loro interesse strategico farlo.

Era improbabile, secondo Patelis, che qualcuno volesse provocare una svalutazione, mettendo sul mercato sottocosto i propri pacchetti azionari. Al contrario, probabilmente si accumuleranno i titoli di debito statunitense e anglosassone ad un tasso più lento. Solo questo permetterà ai paesi aventi un bilancio in deficit di lottare per colmare il buco nel bilancio. “Non vedo come la situazione attuale possa prolungarsi per altri sei mesi”, ha detto.

La Merrill Lynch ha annunciato che i governi stranieri hanno aggiunto 241 miliardi di dollari al debito dell’agenzia statunitense solo nello scorso anno poiché le loro riserve estere esplodevano, rappresentando un terzo del finanziamento totale per l’attuale deficit. (Oggi possiedono 985 miliardi di dollari in tutto). Secondo la maggior parte delle valutazioni, la Cina possiede circa 400 miliardi di dollari, la Russia 150 miliardi di dollari e l’Arabia Saudita e gli altri stati del Golfo almeno 200.

L’inflazione globale si sta ora imponendo in modo categorico. Buona parte dell’Asia ha la necessità di alzare bruscamente i tassi d’interesse, portando via i capitali dal Nord America. Questo potrebbe far crescere i rendimenti dei titoli e delle obbligazioni del Tesoro statunitense, inasprendo il credito in un momento in cui gli Stati Uniti sono già in caduta libera.

Il viceministro russo delle finanze, Dmitry Pankin, ha detto che il crollo congiunto delle azioni condivise della Fannie e della Freddie nella settimana scorsa è stato irrilevante perché il loro debito è stato garantito dal governo statunitense, che lo ha inserito nel piano di salvataggio.

“Non vediamo la ragione di cambiare alcunché perché la valutazione del debito di queste agenzie non è cambiata”, ha detto.

Gli esperti in politica estera dubitano che il quadro sia così semplice. È probabile che la Russia usi i suoi 530 miliardi di dollari di riserve di capitale per negoziare su importanti questioni diplomatiche, magari per scoraggiare gli Stati Uniti dall’estendere l’adesione alla Nato all’Ucraina e alla Georgia.

Vladimir Putin, l’attuale premier russo, ha ribadito più volte che la sua nazione ha ingaggiato una nuova Guerra Fredda con gli Stati Uniti. È evidente che Mosca è entusiasta all’idea di umiliare gli Stati Uniti, a patto che i costi necessari non siano troppo alti per la Russia stessa.

La Cina è vista come un partner più affidabile, per il suo desiderio, certamente più forte, di una stabilità globale. Il Segretario del Ministero del Tesoro Hank Paulson ha lasciato intendere l’esistenza di rapporti con l’élite cinese, risalente ai suoi giorni alla Goldman Sachs [una delle più grandi e affermate banche d’affari al mondo, con sede legale a New York, ndt], quando visitò il paese più di 70 volte.

Brad Setter, del Consiglio statunitense per i Rapporti Esteri, ha detto che i Cinesi sono impegnati a sostenere Fannie e Freddie, non per ultimo per garantire che i loro prestiti siano “onorati in tempo e per intero”.

David Bloom, attuale amministratore della HSBC [colosso bancario europeo, ndt], ha affermato che la paura che le banche regionali possano iniziare a vacillare dopo il fallimento di IndyMac è adesso la minaccia più grande per il dollaro.

“Siamo in piena svalutazione del dollaro”, ha detto. “È una lotta all’ultimo sangue: oggi i mercati credono più nell’euro che nel dollaro, anche se l’indice di fiducia tedesco elaborato dall’istituto Zew è stato assolutamente negativo”.
di Ambrose Evans-Pritchard

Published by leonBlog on 07 Set 2008

È l’utopia della pace che genera violenza


La violenza è attuale più che mai: tafferugli, auto in fiamme, crescita della delinquenza, minacce terroristiche, ma anche di guerra, e uso della forza di Stato.
Max Weber ha dimostrato che la violenza - lungi dall’essere «fenomeno arcaico», anacronistico retaggio di barbarie - è la preminente manifestazione dell’antagonismo fra libertà e necessità. Georg Simmel l’ha definita elemento strutturale del fatto sociale. Georges Sorel non esita ad opporla alla forza dell’ordine costituito. Julien Freund la definisce il mezzo d’eccezione del politico. Michel Maffesoli scrive che «la sua stessa pluralità è indice privilegiato del politeismo dei valori», infatti è un’«espressione parossistica del desiderio di comunione». René Girard, secondo cui ogni società nasce da una violenza fondatrice, vede in essa parte di «una sacralità degradata». La violenza è insieme dissidenza, parossismo e duplicità; sul piano sociale s’inscrive in un doppio movimento di distruzione e fondazione.
OVUNQUE E DA NESSUNA PARTE
Al limite, si può estendere il campo della violenza fino a vederne ovunque, anche nell’obbligo imposto dalle leggi, dalle istituzioni e dalle strutture sociali, perché lo Stato nasce da un rapporto di forze. Ma se è ovunque, la violenza non è più in nessun posto. In senso stretto, è oggettivabile solo la violenza fisica, frutto dell’illecito uso materiale della forza. Molte dottrine chiamano violenza solo la forza illegittima. Sotto la copertura d’una formale neutralità, lo Stato stesso s’è arrogato il monopolio della violenza, ma senza riuscirci mai, infatti la legalità che esso incarna non sempre è legittima. Dove comincia allora la legittimità del ricorso alla forza, se la legittimità non si confonde con la semplice legalità? Principio organizzatore della società, la violenza può anche essere un modo per restaurare la città. Oggi l’aumentata settorializzazione della violenza («violenza sociale», «violenza scolastica», «donne picchiate», ecc.) s’unisce all’infantolatria (colpisce che l’infanticidio abbia sostituito il parricidio come il peggiore dei crimini), all’ideologia vittimista (le vittime hanno rimpiazzato gli eroi come modelli, dunque per farsi ammirare occorre prima farsi compatire) nel suggerire un’ubiquità della violenza.
PIÙ DI IERI, MENO DI DOMANI
Città incluse, la violenza propriamente criminale è in realtà minore di una volta, almeno in Francia, ma la violenza dei giovani è certo aumentata. Essa s’accompagna a una spettacolarizzazione sempre più invadente. Il film Rambo 4 offre 236 morti in 93 minuti. Cyberdipendenza e videogiochi amplificano il fenomeno. La morte è banalizzata, ma son sempre meno quelli che hanno visto un vero cadavere. Il paradosso è che l’onnipresenza della violenza procede di pari passo con la non meno evidente accentuazione della sensibilità: fra la gente comune la soglia di tolleranza per la violenza reale continua a calare. Il vero problema della violenza comincia quando essa perde lo statuto di ultima ratio, per proliferare con virulenza e costituire un modo d’esistere. In parte è quanto accade ora.
La violenza è l’eccezione del politico, ma l’organizzazione del politico della società esige che la violenza sia regolata. Ma anche qui torna l’ambivalenza. La violenza va contenuta perché destruttura la vita sociale, ma è sempre la violenza che permette, a chi si compiace di combatterla, di giustificare la soppressione delle dissidenze e il presidio generalizzato della socialità. Quotidianamente oggi l’ansia di sicurezza può esser invocata per imbrigliare le libertà. La violenza fa paura, giustamente, ma anche questa paura può esser strumentalizzata. Essa permette all’autorità di legittimarsi come istanza di «protezione» e quindi agevola il controllo sociale.
ATTACCO PREVENTIVO
Metafora delle tensioni sociali, la città è al centro delle paure contemporanee. La politicizzazione delle paure urbane spinge i poteri pubblici ad alimentare deliberatamente le inquietudini - non a rafforzare le solidarietà sociali - e a punire dissidenti e individui presunti «pericolosi» come dei colpevoli. La sacralizzazione della legge serve allora solo a premunirsi da una contestazione violenta del disordine costituito. L’anarchica proliferazione di violenze di ogni genere fa poi dimenticare che, su altri piani, il conflitto tende a sparire. I grandi conflitti sociali del secolo scorso si sono per lo più placati, a cominciare dalla lotta di classe, dimenticata a vantaggio di un chimerico «scontro di civiltà». Dal compromesso fordista, i sindacati si sono adeguati all’idea di una società senza un preminente antagonismo, proprio come i partiti contestatori di sinistra si sono adeguati alla logica consensuale del mercato. Anche lo Stato s’orienta alla ricerca sistematica di «compromessi negoziati». Desindacalizzazione, cedimento del pensiero critico, «dialogo sociale» e negoziato degli interessi: in molti campi il consenso ha sostituito il conflitto. Pierre Rosanvallon non ha torto quando dice che, socialmente parlando, viviamo in un mondo senza una forte conflittualità strutturante.
GUERRA ALLA GUERRA
A livello internazionale, è ancora un’altra cosa. L’idea dominante è d’eliminare la guerra e sopprimere il conflitto. Ma la guerra contro la guerra prevale, è sempre più violenta di tutte le altre, né la cultura del rifiuto del nemico impedisce al nemico di apparire. Ben diverso dal desiderio di pace (l’obiettivo naturale della guerra è la pace), il pacifismo è intrinsecamente polemogeno. Fondamentalmente la guerra non ha cambiato natura, ma i mezzi ai quali ricorrono i belligeranti son sempre più massicciamente distruttivi. Chi crede di liberarci dalla violenza è imbattibile nel giustificarla e nello scatenarla!
La violenza è stata spesso messa al servizio dell’utopismo, ma anche la volontà di eliminare la violenza deriva dall’utopia. La società non potrà circoscrivere o canalizzare la violenza, pretendendo d’imporre la «pace universale» e sopprimere i fattori conflittuali. Il conflitto nasce da aggressività naturale, diversità umana e impossibilità di conciliare sempre progetti originati da valori divergenti. Non tutti i conflitti implicano violenza, però ne celano la possibilità. L’intolleranza a priori nei suoi riguardi rimanda meno al gusto per i rapporti civili e più alla paura del rischio, alla rassegnazione e all’inerzia. È fin troppo certo che rimozione del conflitto e rifiuto dell’idea stessa di lotta conducano alla violenza generalizzata: voler rimpiazzare a ogni costo il conflitto col consenso è votarsi a far scatenare la violenza estrema. Se oggi c’è troppa violenza, forse è perché difetta il conflitto creatore.
(Traduzione di Maurizio Cabona)
di Alain de Benoist

Published by leonBlog on 05 Set 2008

Tra le montagne del Caucaso, nella colonia degli Oscurati

Non amo occuparmi
di attualità, ma mi pare doveroso precisare alcune mie opinioni in
merito al recente conflitto tra la Georgia, sostenuta dall’asse Stati
Uniti-Israele, e l’Ossezia del Sud,
appoggiata dalla Russia di Putin-Medvedev. Mi auguro comunque che
queste parole siano apotropaiche. Non intendo persuadere quei lettori
che credono ciecamente ancora alle false contrapposizioni tra
superpotenze e che tendono a schierarsi con uno dei due contendenti.
Chi, però, seguirà gli eventi forse destinati ad accadere, non solo
comprenderà che la guerra citata è solo uno dei tanti stratagemmi
adoperati dal governo occulto per scatenare un conflitto su scala
globale, ma anche sarà in grado di discernere i siti di informazione
veramente libera dai numerosissimi portali infiltrati.

Non
intendo tessere l’elogio degli Stati Uniti, mentre altri magnificano la
Russia, ma evidenziare come siano gli Oscurati a controllare tutti i
principali paesi dello scacchiere internazionale. Bisogna capire che la
gravissima crisi in cui versano gli Stati Uniti non è la conseguenza
(non solo) di un modello economico dissennato, ma la fase di un
progetto risalente a secoli addietro, un progetto pianificato ed
attuato con mefistofelica astuzia e scientifica precisione. La
sinarchia, che non nutre alcun sentimento patriottico né apprezza i
valori nazionali, ha deciso di affossare gli U.S.A. e di portare in
auge la Federazione russa che in futuro sarà lo stato più ricco e
potente del pianeta, insieme con la Cina. Non basta, però, distruggere
l’economia e la società statunitensi: occorre, infatti, fomentare in
tutto il mondo un odio incoercibile, furioso contro Stati Uniti ed
Israele, protagonisti di genocidi, di episodi di sfruttamento, di
carneficine e di brutali aggressioni.

Gli esecutivi delle varie
nazioni sono esecrandi, ma illudersi che il governo russo sia migliore
di quello statunitense è un’ingenuità.

Non so se Medvedev e Bush
siano al corrente di essere manipolati affinché si azzuffino come due
galli da combattimento: lo scommettitore sa quale dei due galli
vincerà, perché il combattimento è truccato. Credo che Bush, nella sua
infinita stolidità, pensi di agire per gli Stati Uniti e non per il
governo segreto, mentre Medvev sembra uomo assai più scaltro, allevato
ed indottrinato per svolgere un preciso compito. Comunque sia, i popoli
ignorano che chi agisce dietro le quinte manovra i vari burattini della
scena internazionale. In tale ottica, poco conta anche il petrolio
(alcuni oleodotti passano per la Georgia, sottraendo così alla Russia
il controllo dell’oro nero centro-asiatico): infatti l’apparato
militare ed industriale da decenni impiega altre forme di energia e
potrebbe rinunciare ai combustibili fossili oggi stesso, se gli
idrocarburi non fossero uno strumento per dominare l’economia e
soggiogare le popolazioni.

Quel che importa veramente ai signori
della guerra è determinare una situazione indescrivibile di caos,
conflagrazioni belliche, atti efferati, epidemie, carestie, disastri
innaturali etc. Terminato questo periodo di immani tribolazioni, come
Lucifero nell’incanto del mattino, splenderà glorioso e magnifico
l’astro del Salvatore. Egli offrirà ad un’umanità (ai sopravvissuti del
genere umano) prostrata, immiserita e disperata, la risoluzione per
ogni problema: energia non inquinante per tutti, cibo in abbondanza,
sicurezza e pace. Naturalmente i suoi “miracoli” saranno trucchi da
baraccone ed i suoi doni non saranno disinteressati. L’energia
implicherà che ogni uomo diventi un terminale alimentato e controllato
da un megacomputer centrale; gli alimenti saranno geneticamente
modificati; la sicurezza e la pace saranno sinonimi di rinuncia ad ogni
residua forma di libertà. Un superstato totalitario diverrà un
invadente ed onnipresente Briareo dalle cento braccia, diventerà un
mostruoso Argo dai cento occhi (gli occhi delle telecamere-spia).
Infine il superstato pretenderà l’atto finale di sottomissione, come in
1984.

Tutto ciò potrebbe accadere per mezzo di Gog e Magog,
ossia i popoli che nella Bibbia, nel Corano ed in altre tradizioni
posteriori, raffigurano le nazioni orientali (Russia, Cina…).

Chiarito
ciò, è meglio diffidare di chi decanta le inesistenti virtù di Putin e
Medvedev, dipinti come due statisti buoni, solleciti del bene
collettivo, disinteressati, amanti della pace, fautori della
democrazia. Chi li dipinge così è un… ; chi sostiene che, tutto
sommato, la Russia è la nazione su cui fare assegnamento per un futuro
di libertà e di giustizia, è uno sprovveduto. Non esistono i buoni ed i
cattivi, ma solo i cattivi ed i cattivi mascherati da buoni, come
durante il Secondo conflitto mondiale, quando sia il Tripartito
(Italia, Germania, Giappone), i “cattivi”, sia gli Alleati, i “buoni”
erano finanziati dalla stessa élite di guerrafondai Ecco spiegato
dunque perché l’orso russo non è un mansueto agnellino.

La Russia è all’avanguardia nelle armi elettromagnetiche e psicotroniche; usa le scie chimiche
per manipolare il clima, per avvelenare e condizionare la popolazione,
esattamente come gli stati della N.A.T.O.; impiega sofisticati e
diabolici sistemi di sorveglianza (anche insetti-spia); si avvale della
psicopolizia; reprime in modo feroce dissidenti ed etnie che
rivendicano diritti civili; ha adottato un selvaggio modello economico
liberista; non rispetta l’ambiente; ha collaborato e coopera con gli
Stati Uniti in sperimentazioni di dispositivi elettrodinamici
(Caronia)…

Intendiamoci: gli U.S.A. sembrano avviati a
diventare il Quarto Reich, ma non sarà la Russia a salvarci dalla
dittatura planetaria.

A questo punto, la prossima volta in cui leggerete gli articoli di colui, sappiate che è un…

Ognuno
poi la pensi come vuole: chi vivrà vedrà. Si può solo consigliare di
allacciare molto bene le cinture, perché stiamo forse salendo per una
folle corsa sulle montagne… russe.

By zret

Published by leonBlog on 04 Set 2008

Confermato: Israele usava la Georgia come base di attacco all’Iran

«In base ad un accordo segreto fra Israele e Georgia, due campi d’aviazione militari nella Georgia meridionale erano stati assegnati ai bombardieri israeliani per un attacco preventivo contro le installazioni nucleari dell’Iran. Ciò riduce notevolmente la distanza che i caccia-bombardieri devono coprire per raggiungere i loro bersagli in Iran».

Stavolta a scriverlo nero su bianco non è un complottista marginale. E’ Arnaud De Borchgrave, storico direttore del Washington Times ed ora, in tarda età, «editor-at-large» (ossia direttore non esecutivo, ma libero commentatore) dell’agenzia internazionale UPI. Un personaggio (l’ho conosciuto di persona in anni lontani) con ottimi agganci con  servizi segreti, in primo luogo francesi.

Ora egli conferma tutto ciò che abbiamo detto in questo sito: Israele ha addestrato ed armato i georgiani, e si è fatta pagare (in parte)  facendosi concedere due basi militari avanzate contro Teheran (1). S’intende che i caccia-bombardieri israeliani, per raggiungere le loro basi in Georgia, avrebbero dovuto «sorvolare lo spazio aereo della Turchia».

«L’attacco ordinato da Saakashvili contro il Sud-Ossezia la notte del 7 agosto», aggiunge De Borchgrave, «ha dato ai russi il pretesto per ordinare alle sue forze speciali di fare incursione in queste basi isrealiane, dove si dice che sono stati catturati diversi droni israeliani. E’ dubbio che l’IAF (Israeli Air Force) possa ancora contare su queste basi», dice sardonico.
Al pubblico americano, De Borchgrave rivela diversi particolari, già noti ai lettori di EFFEDIEFFE.

Che il «ministro della Difesa georgiana Davit Kezerashvili è un ex-israeliano che si è trasferito per facilitare le vendite di armi israeliane con l’aiuto degli USA».

Che «il primo ministro Vladimir Gurgenidze», prima dell’attacco, «ha fatto una telefonata in Israele per chiedere una benedizione speciale al più importante rabbino degli haredim, rabbi Aaron Leib Steinman».

Che «da Israele arriva il maggiore Roni Milo, ex ministro e sindaco di Tel Aviv, con suo fratello Shlomo, in  qualità di rappresentanti della Elbit Systems, e delle Israeli Military Industries». Sono i droni fabbricati dalla Elbit ad «aver condotto i voli di ricognizione nella Russia meridionale, e anche nel vicino Iran».

Che il «ministro georgiano Temur Yakobashvili - un ebreo secondo Haaretz - si è fatto intervistare dalla radio dell’armata israeliana per vantarsi», alquanto improbabilmente, che «un piccolo gruppo dei nostri uomini sono stati capaci di spazzar via una intera divisione russa, grazie all’addestramento israeliano».

Il generale Anatoly Nogovitsyn, vice-capo di stato maggiore russo, ha infatti confermato in una conferenza-stampa a Mosca che l’aiuto israeliano alla Georgia comprendeva «otto tipi di veicoli militari, esplosivi, mine ed esplosivi speciali per pulire i campi minati», e in più «un numero di istruttori israeliani distaccati presso la milizia georgiana valutato tra i 100 e i mille. Oltre ai 110 militari Usa impegnati nell’addestramento in Georgia».

De Borchgrave ricorda che a luglio era avvenuta l’esercitazione Usa-georgiana «Immediate Response 2008», durante la quale «2000 soldati Usa erano stati trasportati in Georgia», lasciando capire che tale esercitazione serviva a preparare, e a mascherare, l’attacco a sorpresa al Sud Ossezia.

Invece la sorpresa l’hanno fatta i russi. Perchè - e qui De Borchgrave fornisce informazioni molto interessanti, di sue fonti - agenti doppi russi, «che in apparenza lavorano per i georgiani», hanno riferito a chi di dovere delle «fantasie militariste dell’impetuoso Saakashvili»; d’altra parte, gli Stati Uniti non avevano sufficiente «capacità di spionaggio satellitare, già stra-impegnato nelle guerre in Iraq e Afghanistan».

Sicchè nè gli uni nè gli altri «si sono accorti che le forze russe erano pronte ad una risposta immediata e massiccia all’attacco in Sud-Ossezia, che Mosca sapeva (in anticipo)  imminente».

Quando poi la sorpresa si è trasformata in rotta, l’ambasciatore georgiano a Gerusalemme ha chiesto disperatamente di «far pressione su Mosca». Ottenendo la seguente risposta: «L’indirizzo per questo tipo di pressioni è Washington». Che, come sappiamo, esegue. Israele, a quel punto, era allarmatissima di non guastarsi del tutto con Mosca: la Russia può creargli molti guai, fornendo armamento all’Iran, alla Siria, a Hezbollah.

Il fatto è, conclude sarcastico  De Borchgrave, che Saakashvili era convinto che gli USA l’avrebbero sostenuto totalmente nella sua guerricciola, correndo in suo aiuto contro la Russia, come «se la Georgia fosse l’Israele del Caucaso». Ovviamente gli USA non hanno potuto fare altro che qualche borborigmo minaccioso, e qualche provocazione inutile, come mandare aiuti «umanitari» ai georgiani  su navi da guerra.  Ottenendo anche  qui una mezza umiliazione.

La Turchia, che controlla lo stretto del Bosforo, ha rifiutato il passaggio di navi da guerra americane di grande tonnellaggio nel Mar Nero, come ha il diritto di fare in base alla Convenzione di Montreux, un trattato internazionale del 1936 (2).
Il che conferma perchè la Turchia «non merita» di entrare nella UE: ha troppa dignità, troppo senso del proprio interesse nazionale, per entrare in questa conigliaia di servi spaventati di Usrael.

Un collega, ottima fonte, mi dice che anche la UE ha finanziato l’armamento della Georgia, attraverso denari etichettati come «fondi per lo sviluppo». Naturalmente è una notizia incontrollabile per principio, dati i labirinti del bilancio eurocratico, dove la pratica di nascondere le voci sotto altre voci è una forma d’arte. Ma è del tutto credibile.

Il che spiega perchè le truppe russe non hanno fretta di lasciare la Georgia. E perchè la UE ha alzato il ditino moralistico contro Mosca, ma per poi farle sapere (dopo consultazioni sottobanco) che non la isolerà nè eleverà sanzioni contro la Russia; annuncio che è stato accolto a Mosca con sardonica soddisfazione. Perchè tutti capiscono che le sanzioni, sono loro che le possono applicare a noi, tagliandoci il petrolio in inverno.

Così abbiamo fatto anche questa figura: dei deboli ridicoli e doppiogiochisti, per non aver avuto il coraggio di affermare che la ragione stava dalla parte di Putin, e che Israele e gli americani devono smettere di provocare e intrigare «out of area», mettendo in pericolo il mondo. Forse siamo noi che dovremmo chiedere l’entrata nella Turchia…


1) Arnaud De Borchgrave, «Commentary:  Israel of the Caucasus»,  Middle East Times, 2 settembre 2002.
2) «Turkey refused to open the straits to two hospital ships of the U.S. Navy the tonnage of which exceeded the limits set by the Montreux Convention which governs international traffic through the Dardanelles and Bosphorus straits; but agreed to the passage of smaller U.S. ships in line with the convention. The U.S. ships delivered humanitarian supplies to the Georgian port of Batumi.  Meanwhile warships that belong to NATO members Spain, Poland and Germany also passed through the straits heading to Constanta in Romania to participate in the long-planned NATO exercises.  Russia responded harshly to the increased NATO military presence in the Black Sea, threatening that it would hold Turkey responsible if the ships did not leave in 21 days».   (Hurriyet, 29 agosto 2008).

M. Blondet

Published by leonBlog on 04 Set 2008

Henry Paulson ha perso il controllo della finanza statunitense

Quando Henry Paulson accettò di lasciare il suo incarico di presidente della potente banca di investimenti di Wall Street, Goldman Sachs, per andare a Washington come Segretario del Tesoro nel 2006 chiese poteri straordinari, di fatto come uno zar dell’economia. Li ottenne.

Paulson è anche a capo del Gruppo di Lavoro Presidenziale per il Mercato Finanziario – il segretario del tesoro e presidente del Federal Reserve Board, della Commissione di Sicurezza e Scambi e della Commodity Futures Trading Commission. Il Gruppo di Lavoro è l’equivalente nel mondo finanziario della stanza della guerra al Pentagono.

Paulson, e non il presidente della Fed Bernanke, è la persona che gestisce le crisi per l’amministrazione. E le sue azioni recenti indicano che ha perso il controllo dei problemi mentre questi, dalle compagnie di prestiti semigovernative Freddie Mac e Fannie Mae al collasso del mercato multimiliardario dei fondi Asset Backed Securities (ABS) all’economia reale si stanno unendo nella peggior crisi dalla Grande Depressione degli anni ’30.

“Il sistema bancario statunitense è sicuro”

In una stana eco del presidente Herbert Hoover nel 1932, durante una campagna presidenziale contro Roosevelt, in seguito al crollo della borsa e al collasso di numerose banche minori, Paulson è recentemente apparso sulle TV nazionali per dichiarare “il nostro sistema bancario è sicuro e in salute.” Ha aggiunto che la lista delle banche coinvolte è “una situazione ben gestibile.” In effetti ciò che non ha detto è che l’agenzia federale per l’assicurazione dei depositi, il Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC), ha un elenco di banche problematiche che ne conta 90. In quell’elenco non sono incluse banche come Citigroup, fino a poco tempo fa la banca più grande al mondo.


[Henry Paulson e Ben Bernanke]

La dichiarazione fatica a rassicurare. La cassa di risparmio della California, la IndyMac Bank, che è stata dichiarata insolvente un mese fa, non era sulla lista della FDIC fino ad una settimana prima del collasso. La verità è che la crisi creata dal garantire milioni di mutui sulla casa come nuovi strumenti finanziari e dalla vendita dei pacchetti ai fondi pensionistici e agli investitori si sta gonfiando come una palla di neve che rotola giù dalle alpi svizzere.

L’indicatore della mancanza di controllo è la dichiarazione di Paulson di qualche settimana fa che dice che “alla istituzioni finanziarie deve essere permesso fallire.” Questo succedeva due settimane prima che Paulson andasse al Congresso per “chiedere all’autorità congressuale di comprare quote illimitate come prestito a Fannie Mae e Freddie Mac.” Come ho riportato nel mio recente pezzo, Financial Tsunami: The Next Big Wave is Breaking: Fannie Mae Freddie Mac and US Mortgage Debt (Lo Tsunami Finanziario: La Prossima Grande Ondata sta Arrivando: Fannie Mae, Freddie Mac e il debito USA sui mutui), le due compagnie private hanno assicurato mutui sulla casa per 6.000 miliardi di dollari, la metà dell’intero debito USA sui mutui. Paulson ha motivato la richiesta definendo Fannie Mae e Freddie Mac “l’unica parte funzionante del mercato dei prestiti sulla casa.”

Questo richiama l’affermazione di un “sistema bancario sicuro.” Possiamo avere un sistema bancario sicuro in cui la sola parte funzionante è letteralmente insolvente – il suo debito maggiore del suo capitale?

È ben noto a Wall Street che alcune delle maggiori istituzioni finanziarie hanno immensi problemi non dichiarati con i fondi ABS che hanno stimato molto più alti del loro valore reale per far figurare i loro registri migliori di quello che sono. I nomi Citigroup, Lehman Bros., Morgan Stanley, anche la vecchia azienda di Paulson, Goldman Sachs e chiaramente gli inventori della subprime mortgage securitization, Merrill Lynch, posseggono tutti un’enorme fetta di quello che viene chiamato Capitale Livello Tre, capitali che nessuno vuole comprare ma di cui la banca dichiara il valore basandosi sulla “fantasia.” In breve, il valore di queste istituzioni alla base del sistema finanziario statunitense è estremamente sopravvalutato in confronto a quello reale che sono state costrette a mettere sul mercato oggi. Commentando cinicamente, i lettori non dovrebbero aspettarsi nessun rimedio alla crisi dal presidente Barack Obama. Il capo del settore finanziario della campagna nazionale di Obama è il miliardario Penny Pritzker, che tra le altre cose è erede degli Hotel Hyatt. Fu Pritzker assieme a Merrill Lynch 10 anni fa che per primo sviluppò il modello per garantire il capitale reale dei mutui subprime, scatenando l’attuale tsunami finanziario.

Citigroup è già stata costretta ad andare a Dubai ad elemosinare miliardi di liquidi. Dopo aver annunciato di non aver bisogno di altri capitali. Ora Citigroup ha annunciato piani di vendita di 500 miliardi di dollari di capitali per raccogliere fondi. La domanda che l’investitore attento sta facendo è se Citigroup sia davvero in grado di adempiere. In modo simile Merrill Lynch ha raccolto 6.6 miliardi dalla Kuwaitiana Mizuho, dichiarandosi in salute, e qualche settimana dopo ha dovuto raggranellare ulteriori capitali. Morgan Stanley ha venduto il 10% della compagnia alla China International Corp.

La contrazione rapida dell’economia reale

Dietro le dichiarazioni rassicuranti di Paulson ed altri sul fatto che “il peggio è passato”, la realtà del collasso del credito dall’agosto 2007 è quella di una contrazione economica che, come ho detto più volte in questo spazio, supererà la Grande Depressione del periodo 1929 – 1938.

Un buon amico, costruttore disoccupato in una zona prosperosa dell’Arizona, mi ha appena mandato la seguente lista di gandi magazzini al dettaglio chiusi negli Stati Uniti. Non ha nessun valore che oltre il 70% del PIL degli Stati Uniti viene dalle spese dei consumatori e che l’intera strategia della Federal Reserve di Alan Greenspan, dopo lo scoppio della bolla borsistica del marzo 2000, fosse di portare i tassi di interesse statunitensi ai livelli più bassi dagli anni ’30 per stimolare la spesa da parte dei consumatori sul credito, cioè sul debito, per evitare la recessione. Ecco la lista dei negozi che hanno chiuso in America nelle ultime settimane:

Ann Taylor, chiude 117 negozi in tutta la nazione.

Eddie Bauer, chiuderà altri negozi dopo i 27 chiusi nel primo trimestre

Lane Bryant, Fashion Bug, Catherines, 150 negozi chiusi in tutta la nazione

Talbots, J. Jill, chiudono negozi. Talbots chiuderà tutti i suoi 78 punti vendita per uomo e bambino più altri 22 negozi poco produttivi. I 22 punti vendita saranno un misto tra Talbot’s donna e J. Jill.

Gap inc., chiude 85 punti vendita

Foot Locker, chiude 140 punti vendita

Wickes Furniture è in fallimento e chiude tutti i suoi negozi. La ditta, che da 37 anni si indirizza ai consumatori di fascia media, ha richiesto il mese scorso la protezione fallimentare.

Levitz, vendita al dettaglio di arredamento, ha annunciato di essere in fallimento e di chiudere tutti i suoi 76 negozi a dicembre. Il rivenditore è nato nel 1910.

Zales, Piercing Pagoda ha in programma la chusura di 82 negozi entro il 31 luglio per poi chiuderne altri 23 poco attivi.

Il proprietario di Disney Store ha il diritto di chiudere 98 negozi.

Home Depot ha 15 punti vendita in chiusura a causa di un mercato della casa e di un’economia statunitense in tracollo. La decisione interesserà 1300 impiegati. È la prima volta che la più grande catena al mondo di negozi per la casa chiude un negozio di punta.

CompUSA (chiuso).

Macy’s, chiude nove negozi.

Movie Gallery, società di video noleggio, ha in programma la chiusura di 400 Movie Gallery e Hollywood Video Stores su 3500 esistenti oltre ai 520 punti che la catena ha chiuso lo scorso autunno come conseguenza della bancarotta.

Pacific Sunwear, chiude 153 Demo stores.

Pep Boys, chiude 33 rivendite di ricambi per auto.

Sprint Nextel, chiude 125 punti con 4000 impiegati, che seguono i 5000 sospesi lo scorso anno.

J. C. Penney, Lowe’s e Office Depot stanno facendo passi indietro.

Ethan Allen Interiors, programma la chiusura di 12 punti vendita su 300 per tagliare i costi.

Wilsons the Leather Experts, chiude 158 negozi.

Bombay Company, chiude tutti i 384 negozi negli USA.

Dillard’s Inc. chiude altri sei negozi quest’anno.

Per chiunque abbia familiarità con i centri commerciali o i negozi al dettaglio americani, ciò rappresenta uno sconvolgimento della vita economica di tutti i giorni della nazione, dai negozi di arredamento all’abbigliamento ai videonoleggi alla pelle. Il processo è solamente cominciato e nessuno dei maggiori candidati alla presidenza ha osato parlarne in campo economico, in quanto evidentemente non hanno da offrire soluzioni che non mettano in pericolo i finanziamenti alla loro campagna. Obama non è legato solo a Pritzker ma anche al miliardario di Omaha Warren Buffett e a George Soros. McCain dipende dai contributi tradizionali del partito repubblicano, che chiede riforme fiscali per chi percepisce i guadagni più alti e un trattamento di laissez faire per le banche nei confronti di milioni di proprietari di fronte all’impossibilità di riscattare la propria casa e al blocco dei capitali da parte delle banche.

Le banche di tutto il paese hanno applicato severi tagli ai prestiti, per timore di insolvenze. Questo ha aggravato il collasso dei consumatori documentato sopra. Centinaia di migliaia di broker, banchieri grandi e piccoli, impiegati del settore del mobile, commessi e lavoratori edili non sono capaci di trovare lavoro. Ci sono licenziamenti in massa e chi lavora lo fa spesso ad orario ridotto. In giugno le vendite di auto sono calate del 28% per Ford, del 18% per General Motors e del 21% per Toyota, cosa che porterà ad altri tagli nelle settimane a venire. Questa sarà la prossima ondata di disoccupazione.

La realtà economica non è rispecchiata dalle statistiche ufficiali del Dipartimento del Commercio o di quello del Lavoro. I dati vengono continuamente “rivisti” per occultare l’amara realtà in un anno di elezioni.

Un mio buon amico, l’economista californiano John Williams, ha meticolosamente registrato tali “revisioni dei dati” per più di 25 anni, e ha scoperto una realtà così allarmente da spingerlo a fondare un servizio supportato indipendentemente, “Shadow Government Statistics” [statistiche ombra del governo, ndt] in cui fa delle stime dei conti reali e non delle leggende ufficiali.

Secondo i conti di William l’economia statunitense è entrata in recessione, definita in due trimestri consecutivi di PIL negativo, alla fine del 2006. Da allora la recessione si è estesa, in modo particolarmente drammatico negli ultimi 12 mesi. Un fatto poco noto è che il Dipartimento del Lavoro pubblica anche sei diverse statistiche sulla disoccupazione, da U1 a U6. L’indice di disoccupazione “ufficiale” è quello definito con precisione in U3, e si attesta al 5,5%. comunque, come fa notare William, U6 è l’indice reale e dichiara ufficialmente il 9,7% di disoccupazione. Dai suoi calcoli risulta che il 13,7% della popolazione al momento attuale è disoccupata e in cerca di impiego.

Una spiegazione personale

Il costruttore dell’Ariziona disoccupato che ho citato sopra mi ha mandato di recente la seguente nota personale sulla situazione. “Ecco come la cosa appare alla gente come me: la vendita dei capitali reali è stata la forza motrice dell’economia in molte aree del paese durante gli ultimi dieci anni o più. Da tre anni viviamo una fase discendente del mercato. Abbiamo visto che il costo per mettersi in affari è salito per i costruttori, assieme ad un calo dei compratori, in quanto tutti tirano la cinghia, e all’impossibilità di vendere le case già esistenti. Molti datori di lavoro sono stati costretti a interrompere migliaia di opere per fallimento. Se la gente ha un lavoro, è preoccupata di perderlo. Non è più possibile spostarsi al lavoro in auto per lunghe distanze in quanto la benzina costa il doppio del 2006. C’è stata una caduta del 40% del valore delle case di proprietà. Molta gente è ’sommersa’ dalle proprie case, nel senso che sono indebitati per somme maggiori del suo valore di mercato. Quindi molta gente sottoimpiegata non risulta nelle statistiche di disoccupazione del governo. I lavoratori autonomi come me non vengono mai conteggiati.”

Il costruttore dell’Arizona continua, “Oggi nessuno costruisce. L’inventario delle case invendute è triplo rispetto al 2003. Le banche non danno più così facilmente i prestiti per la casa. Molti agenti immobiliari non vendono una casa da due anni. Gli edifici vuoti stanno diventando la normalità. In molte zone la disoccupazione nel settore delle costruzioni e del 50% o più. Decine di migliaia di messicani irregolari che facevano gran parte del lavoro manuale sono tornati in Messico per trovare lavoro. Io faccio manutenzione e lavoretti di tutti i generi, grandi o piccoli, e guadagno il 70 – 90 percento di quello che serve per sopravvivere con una famiglia di una moglie e tre bambini. I miei risparmi fanno il resto. Non può andare avanti così troppo a lungo. Siamo passati da una situazione agiata e tranquilla ad una nervosa e precaria, e le opportunità sono diminuite in soli tre anni. Facevamo parte della classe media.”

F. William Engdahl è l’autore di “A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order” (Pluto Press) e“Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation.” Sta lavorando ad un nuovo libro, dal quale è stato adattato questo pezzo, “Power of Money: The Rise and Decline of the American Century.” Può essere contattato attraverso il suo sito internet www.engdahl.oilgeopoitics.net.

Published by leonBlog on 04 Set 2008

Perchè non applicare al mondo calcistico il concetto di decrescita?

Ogni anno, appena riparte il campionato di calcio, ricominciano subito gli incidenti… E così si assiste al solito copione interpretato dagli stessi attori: tifosi teppisti che spaccano tutto, se non fanno di peggio; governo che dirigna i denti; polizia che ribadisce di avere pochi mezzi; società calcistiche e federazione che si girano dall’altra parte, facendo finta di nulla. Dopo di che tutto ricomincia come prima…
E noi qui a fare sociologia di una specie di baraccone dei pubblici divertimenti, dove c’è chi guadagna miliardi, e chi pur di andare alla partita s’impegna l’orologio d’oro del nonno.

Basta con le analisi. Proponiamo di applicare il concetto di decrescita al calcio. Meno squadre, meno soldi ai giocatori, meno partite, più attività sportiva di massa, e nelle scuole, a cominciare dai più giovani. Già sappiamo però che nessuno prenderà in considerazione questa nostra modesta proposta per prevenire, per dirla con il grande Berto. Per quale ragione? Perché il mondo del calcio, così com’ è oggi strutturato (dalle società ai tifosi) è un potente narcotico sociale. Sappiamo di non dire nulla di nuovo. Ma spesso le cose vere sono quelle più banali. In primo luogo, il sistema preferisce che il giovani più esagitati puntino, diciamo così, i fucili verso gli stadi, che non verso il Palazzo d’Inverno. Gli incidenti negli stadi, tutto sommato, sono il male minore. Tradotto: sempre meglio della rivoluzione.

In secondo luogo, altra cosa scontata, intorno al mondo del calcio girano enormi interessi economici (si pensi solo alla questione dei diritti televisivi ). In certo senso il calcio va a braccetto con il capitalismo più speculativo e probabilmente mafioso. Come mai certe società che sembrano sempre sull’orlo del tracollo, non falliscono mai? Dove prendono, società calcistiche (apparentemente) in crisi, i soldi - e tanti - per acquistare quei “campioni” che poi riempiono gli stadi e rimettono così il moto il circolo narcotizzante del calcio?
Basta, qui ci vuole una cura dimagrante. Il calcio deve decrescere. Perciò non solo consigliamo di non andare più allo stadio, ma anche di tenere spento il televisore nelle ore clou (tutte praticamente) di ogni domenica. Insomma, perché non ridurre o addirittura tagliare le risorse economiche che alimentano un vergognoso baraccone divertentistico come il calcio, al servizio del più corrotto potere politico ed economico?</span>

C. Gambescia

Published by leonBlog on 02 Set 2008

Afghanistan , la nuova palude

Una relazione dei servizi segreti francesi ritiene che in questo paese del Golfo, la NATO si è incamminata in una strada senza uscita. I talibán si sono riorganizzati ed hanno guadagnato efficacia grazie alla crisi nella quale è immerso il Pakistán. Dei due conflitti scatenati dalle amministrazioni di George W. Bush, in Afganistan nel 2001 e in Iraq nel 2003, la Casa Bianca perde quello che, a parere dell’opinione pubblica internazionale, è il più legittimo tra i due: quello in Afganistan. Questa guerra e l’ occupazione successiva di questo paese con una forza internazionale discende direttamente dagli attentati dell’11 settembre. Quella è stato la purga con la quale la Casa Bianca ha punito chi aveva protetto Osama bin Laden ed aveva fatto crescere le basi di Al Qaida sul suo territorio. L’imboscata tesa martedì scorso da un commando talibán e nella quale sono morti 10 soldati francesi non soltanto costituisce l’attacco più grave sofferto dalla forza internazionale d’Assistenza alla Sicurezza (ISAF) dal suo spiegamento nel 2003, ma anche la prova che “gli studenti di teologia„ che furono amici degli Stati Uniti ma che Washington scalzò dal potere nel 2001 si sono riorganizzati e sono capaci di operare in regioni molto vicine alla capitale, Kaboul. Esperti, analisti e gli stessi protagonisti riconoscono che le opzioni sono lettere morta che conducono ad una stessa pista: la guerra senza fine. Il ministro francese della difesa, Hervé Morin, ha fatto allo stesso tempo un riassunto breve ed esemplificativo del contesto militare: “I combattimenti sono ogni volta più difficili perché i talibán sono capaci di mettere in pratica tattiche molto più agguerrite di prima„. Una relazione dei servizi segreti francesi ritiene che, in Afganistan, la NATO (alleanza atlantica) “è su una strada senza uscita, totale e duratura„. Tuttavia, il discorso ufficiale nelle capitali occidentali è uguale a quello che Bush emette da anni: la guerra contro il terrorismo, il compromesso con la democrazia in queste regioni del mondo, ecc. ma i 70 mila uomini della forza internazionale dispiegati in territorio afgano da molti anni non ha ottenuto, come in Iraq, né di fermare la guerra né di conformare le pratiche democratiche [di questo paese] alla maniera occidentale. Gli studenti di teologia sono tornati in primo piano ed il loro obiettivo è Kaboul. Habibullah Rafi uno storico ed un analista politico afgano, sostiene che la resurrezione dei talibán è dovuta in gran parte alla mancanza di abilità degli occupanti: “Quando i nordamericani hanno sostituito il regime, i talibán svanirono. Ma a seguito dei bombardamenti, che la maggior parte delle volte hanno causato perdite civili, i talibán hanno conquistato nuovamente la popolazione. La gente non dà aiuto, ma chiude gli occhi„. In un’intervista pubblicata da Liberation, Olivier Roy, uno degli esperti internazionali più solidi dell’Asia centrale ed autore di molti libri sull’Afganistan, ha descritto il muro dinanzi al quale si trovano gli occupanti, con gli Stati Uniti in testa: “non è possibile vincere militarmente questa guerra, ma neppure è possibile andarsene e lasciare l’ Afganistan nel caos„. Gli Stati Uniti e gli alleati che integrano la forza internazionale d’Assistenza alla sicurezza affrontano problemi politici, militari, etnici e religiosi. Sull’argomento, Olivier Roy sottolinea che uno dei più grandi errori che ha commesso l’ Amministrazione Bush è stata di rifiutare di negoziare con i settori più duri del movimento talibán. “L’Amministrazione Bush - spiega Oliver Roy - considera i talibán come un movimento esclusivamente terroristico. Si vede qui l’ostacolo creato dall’Amministrazione Bush con l’ideologizzazione della guerra contro il terrorismo. Tuttavia, questo negoziato con un settore dei talibán rappresenta la sola uscita.„ La NATO è a tal punto impantanata che, ancora una volta, sembra essere stata incapace di gestire con efficacia la risposta all’imboscata dove sono morti i 10 soldati francesi. I soldati francesi che sono sopravvissuti all’attacco hanno descritto scene degne di un brutto film: lunghe ore di combattimento senza appoggio, coordinamento erroneo, lentezza scandalosa del comando centrale per inviare i rinforzi adeguati. Uno dei feriti ha ammesso: “Noi non avevamo più altre munizioni„. La relazione ufficiale sull’imboscata contrasta fino all’assurdo con le testimonianze dei soldati che sono intervenuti nei combattimenti. Uno dei superstiti ha raccontato a Le Monde che l’alto numero di vittime si spiega perché i soldati sono stati bersaglio delle stesse forze NATO che dovevano salvarli. Nulla espone meglio la palude nella quale si trova la NATO come la descrizione tecnica dell’imboscata. Non si è preparato il terreno prima dell’arrivo del corpo dei soldati francesi, non si è attivata neppure una forza di reazione rapida per prevenire ogni problema, né si è realizzato, prima, un lavoro d’intelligence. I soldati sono caduti nella trappola dell’inefficienza e della mancanza di coordinamento. In modo compatto, gli analisti riconoscono che i talibán hanno guadagnato in efficacia grazie alla crisi nella quale è immerso il Pakistán, paese vicino dal quale operano con qualsiasi impunità protetti nelle zone tribali (FATA, Federally Administered Tribal Areas), dove vivono i pashtunes (la stessa etnia dei talibán). Il vuoto di potere in Pakistán derivato da anni di paralisi e tensioni politiche ha creato condizioni simili a quelle che esistevano prima della caduta del regime talibán: Il Pakistán è un territorio di transito e di addestramento. Sull’argomento, Ahmed Rashid, un saggista esauriente che è divenuto celebre con il libro “L’ombra del Talibán”, ha spiegato a Le Monde che “la strategia dei talibán consiste nel creare una crisi così grande nell’ambito della NATO affinchè qualche paese annunci il suo ritiro dalla coalizione militare presente in Afganistan„. Rashid rivela che ci sono “centinaia di combattenti che vengono dall’Iraq. Ci sono anche arabi e pakistani, islamisti che provengono dal Cashemire e dall’Asia centrale„. Ahmed Rashid avanza anche un’informazione che rivela il fallimento completo delle operazioni militari condotte fino ad ora: “Dal 2001, la riorganizzazione dei talibán porta la firma di Al Qaida„.

di Eduardo Febbro (*)

(*) Desde París.

Published by leonBlog on 02 Set 2008

Imperialisti di destra e imperialisti di sinistra

Dalla pubblicazione su Voltairenet.org di un articolo di Thierry Meyssan sul ruolo di Albert Einstein Institution nelle pseudo “rivoluzioni” colorate organizzate dalla CIA, quest’organismo ed i suoi rappresentanti sono stati esclusi dalle principali tribune anti-imperialiste. Negando, in totale cattiva fede le accuse a carico, degli intellettuali della sinistra statunitensi tentano di riabilitare quest’istituto così utile alla sovranità “soft” sul resto del mondo. Anziché essere un dibattito, è un momento di verità.
Inizialmente passato inosservato, l’articolo “Albert Einstein Institution: la non-violenza versione CIA”, pubblicato su Voltairenet.org il 4 gennaio 2005 (1), ha suscitato un dibattito internazionale quando il presidente Hugo Chavez Frias ne ha dato lettura pubblica il 3 giugno 2007 (2). Poco dopo, il fondatore di quest’istituto di ricerca, Gene Sharp ha scritto una lettera aperta al presidente Chavez per chiedergli di riconsiderare le sue opinioni ed una seconda alla mia attenzione per chiedermi di tornare alla resipiscenza (3).
Poiché queste missive non hanno convinto, numerosi autori hanno sviluppato la critica all’Albert Einstein Institution, in particolare la dott.ssa Eva Golinger in Venezuela (4). Per fermare la polemica, il professore Stephen Zunes, personalità in vista presso l’intelligencia progressista statunitense ha preso la difesa del suo amico Gene Sharp ed ha riunito firme prestigiose, tra cui quella di Noam Chomsky, attorno ad una petizione di sostegno (5).
La dott.ssa Eva Golinger ha già risposto a Stephen Zunes e mi asterrò da riprendere qui le sue argomentazioni che dividono tutti (6). Considerando che gli articoli del dossier sono chiarificanti per l’Albert Einstein Institution, non discuterei di nuovo la questione ormai ben conosciuta sul ruolo di quest’organismo nelle pretese “rivoluzioni” colorate. Mi concentrerò sul significato e le motivazioni della petizione iniziata dal professore Zunes.
In occasione dell’indipendenza dell’India, Mohandas K. Gandhi, presentava la lotta contro l’imperialismo britannico sotto un aspetto religioso e morale. Intendeva costruire un’India indipendente avente l’induismo per religione nazionale ed organizzata attorno al sistema delle caste. Contrariamente a ciò che si pensa spesso, non s’era opposto alla violenza in sé, ma considerava che doveva essere esclusiva della casta degli Kshatriya. Aveva dunque immaginato un modo di lotta anti-imperialista per le altre caste: la non-violenza.
Gandhi s’era rivoltato alla sovranità britannica. Ma era invece indifferente alla dominazione di alcune caste su altre, ed a esclusione dei pariah, non vi percepiva alcuna violenza. Gandhi diresse il movimento di liberazione nazionale in una difficile coabitazione con Jawaharlal Nehru. Quest’ultimo immaginava un’India indipendente laica e socialista, liberatasi dal sistema delle caste. La loro azione comune permise di cacciare l’occupante. Il progetto di società del Mahatma Gandhi non poté trionfare.
Per timore, i musulmani esigettero la creazione del Pakistan. La divisione del paese fece un mezzo milione di morti e dodici milioni di profughi in pochi giorni. Così, la non-violenza di Gandhi, messo al servizio del movimento di liberazione nazionale, ha in gran parte contribuito all’indipendenza dell’India. Lo stessa non-violenza, messa al servizio di un progetto confessionale e reazionario, ha suscitato un gigantesco dramma umano.
L’originalità di Gene Sharp è di avere ripreso la non-violenza di Gandhi, ma anche quella di Henry David Thoreau, di Martin Luther King e di altri ancora, e di inserirlo su un piano militare e politico. È giunto alla conclusione che la non-violenza è una tecnica di combattimento come un’altra, che può essere messa al servizio degli obiettivi più diversi. È sempre stato attento nel tenersi alla larga delle divergenze tra i politicanti, per sottolineare che la sua tecnica può essere adottata da qualsiasi corrente politica. Il suo lavoro ha interessato la NATO, nel progettare una resistenza civile di fronte ai sovietici e la NED/CIA per organizzare delle pseudo-rivoluzioni.
Per difendere l’Albert Einstein Institution, Stephen Zunes cancella via tutte le informazioni disponibili sul cursus dei suoi responsabili e le loro attività che sono state rivelate da Eva Golinger e da me stesso. Oppone allora la credibilità di Gene Sharp, guru di numerosi ecologi, femministe e sindicalisti, alla nostra. Mi qualifica, a torto, come “marxista”, per spaventare il borghese statunitense, afferma che i miei “errori” e quelli della dott.ssa Golinger sarebbero imputabili, allo stesso tempo, ad un effetto ottico ed al nostro pensiero “razzista”. Da un lato, perché l’amministrazione Bush raccomanda aggressivamente dei “cambiamenti di regime”, che i nostri spiriti deboli sospetterebbero dei militanti dei diritti dell’uomo, che desiderano sovvertire le dittature, di essere agenti dell’imperialismo USA. D’altra parte, è animato del razzismo e dell’arroganza occidentale, ché saremmo incapaci di riconoscere la capacità dei popoli del terzo mondo nel condurre azioni politiche e che immagineremmo una manipolazione dietro ogni evento. Non una possibilità!
Eva Golinger è certamente statunitense, ma vive a Caracas ed è bolivariana; io stesso sono certamente francese, ma vivo tra Damasco e Beyrouth e sono radicale. Il bolivarismo ed il radicalismo sono movimenti politici derivati dalla filosofia dei lumi, il primo si è sviluppato nelle Ande contro l’imperialismo spagnola e la schiavitù, il secondo in Francia contro la monarchia e il clericalismo. Nulla a vedere con il marxismo-leninismo, né l’occidento-centrismo. D’altra parte, non troviamo offensivo essere definiti “marxista”.
Stephen Zunes prosegue qualificandoci come “cospirazionisti”, termine peggiorativo, che designa nel gergo atlantista ogni dissidente, particolarmente coloro che non credono al crollo mimetico della Torre n°7 del World Trade Center ed alla smaterializzazione di un aereo nel Pentagono delle Bermude.
“È dunque inquietante che tante fonti d’informazione progressiste abbiano diffuso tali errori così ampiamente, e che tanta gente gli abbia creduto, particolarmente in base alla mancanza palese di elementi solidi per sostenere le loro accuse. Le minor parte di questi articoli (che criticano Sharp) che contengono citazioni utilizza semplicemente fonti screditate da tempo come Meyssan e Golinger”, concludono.
La petizione del professore Zunes si iscrive nel contesto della prossima elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti. Quest’ultimo avrà l’incarico pesante di cambiare l’immagine dell’impero statunitense per garantire la sua perennità. I principali strateghi US adottano un discorso pubblico di denunzia degli aspetti visibili che più colpiscono della politica attuale e chiamano ad una correzione del sistema per salvarlo. Così, l’ex segretario di Stato repubblicano James Baker o l’ex consigliere nazionale alla sicurezza, il democratico Zbigniew Brzezinski, denunciano le guerre di George W. Bush e l’occupazione israeliana dei territori palestinesi, o richiedono la chiusura del campo di Guantanamo. Queste posizioni non hanno dunque nulla di contestatario. Sono evidenti per tutti, fino al vertice dell’estabishment imperiale.
La Commissione bipartisan Armitage-Nye ha elaborato un accordo tra repubblicani e democratici affinché il prossimo presidente, qualunque esso sia, cioè più di un diplomatico-in-capo o di un comandante-in-capo, e che privilegia azioni esterne tipo “rivoluzioni colorate” ad interventi militari. Questo rinnovo della strategia statunitense, ormai basata “sul potere intelligente” (smart power) e neppure sulla forza brutale, corrisponde ad un’oscillazione identica nell’ambito del movimento sionista.
Il gruppo della rivista neo-conservatrice Commentary di John Podhoretz si cancella temporaneamente a profitto di quella della rivista progressista Tikkun del rabbino Michael Lerner. La nuova punta di diamante del sionismo si è data come obiettivo spiritualizzare la sinistra statunitense, come Commentary ha fatta con la destra. Tikkun fa campagna perché Barack Obama proponga un Piano Marshall globale, sul modello di ciò che fecero la CIA ed il dipartimento di Stato nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale per vassallizzare l’Europa occidentale. Milita per “la giustizia sociale per i palestinesi e la sicurezza di Israele” (e non l’inverso), nega la situazione di segregazione di cui sono vittime i cittadini israeliani musulmani e cristiani, come pure il diritto al ritorno dei deportati. Tikkun chiama i dirigenti palestinesi ad abbandonare il terrorismo per la non violenza. Afferma che l’occupazione israeliana non potrà avere fine finché gli Israeliani non avranno garanzie per la loro sicurezza e che “i palestinesi non avranno dato prova che riconoscono gli Israeliani come creati a immagine di dio”.
Il professore di scienze politiche all’università di San Francisco e specialista del Medio Oriente, Stephen Zunes è l’autore di Tinderbox : U.S. Foreign Policy and the Roots of Terrorism (la polveriera: la politica estera statunitense e le radici del terrorismo). Vi promuove l’idea che è il sostegno degli Stati Uniti ai regimi autorevoli del Medio Oriente che produce in reazione il terrorismo anti-USA. Gli Stati Uniti non sarebbero dunque odiati a causa dei loro valori, ma perché i loro dirigenti li ridicolizzano sostenendo cinicamente dei dittatori. Quest’argomento è caratteristico della propaganda di relifting dell’impero. Occulta il finanziamento comune dei principali gruppi “islamismi” da parte di Riad e Washington per rispondere ai movimenti rivoluzionari, laici o religiosi. Assolve, allo stesso tempo, i dirigenti statunitensi ed il loro popolo dai crimini commessi, poiché i primi avrebbero tradito gli ideali che i secondi non hanno mai messo in pratica. Simultaneamente, demonizza allo stesso tempo i dirigenti ed i popoli arabi, i primi come dittatori ed i secondi come terroristi.
Nei suoi lavori, Stephen Zunes – come il suo amico Noam Chomsky (7) – s’impegna a presentare Israele come vittima dei diktat US e come non responsabili della situazione in Palestina. La petizione di Stephen Zunes ci comunica una cosa: alcune figure intellettuali della sinistra statunitense si spacciano per anti-imperialiste, ma difendono il sistema quando lo sporco lavoro è fatto con discrezione. A questo proposito, non è indifferente che il sig. Zunes ed i suoi assistenti difendano i miti dell’impero, gli pseudo-“valori americani” e il fantasma del complotto islamico mondiale.

Note
[1] «L’Albert Einstein Institution: la non-violence version CIA - http://www.voltairenet.org/article15870.html», par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 4 jqnvier 2005.
[2] «Vidéo: Hugo Chávez recommande la lecture des enquêtes de Thierry Meyssan - http://www.voltairenet.org/article148776.html», Réseau Voltaire, 4 juin 2007.
[3] Voir «Responses to Attacks - http://www.aeinstein.org/organizations_attack_responses.html», sur le site de l’Albert Einstein Institution.
[4] Elle avait déjà publié Bush vs. Chavez. La guerra de Washington contra Venezuela, Monte Avila, 2006.
[5] Article argumentaire: «Sharp Attack Unwarranted - http://www.fpif.org/fpiftxt/5327», par Stephen Zunes, Foreign Policy in Focus, 28 juin 2008. Article repris par divers journaux comme le Hufinggton Post et de nombreux sites de gauche. Pétition: «Open Letter in Support of Gene Sharp and Strategic Nonviolent Action - http://www.stephenzunes.org/petition/».
[6] «Making Excuses for Empire : Reply to Defenders of the AEI - http://www.venezuelanalysis.com/analysis/3690», par George Ciccariello-Maher et Eva Golinger, Venezuela Analysis, 4 août 2008.
[7] «Le contrôle des dégâts: Noam Chomsky et le conflit israélo-israélien - http://www.voltairenet.org/article142491.html», «Contrairement aux théories de Chomsky, les États-Unis n’ont aucun intérêt à soutenir Israël - http://www.voltairenet.org/article143143.html» et «Comment Chomsky a occulté l’influence du lobby pro-israélien sur la politique des États-Unis - http://www.voltairenet.org/article143147.html», par Jeff Blankfort, Réseau Voltaire, août 2006

di Thierry Meyssan

Published by leonBlog on 01 Set 2008

Doctor Pil

Nemmeno questo, l’Australia, voglio dire, è il paese ideale, degno di quel “migliore dei mondi possibili” che forniva a Voltaire argomento di che beffarsi nei riguardi di Leibniz: un caso di corruzione politica è saltato fuori anche qui - roba piccina, trascurabile per noi che la sappiamo lunga, ma corruzione resta – e l’altro ieri, dopo tante lacrime versate dai bambini, gli Aussies, come i locali chiamano loro stessi, hanno fatto fuori un cucciolo di balena, peraltro sanissimo, che scienziati e tecnologi del XXI secolo non sono riusciti a nutrire perché il latte dei cetacei è fuori portata. Però bisogna accontentarsi e noi italiani, addestrati come siamo, ci accontentiamo facilmente.

Qui le notizie dall’Italia arrivano con il contagocce e io non le cerco. L’Italia è dall’altra parte del globo in tutti i sensi e l’immagine stereotipa della terra multicolore degli spaghetti e dei mandolini prevale. Un’immagine del tutto innocente, perfino affettuosa e certo senza traccia di disprezzo che non sospetta nemmeno da lontano il degrado in cui quel bizzarro stivale sta affondando, ma quella è: spaghetti e mandolini.

A Sydney, città in cui ci troviamo ancora una volta, io sto scrivendo un libro e mia moglie insegna all’UTS, una delle università di quaggiù, dove ti guardano come se tu avessi voglia di scherzare se tenti di raccontare che da noi c’è chi sostiene - ovviamente senza aver mai osservato il fenomeno, ma questo da noi non conta - che le nanopolveri passino indifferenti per l’organismo e che, addirittura, quelle che abbiamo fotografato noi nel corpo umano (almeno un migliaio di casi), leghe metalliche che vanno dai vari acciai fino a composizioni inorganiche mai viste prima perché del tutto casuali, siano sciolte dallo stomaco e svaniscano discretamente nel nulla. Mi accorgo subito di aver sbagliato strada e lascio perdere l’argomento. Per quanto io non sia particolarmente orgoglioso della mia italianità (e di questo ringrazio i politicanti, gli accademici e i faccendieri che razziano uno dei paesi più belli del mondo,) non mi va che ci considerino dei

ciarlatani.

E, a proposito di questo, della ciarlataneria, mi auguro che sia passato del tutto inosservato un articolo pubblicato da Repubblica il cui testo mi è stato mandato da un paio d’amici sempre più disperati.

Nel grottesco teatro della commedia dell’arte italiota su cui transitano maschere altrove improponibili, avanzano sempre meno di rado fino alla ribalta personaggi che, se non ne fosse tristemente nota la realtà, parrebbero partoriti dalla fantasia amara di qualche scrittore. Dei politicanti nostrani è inutile dire: TV e giornali ce li propinano, crudeli e insistenti, contrabbandandoceli con nascosta ironia, un po’ alla Swift, come autorevoli reggitori delle sorti dello stato; addirittura c’è chi tra loro veste gli abiti di scena dell’indignato paladino della legalità per poi, in verità in modo del tutto solare menando per il naso i propri vocianti tifosi, farsi gli affari suoi, affari che comportano, tra l’altro, la sistematica e costosissima devastazione dell’ambiente.

Per i nostri uomini d’affari è altrettanto inutile spendere più di tante parole: gli affari li fanno ormai per indiscussa tradizione a spese del popol bue, dove con il termine spese non s’intende solo il poco denaro che resta ma l’ambiente, la salute e la prole, per intascare quattrini quando ne arrivano e comunque arrivino, e rifiutare di vedere il conto quando ci sarebbe da pagare.

L’accademia ruspante nostrana? Scorriamo velocemente le classifiche mondiali, facciamo due chiacchiere con qualcuno dei laureati recenti (“incenerendo i rifiuti si trasforma la materia in energia,” afferma, appunti alla mano, un neo-ingegnere ambientale) ed allontaniamoci con la rapidità che le gambe ci consentono.

Ma torniamo all’articolo di Repubblica. Per motivi di mercato, con l’accordo di tutta la combriccola che conta, un medico italiano, fortunatamente qui del tutto ignoto, è stato issato ai vertici della scienza. Mica quella vera, s’intende: quella della finzione scenica iperreale. Il personaggio, venerando per età eppure ancora faustianamente prestante, si è distinto spesso per certe esternazioni degne della penna di Molière, al cui proposito resta l’imbarazzo della scelta: da un basilico giovane mortifero ad una polenta che ti fa venire il cancro se non è OGM; da una consulenza tragicomica sull’incenerimento dei rifiuti estesa per volontà dello statista Cuffaro ad uno sproloquio televisivo, breve e folgorante, su quella tecnica, con pollice ed indice uniti in cerchio ad avvalorare con la forza di un post-aristotelico principium autoritatis la dimostrazione che bruciare porcherie è pratica del tutto salubre. Poi ci sarebbe da dire del carbone “pulito” ENEL, del nucleare di regime e via discorrendo. Ciò che affermano le varie federazioni dei medici, le indagini epidemiologiche, i fatti nudi e crudi, il buon senso, la legge stessa? Che importa? La verità ricevuta dal popol bue, quello che fa numero e che corre a mettere i soldini, è quanto esce dal tubo catodico con tanto di curriculum fatto di cremoni scioglipancia e sali anti-malocchio, di gioielli raffazzonati con i fondi di bottiglia e di tele incrostate in serie, di servizi sulle mirabolanti prestazioni del “termoutilizzatore” bresciano e di notizie accuratamente taciute per risparmiare imbarazzi.

Orbene, lo scienziato di casta gode di uno stuolo di sponsor multimilionari che vanno accontentati. Do ut des. Già è stato il turno di chi costruisce inceneritori, di chi fa centrali elettriche, di chi gestisce i rifiuti… Ora tocca ai miliardari (in Euro) che fabbricano farmaci, qualunque significato si voglia attribuire ad una collezione di sostanze la cui efficacia resta non troppo raramente confinata ad articoli “scientifici” commissionati a scienziati a noleggio e la cui nocività (i farmaci sono tutti veleni e vanno usati solo in caso di comprovata necessità, come m’insegnarono alla prima lezione universitaria nel 1968) viene archiviata nel silenzio non di tomba ma delle tombe. Quando, poi, non si scova nemmeno una malattia adatta per un prodotto nuovo, quasi sempre costato milioni, la malattia s’inventa. E, se proprio la fantasia non può soccorrere altrimenti, si escogita una forma di prevenzione per una patologia qualunque, rara, improbabile o del tutto inesistente che questa sia. Che importa? Business is business e le imprese industriali e commerciali mica hanno come mission la beneficenza. “Sì, quello che mi fa vedere è interessante – mi dicono gl’industriali – ma, se faccio quello che mi dice lei, come lo giustifico con gli azionisti?” Giusto: come lo giustifica con chi preferisce un pacco di biglietti di banca a qualsiasi altra cosa, salute non affatto esclusa?

Così, ecco l’oracolo di Repubblica: il cancro si previene con un’alimentazione corretta (polveri, diossine, benzene, IPA, PCB…: Tutta salute!) e, soprattutto (strizzatina d’occhio), sottoponendosi ad una bella dieta preventiva a base di farmaci. Tanti. Costosi. Quelli che dice lui. Per tutta la vita, finché la morte non ci separi.

E io che, decenni fa, ho perso tempo all’università a studiare che cosa mai fosse la prevenzione: primaria, secondaria, terziaria.

di Stefano Montanari

Published by leonBlog on 31 Ago 2008

Salame? No, solo farabutto

C’è una casta peggiore di quella attuale? Ma quanto sono disonesti e perchè poi?

Italiani che non riuscite a fare la spesa nemmeno dal discount, contenti? Berlusconi ha regalato 5 miliardi di dollari a Gheddafi, uno che governa un Paese ricchissimo, ma ha messo il suo popolo in miseria, perchè i miliardi di dollari petroliferi se li accaparra lui solo, con la sua cricca. Con la vaga promessa che fermerà le barche di immigrati. Al prossimo arrivo a Lampedusa, vedremo se glieli chiederà indietro, i dollari  nostri. Non credo.

Chi ha votato Berlusconi, spesso, ha fatto il seguente  ragionamento: è già ultra-ricco, non ruberà come gli altri. Magari non ruba, chissà. Ma, in piena sindrome da euforia bipolare, lo scopatore di ministre, aiutato dalla chimica, spende e spande: i soldi nostri, dei contribuenti. Miliardi di dollari al libico.

Stipendi pagati per sette anni ai fancazzisti più fancazzisti, i settemila di Alitalia. Abbiamo superato anche il problema dell’eccesso di auto-blù. Ora, in eccesso ci sono gli aerei blu. Berlusconi s’è comprato (coi soldi vostri) un Airbus 319 con arredamento VIP (tre jumbo non bastavano), oltre a 29 Piaggio P180 (la Ferrari dei cieli) per scarrozzare ministri e generali, scopatrici, veline e p… di Stato, che si aggiungono ai tre Falcon 900 appena comprati. Ogni Piaggio nuovo ci costa 8 milioni di euro.

Per i nostri soldati feriti in Afghanistan, non ce n’era uno a disposzione, hanno dovuto chiedere un passaggio alla Luftwaffe; ma per lorsignori, sono sempre a disposzione, col pieno di kerosene e il catering all’aragosta già pronto. Frattini ci va in vacanza alle Maldive. E fa quasi diventare un modello di oculatezza Fini il kippà che usa una motovedetta dei Vigili del Fuoco per fare il sub, con la sua nuova donna platinata, nel vietatissimo parco marino di Giannutri.

Questa è una Casta peggiore di quell’altra. Più volgare, più cinica, più sprecona, plutocratica e arrogante. Almeno, quella di prima non fatta votare con la promessa di risanare, tagliare, non mettere le mani delle tasche degli italiani.

La «soluzione» Alitalia è un disastro: alla fine dei giochi se la prenderà Air France («è di nuovo interessata», strillano i giornali-servi, in solluchero), ma senza accollarsi i debiti di mezzo secolo di fancazzisti, come aveva accettato prima. I debiti li pagheremo noi, Berlusconi non bada a spese (nostre).

Ma a Berlusconi, è servita a fare piaceri: così si è conquistato l’amicizia di Passera, di Amato, dei cosiddetti imprenditori che non lo ammettevano nei loro salotti buoni. Ha fuso il catorcio Alitalia con Air One, salvandone il proprietario che non sapeva come liberarsene: un amico in più.

Un altro amico nuovo è Ligresti: con l’entrata nella cordata, s’è aggiudicato il Forlanini. Quell’aeroporto, l’unico utile a Milano, verrà abolito: uno spazio immenso da edificare, tutta grazia per l’immobiliarista, infaticabile investitore dei soldi che arrivano dai compaesani di Paternò. Gli altezzosi banchieri di sinistra, i Benetton, i Montezemolo, gli Stronzetti e i Provera del capitalismo progressista italiota (la nostra borghesia compradora) guardano al Farabutto con nuovi sentimenti: se li è comprati, coi soldi nostri. Sono amici, anzi amiconi.

Sull’enorme defecazione chiamata Alitalia, a mo’ di ciliegina, ha messo come capo il noto Colaninno, il devastatore di Telecom, il capitano coraggioso di D’Alema.

Ormai non c’è più destra o sinistra, nemmeno per finta; c’è la sola ed unica Casta dei ladri di Stato, dei volatori su aerei-blu, dei Gheddafi mediterranei amiconi dei Gheddafi nostrani.

Aspettiamo anche il «federalismo» del Gheddafi padano: saranno altri spargimenti di miliardi nostri, sprecati nel più immondo pasticcio che possa inventare l’inciviltà giuridica italiana. L’immane debito nostrano salirà, e noi dovremo pagarlo: nuove tasse, nuovi aerei blu, nuovi soldi gettati qua e là, nuovi Colaninno.

Votare per gli altri? Inutile, sono già la stessa pappa-e-ciccia. Saranno sempre più tasse per noi, e sempre più Piaggio 180 VIP per lorsignori, chiunque siano. Stiamo diventando esattamente come i libici, con le pezze al culo benchè abitanti su un Paese ricco, perchè devono mantenere il loro Gheddafi. E lo mantengono da tren’anni, senza riuscire a liberarsene.

Chi ci libererà da questi farabutti, se non noi? Occorre un piazzale Loreto.

M.Blondet

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