Published by admin on 02 Jul 2009

Incendio all’inceneritore di Piacenza: i media tacciono


nube diossina inceneritore piacenza
L’11 giugno il deposito rifiuti dell’inceneritore di Piacenza ha preso fuoco
“Tenete chiuse le finestre, non muovetevi da casa”, questo l’ordine lanciato da Vittorino Francani dell’Arpa (Agenzia regionale per ambiente e prevenzione), fra i primi ad accorrere sul luogo dell’incendio. Alle 18:40 di giovedì 11 giugno un capannone con una superficie di mezzo chilometro quadrato ha preso fuoco. Era il deposito rifiuti dell’inceneritore di Piacenza.

Al suo interno si trovavano tonnellate di plastica, metallo, carta e legno. Benché questi imballaggi e scarti industriali fossero destinati alla combustione, non erano ancora stati né separati né puliti. Del resto gli effetti di un simile incendio non sono in alcun modo paragonabili a quelli di una combustione all’interno di un inceneritore munito di filtri. (Nemmeno questi però rendono il processo sicuro e pulito, poiché non catturano le polveri sottili che, oltre a creare gravi danni alla salute, restano nell’atmosfera per sempre).

I gas emessi durante l’incendio hanno formato una nube nera che ha continuato ad alzarsi anche dopo lo spegnimento del rogo, avvenuto dopo oltre due ore. La nube, trasportata dal vento, ha viaggiato per chilometri verso nord-est, coprendo così di nero il cielo dell’hinterland di Piacenza.

Quel che ha dato il colore alla nube è stata la diossina, che si sprigiona ogni volta che bruciano plastica o cartone sporco.

vigili fuoco incendio piacenza
E’ stato necessario l’intervento dei vigili del fuoco per spegnere le fiamme
Tali gas possono causare problemi immediati (blocchi respiratori, tosse e fastidi agli occhi), ma anche danni ai polmoni protratti nel tempo, spiega Pietro Bottrighi, primario del reparto di pneumologia all’ospedale di Piacenza.

Nonostante questi rischi, nessun paziente si è recato al Pronto soccorso con sintomatologie respiratorie acute, dichiara l’Azienda unità sanitaria locale (Ausl) di Piacenza.

Oltre a rimanere in casa però, i tecnici del dipartimento di Sanità pubblica hanno consigliato di lavare bene la frutta e la verdura proveniente dagli orti della zona. L’Arpa ha proseguito gli accertamenti presso il centro Enìa (società che gestisce impianti ambientali di pubblica utilità), effettuando campionamenti dei terreni e dei vegetali nell’area interessata.

Ha inoltre prelevato i filtri della centralina di monitoraggio ambientale di Gerbido, per effettuare rilievi sull’emissione di diossina e di IPA (idrocarburi policiclici aromatici). Il tutto è stato inviato nella sede di Ravenna per gli esami necessari. “Al momento abbiamo rilevato un aumento dei livelli di monossido di carbonio e degli idrocarburi”, ha dichiarato Sandro Fabbri, direttore di Arpa Piacenza.

La pubblicazione delle quantità di diossine e idrocarburi aromatici presenti nel terreno e nell’atmosfera però, non è ancora avvenuta.

Oltre ai danni ambientali vi sono quelli economici, che comunque risultano “tutto sommato modesti, viste anche le dimensioni dell’incendio”, si legge nel giornale locale Libertà.

E’ la diossina a dare il colore alla nube
Grazie all’intervento dei dipendenti di Enìa si tratta ‘solo’ di qualche decina di migliaia di euro: “Abbiamo salvato il trituratore, la macchina che trita i rifiuti e che è molto costosa, poi con gli estintori abbiamo tentato di fermare le fiamme, ma erano troppo forti e ci sono voluti i vigili del fuoco” racconta Anselmo Baistrocchi, responsabile degli impianti Enìa.

I giornali locali (gli unici a parlarne) hanno attribuito l’incendio a un’autocombustione favorita dal calore. Ammesso che questa spiegazione venga confermata, si tratterebbe comunque di un problema grave. L’apparente spontaneità dell’autocombustione, però, non attenua la responsabilità di chi ha trascurato le misure di sicurezza che avrebbero dovuto evitarla.
di Elisabeth Zoja

Published by admin on 01 Jul 2009

Giornali e giornalisti di guerra


Embedded è l’appellativo con cui vengono definiti i giornalisti di guerra al seguito delle truppe d’aggressione americane, e quindi posti sotto la loto tutela. Giornalisti simili, com’è ovvio, possono raccontare solo ciò che i comandi militari fanno vedere loro, forniscono quindi un’informazione a senso unico, quella desiderata dall’esercito che accompagnano. Non sapevamo che il termine venisse dal mondo informatico e che sta per “sistema incapsulato o specificamente dedicato”. Un sistema embedded, diversamente da un normale calcolatore che può svolgere mansioni differenti, è concepito per assolvere compiti predeterminati e solo quelli. Mai analogia fu più azzeccata. Quello di come si stia comportando la stampa occidentale davanti all’attuale crisi iraniana è un caso di embeddeddismo raddoppiato, ovvero oltre il confine dell’indecenza.

Non c’è infatti un’aggressione, una guerra in atto, delle truppe d’invasione a cui fare da amplificatori. Eppure gli organi di stampa occidentali, come se fossero membra di un unico corpo, come se ubbidissero ad un unico grande e diabolico cervello, come innumerevoli diffusori allacciati al medesimo amplificatore, suonano la stessa musica, un uguale spartito. Non c’è affatto bisogno di essere complottisti per ritenere che questa centrale unica di disinformazione strategica esista. La musica, o meglio il rumore, è composto dagli stessi ritornelli: Ahmadinejad è un dittatore, ha vinto le elezioni coi brogli; a conferma del primo assunto e del secondo sta soffocando nel sangue la legittima rivolta popolare. Se è falso liquidare Ahmadinejad come un dittatore, questa assordante campagna non è riuscita a dimostrare né che i brogli avrebbero pregiudicato la vittoria di Mousavi, né che per le strade di Tehran ci sarebbero stati “decine di morti ammazzati”.

Il meccanismo non è nuovo. Esso fu ben collaudato in almeno altri tre casi clamorosi. Nella primavera del 1999, poco prima dell’attacco NATO-USA alla Jugoslavia. Tutti ricorderanno le accuse al governo di Belgrado, accusato di applicare un piano sanguinoso e premeditato di pulizia etnica in Kosovo. Il secondo, dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, quando i Talibani vennero accusati senza alcuna prova di essere corresponsabili della strage di New York. Il terzo infine, non meno sfrontato, che l’Iraq di Saddam Hussein avrebbe posseduto armi di distruzione di massa. In tutti e due questi casi i media occidentali scatenarono campagne formidabili d’intossicazione. Lo scopo fu subito evidente: si dovevano satanizzare gli avversari allo scopo di abbindolare l’opinione pubblica occidentale affinché accettasse come “atti dovuti”, come azioni “umanitarie e/o democratiche”, le devastanti aggressioni imperialistiche. Tre gigantesche campagne mediatiche, tre guerre. In tutti e tre i casi la spada fu preceduta dalla penna, la guerra vera e propria con le armi fu preparata da quella più insidiosa consistente nel più colossale lavaggio internazionale di cervelli. Le stesse tecniche di propaganda del nazista Gobbels, lo stesso principio del Gaulaiter per cui “una menzogna ripetuta tre volte diventa una verità”.

Saremo accusati di dietrologia dal momento che sospettiamo che siamo al quarto atto della medesima tragedia? Se anche in questo caso, come nei due precedenti, la virulenta campagna di sputtanamento del governo iraniano e di Ahmadinejad, questo pervasivo lavaggio del cervello, faccia da apripista ad una nuova aggressione (che non necessariamente seguirà le forme delle tre che l’hanno preceduta)?

Vogliamo oggi soltanto mostrare la sfacciataggine e l’insulsa disinvoltura della stampa italiana. Dalla mazzetta estraiamo La Stampa di Torino, un giornale circondato dall’aureola di “sobrietà, obbiettività e pacatezza informativa”. Titolo di scatola: “Si parla di numerosi morti e feriti. L’IRAN PRECIPTA NEL CAOS. Brutale attacco ai manifestanti”.
E’ dal dodici giugno che i media italiani ed occidentali, oltre che parlare di scontri tra “manifestazioni moltitudinarie” e forze di polizia (da tutti i video amatoriali visti sin qui di moltitudini non c’e traccia - si tenga conto che solo Tehran ha circa dieci milioni di abitanti) suonano gli stessi tasti.
Notate anzitutto il “si parla”, ossia: si dice, si mormora, si vocifera… Da giorni vengono fatti titoli sul sangue che scorrerebbe per le strade di Theran, basati dunque sui “si sentito dire”. Sentito dire da chi? Ma è ovvio! Dai sostenitori di Mousavi, oppure dagli esuli iraniani in America e in Europa che degli avvenimenti ne sanno poco più che un fico secco, e le cui denuncie vengono invece prese per oro colato. Per adesso abbiamo la prova solo di una donna uccisa (per altro in circostanze poco chiare), la famosa e sfortunata Neda. Tantè che si ha notizia di un solo funerale, visto che di quello annunciato da Mousavi in onore “dei martiri uccisi” non si è avuta più notizia. Come mai? Tutta la prima pagina de La Stampa è un affresco sul “massacro iraniano”, ma anche la seconda e pure la terza.

Ora, prendiamo pure per buona la notizia che in due settimane sarebbero stati uccisi dodici manifestanti. Dodici manifestanti uccisi in quattordici giorni fa meno di una vittima al giorno.
Ora, se avete tra le mani La Stampa, passate a pagina 16 (Estero). Accanto ad un titolo sul prossimo incontro di Obama col Papa, se vi sforzate, potete vedere, con le dimensioni di un francobollo, questa istruttiva e agghiacciante notizia: Titolo: «Drone USA in Pakistan: Missili sul funerale ottanta morti». Il testo ha questo incipit: «Nuovo tragico incidente nel nordest del Pakistan. Un missile sparato contro un covo di ribelli ha colpito in pieno un funerale di civili radunatisi per il funerale di un capo taliban ucciso poche ore prima da un altro drone».

Un caso da manuale per capire la tecnica della menzogna informativa occidentale*. Giorni e giorni di prime pagine sui presunti assassinii compiuti dalla polizia iraniana. Spazio di un francobollo all’ennesimo attacco terroristico americano, compiuto sempre da quelle parti, ma che ha fatto una strage vera. Quante migliaia di afghani e pakistani sono morti sotto le bombe americane negli ultimi anni? Non è dato sapere. E perché non lo è dato? perché lì “c’è la guerra contro il terrorismo”, nel cui nome tutto si giustifica, tutto si comprende, anche lo scempio contro un mesto funerale. E come si giustifica questo crimine, questo massacro di civili inermi? Affermando che è stato un incidente, e insinuando pelosamente (poiché prove se ne fregano di portarle come sempre) che i partecipanti al funerale forse erano inermi, ma non propriamente innocenti, dato che, se non amici di un talibano, si erano permessi di onorare e accompagnare le sue esequie.

In quell’inferno se solo sfiori o sei solidale con un “terrorista” ti becchi come minimo un missile lanciato da un drone. Nel paradiso occidentale aspettati un fragoroso arresto e una bella richiesta di condanna a quindici anni come “fiancheggiatore”, per 270 bis, ter, quarter, quinquies sexies ecc., lanciata non da un drone a stelle e strisce, ma da uno zelante e tricolorato pubblico ministero.

Cè forse qualche Tribunale penale internazionale che si occupi dei reiterati atti terroristici americani o NATO? Certo che no! Certi Tribunali si occupano dei “crimini contro l’umanità”, non della bassa macelleria contro iracheni, palestinesi, afghani o pakistani. Quelli non fanno parte dell’umanità, sono bestie da macello, belve che meritano di finire a Guantanamo, di essere torturati e umiliati ad Abu Ghraib o Baghram.

Non troverete nella stampa occidentale queste nostre accuse. Essa è infatti una stampa libera, democratica, obbiettiva, mentre quelle nostre sono solo malignità prevenute, elucubrazioni, accuse per partito preso. Gi embedded invece non agiscono per partito preso, non ubbidiscono ad un padrone. Il giornalista in Occidente è libero. E’ vero infatti che non deve più attendere la velina del politico per scrivere il suo pezzo. Siamo ormai giunti allo stadio per cui la simbiosi e l’empatia tra servo e padrone è giunta a tal punto che è il primo che detta la velina al secondo. La gerarchia è mutata, il quarto potere è salito di rango, e se non è diventato il primo della scala, certamente è montato sulle spalle dei replicanti politici.

*PS - Va detto che quel che vale per La Stampa e per i principali quotidiani del paese, vale anche per i giornali di sinistra.
Il Manifesto del 25 giugno titola “Dalla parte dell’Iran” sotto un’enorme foto centrale di Obama, mentre a pagina 2 il titolo di testa è “Colpo di Stato in una notte”.
Fin qui l’Iran, e la strage americana in Pakistan?
Per trovarla ci vuole pazienza e lente d’ingrandimento. La notizia è finita nelle “brevi” scritte in piccolo a pagina 9. Titolo: “Waziristan, drone Usa uccide 45 persone” (in realtà più di 80, ndr). Viene riportata in poche righe la notizia così come fornita dai servizi pachistani. Il Manifesto non ha da fare commenti…
Ed in questo caso anche noi possiamo astenerci dal commentare il comportamento del Manifesto, dato che si commenta abbondantemente da solo.

Published by admin on 29 Jun 2009

Francia: la rivoluzione parte dalle campagne

Al solito, tutto inizia in Francia. Come racconta Alessandro Cisilin, su Galatea European Magazine, le tradizionali spese parigine del sabato hanno incontrato il 13 giugno scorso una brutta sorpresa, coi supermercati semivuoti. Su iniziativa della Fnsea (“Fédération Nationale des Syndicats des Exploitants Agricoles”) e di Ja (“Jeunes Agriculteurs”) i contadini, armati di forconi, pale, trattori, cumuli di terra e perfino gli stessi carrelli dei supermercati, hanno completamente bloccato dal giovedì precedente i principali centri di smistamento della grande distribuzione. L’obiettivo dichiarato dal suo leader Lemétayer era bloccarne una trentina. Ne sono stati occupati quarantuno, e cioè oltre la metà delle fonti di approvvigionamento del paese. Motivo della protesta, le contrazioni nel prezzo pagato dagli intermediari nell’ultimo anno, senza giustificazione nella crisi.

Spesso si dimentica infatti che nei momenti di difficoltà per l’economia gli sciacalli della finanza trovano ampi spazi per le loro manovre speculative. Quando tutto va giù è facile giocare al ribasso più di quanto la situazione non richieda e poi lucrare comprando a 1 quello che varrebbe 10. Quando oggetto delle contrattazioni sono quelle maniacali strutture di alchimia finanziaria, si può anche far finta di non vedere gli effetti che questo produce nell’economia reale; ma se a rimetterci - come in questo caso - sono i lattai e gli agricoltori è segno evidente che qualcosa debba cambiare. Come puntualizza più che giustamente il giornalista: “La crisi c’è e, diversamente da quanto argomentato da qualche ministro europeo, non arricchisce i meno abbienti con meccanismi deflazionistici ma allarga e aggrava la povertà. La dimostrazione, tra le altre, é che i consumi alimentari, solitamente mattone indistruttibile rispetto alla congiuntura economica, si sono anch’essi sensibilmente ridotti”. Accade in Francia, accade in Italia, accade in tutto l’occidente civilizzato.

Ad essere malata non è, però, la sola rete della distribuzione, ma piuttosto l’intera struttura dell’industria alimentare. Da quando con l’avvento dei petrolchimici il settore agricolo ha ceduto il passo all’industria agroalimentare, con i derivati del petrolio ad intossicarci l’esistenza non solo attraverso i fumi delle fabbriche, ma nascosti nel cibo, considerati come un’inevitabile conseguenza della crescita forzosa delle economie, anche l’attività più antica del mondo si è trovata inevitabilmente a dover scendere a compromessi con le logiche sempre più aggressive del liberismo. Tra le cause di distruzione degli ecosistemi la produzione di cibo risulta infatti essere al primo posto. Si continua a fingere di non comprendere che oltre a sfiancare il territorio le tecniche alimentari e, più in generale, l’onnipresente logica di sovrapproduzione svilisce il valore del cibo e di chi quel cibo plastificato lo consuma.

Accade così che l’uomo non sappia organizzare e gestire il territorio, ma lo usi semplicemente per i suoi scopi, in maniera indiscriminata e senza una prospettiva sostenibile né da un punto di vista strettamente agricolo né, tanto meno, da un punto di vista sociale. È necessario, invece, prendere coscienza dell’evidenza che la gastronomia non è intrattenimento, non consiste e non si esaurisce nel ricettario da cui sono invase riviste e rubriche televisive. La gastronomia è un atto politico, economico, etico. Anche la coltivazione e lo spostamento del cibo producono uno squilibrio nel pianeta, lo inquinano, ne esauriscono le risorse. E nessuna delle innovazioni tecnologiche di cui la produzione si serve favorisce la qualità di quel che arriva sulle nostre tavole. Semplicemente aumenta la produttività di terreni, piante, animali già esauriti nella loro capacità di rigenerarsi naturalmente.

La qualità è un diritto e un valore, non un lusso, non un eccesso di cui solo pochi possono godere. Il cibo è salute, diventa parte di noi, siamo noi. Dunque com’è possibile che l’opinione pubblica ignori o superi agevolmente il problema di capire cosa c’è in quel che mangia e quali conseguenze produca il modo in cui si nutre? L’esperienza francese - ma più in generale il corso della storia - ci insegna che le grandi rivoluzioni iniziano dal basso e dalle piccole cose, similmente a quanto accade in natura.

Come l’innocuo getto d’acqua di una fonte di alta montagna arriva, passando per il fiume, ad esprimere la devastante forza di una cascata, così anche oggi gli agricoltori francesi, all’occorrenza, sanno uscire dai terreni e compattarsi in strada. A muoversi stavolta sono stati almeno settemila. Proteste analoghe avevano indotto il governo a istituire il dicembre scorso un Osservatorio dei margini di profitto applicati dai distributori. Nulla però è cambiato nella tendenza a falcidiare i redditi agricoli. Nei giorni della protesta i vertici della distribuzione hanno mobilitato i propri dipendenti in azioni di disturbo dei blocchi dichiarando al contempo che le proteste dei contadini non intaccavano l’offerta nei supermercati. Nella guerra delle cifre però parlano le fotografie e i video diffusi dai cittadini e dai lavoratori. Il blocco è riuscito al di là delle attese, e molti scaffali rinviavano a scenari bellici. Quando si dice l’arroganza del potere.

In Francia però gli intermediari agricoli hanno a che fare con una categoria di produttori che, seppur dispersa territorialmente e scarsamente sindacalizzata, quando s’incazza, si muove da far paura. “Come sanno alcuni storici – si legge nell’articolo - la Rivoluzione Francese non esplose nel 1789. Nacque tre secoli prima, quando i contadini di molti villaggi conquistarono la proprietà dei loro terreni e ottennero che l’amministrazione locale venisse affidata ad assemblee elettive, in alcuni casi perfino a suffragio universale. La successiva Rivoluzione non scaturì dunque dalla frustrazione dell’arretratezza bensì al contrario dal permanere anacronistico di alcuni privilegi nobiliari e clericali rispetto al tessuto sociale, economico e politico più avanzato d’Europa.”

Ora come allora appare impensabile continuare sulla strada fin qui percorsa. Le rivendicazioni, sempre crescenti, di giustizia e di equità sociale si integrano male e stonano tragicamente con il disegno che fa da sfondo alla nostra civiltà in questo frangente storico. Ci si interroga, infatti, sul come sia possibile che ci si preoccupi di spendere molti più soldi per un indumento che rimane all’esterno della nostra persona rispetto a quelli spesi per qualcosa che diventa nostra materia e sostanza. Il mercato, insomma, ha posto e imposto le proprie regole e il consumatore non ha tempo, mezzi o voglia di intervenire, di prendere coscienza, di agire in ogni piccolo atto della quotidianità in maniera globale. Mangiare cibi di stagione, non pretendere uniformità dalla produzione, abituarsi a consumare meno ma meglio, assicurarsi che non ci sia sfruttamento umano dietro il cibo che si compra è condizione sufficiente e necessaria per creare i presupposti per un’agricoltura più sana e più socialmente giusta; assicurarsi insomma di non lasciarci cadaveri e deserti alle spalle è il senso degli interventi che si dovrebbero attuare, a livello individuale prima e collettivo poi.

Come si legge nell’articolo “la stessa “Fédération d Commerce e de la Distribution” si è trovata costretta in poche ore a cambiare strategia, passando dall’ostentata sicurezza del nulla di fatto all’allarmismo, con la denuncia del rischio di un “crollo nelle forniture dei prodotti alimentari di base del cinquanta per cento”, nonché di conseguenze occupazionali”. Alla conclusione dell’incontro ministeriale solo la metà delle occupazioni era terminata. Poi è arrivata la promessa del ministro dell’Agricoltura Barnier: “Generalizzeremo i controlli sui prezzi della grande distribuzione e sanzionerimo quando sarà il caso” - ha promesso - riconoscendo la “legittimità delle richieste contadine in materia di trasparenza sui costi” e annunciando un’apposita “brigata” governativa incaricata delle verifiche. Nei giorni successivi alla promessa governativa un’apparente calma è tornata a regnare nelle campagne francesi. Di nuovo, però, i sindacati hanno concesso un mese di tempo. Dinanzi all’assenza di risultati reali non mancheranno alla promessa di tornare all’azione.

In Francia le rivoluzioni cominciano dalle campagne, sebbene il fatto sia caduto nell’oblio storico, oscurato dalle vicende settecentesche di Parigi. Ed è la terra il simbolo proclamato della sua moderna nazione, contro le tentazioni “etniche” e contro l’identificazione “di sangue” che cementa l’unità tedesca al di là del Reno. Nulla di strano che siano stati proprio gli agricoltori il mese scorso a suonare la carica della protesta, svuotando gli scaffali dei supermercati cittadini. Proprio mentre la nuova manifestazione unitaria dei sindacati dell’industria e dei servizi registrava un relativo flop, la campagna sapeva far sentire la sua voce contro gli affaristi urbani dei prezzi alimentari. Con un miliardo di affamati nel mondo forse è il caso di prendere esempio da loro che di rivoluzioni ne sanno qualcosa.
di Ilvio Pannullo

Published by admin on 29 Jun 2009

Il tempo dell’energia rinnovabile


Dopo anni di lotta o di ridicolizzazione dell’energia rinnovabile, le enormi imprese petrolifere usano un nuovo approccio.
Una recente campagna pubblicitaria di ExxonMobil iniziava così: “Petrolio, gas, carbone, biodiesel, nucleare, vento, solare … per alimentare il futuro ci servono tutte loro”.
Non è la manovra inattesa dell’impresa della energia fossile padrona di Washington che ricevette sussidi e sgravi fiscali per decenni.
Quello che è sfortunato è che questo è l’esatto tipo di livello energetico che viene dalla Presidenza Obama e dalla maggioranza dei Democratici del Congresso.
In realtà è davvero fuori dalla retorica elettorale del 2008 di Obama dello scorso anno.
L’allora Sen. Obama dette a ogni risorsa energetica il suo dovuto, ma trascorse troppo tempo a spingere sul miraggio del “carbone pulito” e a riproporre il tema del nucleare.
Il problema è che tutte le fonti di energia non sono state create uguali per gli scopi dell’efficienza e del benessere dei consumatori, dei lavoratori, dello sviluppo e dei posteri.
Senza considerare la loro produzione di “BTU”, tipi diversi di energia producono livelli diversi di danni e benefici, a breve e a lungo termine.
Pensate all’energia atomica.
I finanzieri di Wall Street sono stati inflessibili per anni nel chiedere miliardi di $ per costruire un impianto nucleare singolo che avesse il 100% di garanzia del prestito del governo.
Una garanzia al 90% fatta dai contribuenti era rifiutata dagli operatori di Wall Street.
Vogliono una garanzia al 100% sull’impianto.
Il fisico ben noto e ambientalista Amory Lovins dibatte contro l’energia nucleare proprio sul terreno economico. Dice di non aver mai dovuto usare le questioni della sicurezza per raccomandarne il rifiuto. Non conosco nessun prominente dall’altra parte che voglia dibattere con lui. Se voi si, fatemelo sapere.
Ma le questioni sulla sicurezza intorno all’opzione nucleare non andranno via.
Neanche l’irrisolto magazzinaggio permanente delle scorie radioattive mortali, non i problemi della sicurezza nazionale, non il rischio di una fusione di classe 9 che contaminerebbe secondo la vecchia Atomic Energy Agency (del governo USA) un’area pari alla Pennsylvania che scomparirebbe.
Quindi, certo, c’è “la fonte” di energia mancante della pubblicità Exxon.
Questa è l’efficienza energetica.
Che riduce lo spreco.
Un migliaio di mega watt che non sprecate è un migliaio di mega watt che non dovete produrre.
Ciò vale per il non dover sprecare la benzina nel gozzoviglio di gas dei veicoli a motore.
Nulla compete con i saggi di resa della conservazione energetica che include il progetto e la costruzione di un motore e l’uso.
Ancora una volta e ancora non è in cima alla lista o in molte liste in molti casi.
Subito dopo ci sono le rinnovabili - vento, geotermico, acqua e tutte le meravigliose varietà del solare.
Pochi giorni fa, la Sustainable Energy Coalition ebbe il suo 12° Congresso annuale sulle energie rinnovabili e l’EXPO + Forum sull’efficienza energetica alla Cannon House Office Building della Camera dei Rappresentanti USA.
L’EXPO di quest’anno portò 50 affaristi, associazioni di commercio, agenzie governative e organizzazioni politiche no profit ad udire alcuni membri del Congresso a gratificarli e a conversare con i visitatori.
Io reputo gli oggetti e i loro espositori come specifici, esaurienti e apparentemente convinti del fatto che le rinnovabile sono finalmente, dopo vari inizi falliti, sulla strada irreversibile del mercato azionario più grande.
Non dipese solo dalle tecniche moderne e dai crediti fiscali che nutrirono il loro ottimismo.
Le rinnovabili sono estese in molti modi che le portano più vicine al livello del terreno di gioco dei “competitori” nucleari e dell’energia fossile viziati e molto sussidiati.
Più capitale di rischio, migliori crediti fiscali, sconti e varie proposte statali e locali esistono per facilitare i finanziamenti per gli utenti. Un incentivo esteso viene dal mio stato del Connecticut che offre un piano di leasing ad energia solare speciale ai proprietari di case.
I diritti del Nutmeg State portano “al contributo iniziale nazionale ai sostenitori dell’affitto del programma per l’energia solare residenziale”.
Troverete i dettagli visitando ctsolarlease.com o telefonando a 888-232-3477.
L’oggetto di questo editoriale è di chiedere la discriminazione seria dei nostri legislatori fra i differenti tipi di energia. Alcune sono chiaramente migliori di altre.
Dal governo federale o sotto a livello statale e locale, un approccio discriminatorio è un dovere se la conversione alle rinnovabili e alla conservazione dell’energia dai fossili e dal nucleare sta per accelerare.
Le lobbies della vecchia energia sono molto ostinate e hanno i loro ganci in troppi politici declamanti la linea del partito dell’ExxonMobil.
Ci sono molti più lavori nell’economia della nuova energia con molta più salute, efficienza, e benefici della sicurezza rispetto allo stare con gli idrocarburi e gli atomi radioattivi.
di Ralph Nader

Published by admin on 19 Jun 2009

La sinistra e, le televisioni di sinistra


Continuando con la serie “le mie opinioni politiche”, cosi’ imparate a non scagazzarmi la minchia con la politica in privato, ho deciso di scrivere cosa io pensi del problema del conflitto di interessi televisivo. Anche questa mia opinione NON piacera’ ai farlocchi.Prima devo fare una precisazione che mi preme: a Marzabotto ha perso la lista che ha il PD e l’ IDV nel simbolo, crollata attorno al 30%. Non ha vinto una lista esplicitamente di destra, ma una lista in polemica con quei due partiti, che ha raccolto il 60% dei voti (circa) presentandosi SENZA i simboli dei due partiti: l’ allergia della gente ai due simboli e’ il dato che mi preme e che mi premeva di sottolineare. Non ci saranno saluti fascisti nel sacrario, insomma: la gente ha sul culo il PD, ma non e’ diventata fascista. Semplicemente il PD non rappresenta piu’ la sinistra, ok? Adesso passiamo al resto.

Per prima cosa, occorre smontare l’assunto dominante, ovvero che vi sia una gigantesca anomalia nella proprieta’ di Fininvest. L’anomalia c’e’, ma non sta in fininvest. Vediamo il perche’.

Supponiamo di fare una legge contro il conflitto di interessi che vieti al premier in carica di ripresentarsi. Presto ci pensera’ la natura umana, vista la sua eta’, ma tant’e’. Di fatto, pensate che Mediaset diventera’ una copia di RAI3? Assolutamente no: in qualsiasi modo si ponga, si porra’ comunque a favorire il candidato di destra.

Cosi’, se supponiamo (anche se non credo) che il successore di Berlusconi sia Fini, avremo che Fini sara’ supportato dalle TV come Berlusconi, ma NON sara’ proprietario di Fininvest. Dunque, in teoria il conflitto di interessi dorebbe cedere. In realta’, si tratterebbe del medesimo rapporto clientelare: il partito ha compra propaganda e vende favori legislativi, l’azienda vende propaganda e compra favori legislativi.

Allora voi direte: ma tre TV sono troppe, bisogna spezzettare il monopolio mediaset. Bene. Dividiamo pure Mediaset in tre TV. Tutte e tre le TV saranno ancora di destra, e sosterranno ancora Fini. Il che modifichera’ di molto la situazione sul piano formale, ma non la cambiera’ sul piano sostanziale.

Allora voi direte: si’, ma sara’ sempre ingiusto perche’ la sinistra NON possiede TV, e in un mondo ideale le TV di stato sono neutrali ed equidistanti. Dunque, anche rendendo RAI neutrale ed equidistante, la destra avrebbe il vantaggio di tre TV che la sinistra non ha.

Bravi.

Avete indovinato il problema: il vero problema non e’ che tre TV siano di destra. Il problema e’ che zero TV siano di sinistra.

Puo’ sembrare un problema fittizio, ma non lo e’. La sinistra veniva da una vera e propria egemonia culturale, il che significa che godeva di una sovrabbondanza di contenuti, almeno per tutti gli anni ‘70, e buona parte degli anni ‘80, almeno sino alla prima meta’. Quindi, la prima anomalia e’: come e’ stato possibile che tale abbondanza di contenuti NON abbia occupato il media emergente di fine secolo, ovvero la TV? Perche’ la sinistra italiana ha perso il treno della TV?

La prima risposta e’ che le prime TV commerciali furono snobbate dagli intellettuali di sinistra. Esse venivano viste come una tv “bassa”, mentre la RAI , occupata dai partiti, era la TV “alta”, dove si decidevano i destini del paese. Berlusconi, cui una legge proibiva di trasmettere su scala nazionale , e doveva spedire via corriere delle videocassette da ripetere , regione per regione, era visto come un canale “commerciale”, come “sporco business”, da una sinistra per la quale tali parole erano ancora un marchio d’infamia.

Un’altra ragione e’ che i partiti pensavano (o si illudevano) che il loro possesso di RAI fosse inespugnabile, e che possedere RAI lottizzandola fosse sufficiente a competere. Il malcostume con il quale la RAI veniva regolarmente spartita (e il PCI partecipava regolarmente al banchetto, altro che questione morale) veniva vissuto come una garanzia: che cosa volete che sia questo newbie, pensavano, quando noi abbiamo la corazzata RAI con tutti gli assi di briscola e tutti (all’epoca, i soli) i giornalisti professionalmente preparati?

Il primo gigantesco errore della sinistra e’ stato, quindi, di sottovalutare la tv commerciale, con il solito snobismo. Essi non si aspettavano che, semplicemente offrendo piu’ soldi, Berlusconi avrebbe potuto togliere loro i professionisti. Quando Emilio Fede fu ostracizzato dalla TV di stato per via del suo vizio del gioco e i suoi debiti(1), si pensava che fosse finito. Berlusconi intui’ l’occasione, e pago’ i debiti a Fede e gli diede la possibilita’ di continuare. Ovviamente oggi Emilio Fede deve la vita, o quasi, a Silvio Berlusconi, e chi ha letto il De Bello Civico sa quanto un legame di gratitudine possa essere efficace in politica. Questa fu l’erosione che Mediaset pratico’ nei confronti delle professionalita’ di RAI quando passo’ da “Antenna Nord” ai primi network nazionali: Mediaset raccolse essenzialmente gli esclusi, gli ostracizzati e coloro che non avevano sufficienti raccomandazioni per entrare nel sistema partitico della RAI. In seguito, fu sufficiente il potere dei soldi per strappare persone a RAI. Ma tutto questo fu possibile perche’ nessuno aveva intuito le potenzialita’ della TV commerciale. (Tranne Berlusconi, si intende). A questo errore si aggiunse la presunzione di controllare l’informazione televisiva semplicemente lottizzando la RAI.

La domanda pero’ rimane aperta: acquisito che esista (o che sia esistita) una cultura di sinistra, e acquisito che il popolo della sinistra ammonti ad un bel po’ di milioni di persone, come mai c’e’ domanda per contenuti televisivi di sinistra, c’e’ offerta di contenuti “culturali” (la ex egemonia) ma non esiste una TV di sinistra?

I problemi sono diversi.

Il primo e’ che la cultura di sinistra e’ arrivata obsoleta agli anni ‘80. Essa era ancora tarata per un mondo nel quale la cultura si propaga nei libri, nelle scuole, nei giornali, al cinema, e con un certo successo (e questa fu l’unica novita’ che la sinistra seppe cavalcare) nella musica. La TV era vista come una versione catodica dei giornali, cioe’ un veicolo per la propaganda esplicita dei contenuti. Un semplice megafono: essa era vista semplicemente come sistema di broadcasting, e non come media.La visione che la sinistra aveva (ed ha tutt’ora) dei media e’ quella del primo novecento: un puro sistema di broadcasting.

Bisogna fare attenzione alla differenza: un sistema di broacasting e’ semplicemente un sistema che trasporta un messaggio. Nello stack ISO/OSI, saremmo al massimo a livello di trasporto. Un mass media e’ qualcosa che , nella semplice modalita’ con la quale propaga il messaggio, entra a far parte del contenuto. Prendere quanto ho scritto sull’ unita’ e farlo leggere a Bianca Berlinguer e’ broadcasting, ovvero usare la TV come stupido megafono in un comizio. Prendere il messaggio, trasformarlo in una trasmissione televisiva, abbellire la trasmissione con un format (che a sua volta e’ contenuto) , diventa media. Se io prendessi il messaggio del “Grande Fratello ” e lo scrivessi su un giornale, dovrei scrivere delle cose come “la gente piscia, mangia, caga, si fa la doccia , e scopa un sacco. Essere delle belle fighe paga, essere dei bei ragazzi paga, il resto e’ perdente. E’ bello farsi i cazzi altrui”. Creando il format, un simile contenuto (di per se’ inesistente sul piano dei media novecenteschi) diventa un programma intero.

La semplice verita’ e’ che la sinistra continua a dividere la cultura in contenuto e veicolo, e considera “veicolo” tutto cio’ che non e’ strettamente un contenuto. Dimenticando la struttura, detta anche format, ovvero cio’ che divide un sistema di trasporto dei dati da un layer semantico. Ed il punto e’ proprio questo: la cultura di sinistra in italia NON e’ riuscita a diventare televisiva perche’ era costruita per un sistema di media tipico del primo novecento.

Essa si adattava benissimo ai libri, ai giornali, al cinema, per certi versi alla radio, e ad ogni sistema di broadcasting “puro”. Ma la TV era qualcosa di troppo nuovo, e la cultura di sinistra non riusciva a trasformarsi. La necessita’ di passare dalla comunicazione basata sulla sintassi ad una comunicazione basata sull’espressione non fu percepita.

In altri paesi, pero’, questo e’ successo: nel caso inglese o americano, per dire, la trasformazione ebbe successo. Il motivo che impedi’ alla sinistra ialiana, che pure aveva i contenuti e aveva anche la domanda, di veicolarli verso la TV fu di ordine politico.

Il primo problema fu la lentezza con la quale la novita’ si propagava dentro il mondo di sinistra. Il mondo di sinistra accetta la novita’ solo quando e’ vecchia. Di primo acchito, esso teme la perturbazione degli equilibri esistenti, e si limita ad ignorarla o snobbarla. In secondo acchito, quando la novita’ viene usata dagli avversari, tende ad impossessarsene. E solo quando arriva una ulteriore novita’, la precedente novita’ diviene “digerita”, diviene “il nuovo” (ma sempre un passo indietro, cosi’ e’ un nuovo con l’estetica del retro’) . Con la TV questo lungo tempo di digestione non fu possibile, e la sinistra inizio’ a “comprendere” le potenzialita’ espressive del mezzo solo quando qualcuno altro aveva ormai riscritto il linguaggio della TV italiana in una lingua incapace di esprimere la cultura di sinistra.

Qui fu la prima pesante sconfitta della sinistra: quando decise di occuparsi seriamente della TV, con anni di ritardo, il linguaggio televisivo italiano era stato riscritto completamente. Non esistono, nel dizionario televisivo italiano, gli atomi sintattici necessari a veicolare un messaggio di sinistra: il linguaggio ,scritto da Berlusconi mentre i genii andavano a teatro, ne e’ privo. Niente come “diritti” o “sociale” e’ trasportabile dal linguaggio televisivo dominante, almeno non come messaggio dominante.

Il massimo che la sinistra possa utilizzare per trasportare i propri messaggi e’ il linguaggio del telegiornale , troppo sincopato e sintetico, e il messaggio della trasmissione di approfondimento, che non e’ sintetica ma viene limitata dalle esigenze di palinsesto e dalle interruzioni pubblicitarie.

Cosi’, il ritardo dovuto alla lentezza che la sinistra oppone alla novita’ fece si’ che la sinistra NON partecipo’ alla creazione del linguaggio televisivo italiano. E il risultato fu che oggi il linguaggio televisivo non contiene la grammatica ne’ il dizionario per propagare contenuti “di sinistra” che non siano telegiornali, dall’aspetto spesso obsoleto e dai toni risalenti agli anni ‘60, e qualche format di inchiesta, i cui obiettivi sono noti a priori al punto da far dubitare della veridicita’ delle fonti.

Il secondo problema che la sinistra ebbe nel produrre format televisivi e nel trasportare la propria cultura nelle TV fu la spaventosa mediocrita’ dei suoi “creativi”. All’interno del partito i creativi erano visti di cattivo occhio, considerati poco controllabili e relegati in un limbo disegnato dal mero ambito professionale: sei un regista figo e vengo ad applaudirti quando presenti un film, i tuoi film sono bellissimi nella misura in cui stanno sulla mia libreria, ma non ti concedero’ mai il diritto di inventare dei contenuti: solo di propagarli.

Il risultato e’ che i pochissimi registi di sinistra italiani non creano contenuti, ma si limitano a fare da ripetitori: il partito decide cosa dire, loro decidono come dirlo. Il risultato di tutto questo e’ una mediocrita’ assoluta, che appiattisce la cultura di sinistra alla cultura dei partiti di sinistra, ovvero la confina ai messaggi politici, e al massimo alle componenti sociologiche del messaggio politico. Il messaggio culturale in se’ non esiste piu’: cantautori, registi, e oggi anche gli scrittori si limitano a fare da tramite fra i messaggi del partito e l’utente, limitandosi a scegliere il linguaggio.

Poiche’ il messaggio televisivo puo’ avere effetti politici ma non puo’ avere contenuti esplicitamente partitici , e’ chiaro che la mera traduzione non funziona: ai “creativi” di sinistra viene chiesto di tradurre un messaggio che la TV non puo’ veicolare, ed e’ considerato fallimento dei creativi, ridotti a meri tecnici, se tale messaggio non trova spazio.Non ‘ loro consentito di creare, perche’ il partito non tollera iniziative fuori controllo.La competizione interna, peraltro, fa si’ che non solo il creativo sarebbe un pericolo se non si allinea al partito, ma diventa un pericolo se e’ in quota ad un funzionario E un altro funzionario, concorrente, teme la sua ascesa.

Il problema non e’ quello di trovare dei finanziatori, e neanche di trovare lo share: un 30% di elettori di sinistra desidera ascoltare contenuti di sinistra. Si tratterebbe di un mercato sicuro. Ma e’ la stuttura medesima della sinistra e della sua cultura ad impedire che una pazzesca domanda di contenuti si concretizzi in un canale che veicola contenuti.

Facciamo un esempio: se io voglio veicolare sui libri un messaggio, che so io antirazzista, devo solo scrivere un libro con un messaggio piu’ o meno evidente, e posso scrivere un libro come Radici. Se voglio farlo in TV, devo produrre qualcosa come Star Trek. Qual’e’ la differenza? La differenza sta nel fatto che “Radici” contiene una precisa e puntuale accusa al sistema del razzismo, e richiede esplicitamente una riflessione sul tema: leggere Radici permette , per via dei tempi della lettura, queste riflessioni. Portando Radici in TV , otterro’ al massimo un polpettone che risultera’ interessante all’inizio, quando mostra l’ Africa, e diventera’ noiosissimo da meta’ in poi. Diventera’ noiosissimo perche’ cambia il protagonista (Non piu’ Kunta Kinte), e questo in TV e’ MALE. Diventa noioso perche’ cambia troppo il contesto, e anche questo in TV e’ male. Diventa noioso perche’ il messaggio risulta ripetitivo ed esplicito, ed anche questo e’ male.

Diversa e’ la situazione di Star Trek (mi riferisco alla serie classica): un russo, un cinese, un americano, una donna africana , un alieno, uno scozzese, un irlandese, sono tutti insieme e lavorano normalmente. Punto. In TV la parte piu’ consistente del messaggio e’ lo sfondo: il messaggio politico passa come messaggio di fondo, oppure il programma diviene troppo didascalico e letterario.

Cosi’, supponiamo che io voglia creare una TV di sinistra in Italia, e che io abbia i soldi. Cosa mi condurrebbe al fallimento? vediamo.

1. Per prima cosa, diversi politici avanzerebbero precise richieste di inserire precisi messaggi. Non potrei semplicemente mandare in onda un telefilm come i Jefferson, per attenuare il fastidio del leghista verso le persone di colore. No: arriverebbe il politichetto della situazione, che pretenderebbe che la coppia attraversi un certo numero di episodi razzisti, in modo che ogni puntata sia emblematica. Il politico ha un messaggio politico, e pretende che esso sia veicolato esattamente con quelle parole, e che sia esplicito. Un telefilm che mostra semplicemente dei neri, un parvenue della lavanderia, una coppia mista di vicini di casa, una colf altrettanto di colore, sono un messaggio di sinistra. Ma non per il politico.La TV funziona mostrando le cose, e non spiegandole. In tutta la serie “I Jefferson” c’e’ solo UNA puntata ove il vicino porta George ad una riunione del KKK, il resto non riguarda temi razziali. Ma il telefilm in se’ e’ antirazzista: semplicemente, la TV mostra e non spiega. Il politico di sinistra, legato ad un modello obsoleto di media, che non capisce questa distinzione, mi chiederebbe di passare un messaggio puntuale: i miei personaggi dovrebbero passare il tempo a lottare contro il razzismo e le discriminazioni, in maniera esplicita, e al massimo dovrei fare una cosa come “Indovina chi viene a cena”. Ma non riuscirei a farci palinsesto perche’ quel film e’ UN film. Per accontentare i politici sarei costretto a produrre una fiction puntuale con contenuti dettagliati ed espliciti. Il polpettone che ne risulterebbe sarebbe didascalico, troppo didattico, pedante e in definitiva inguardabile. Non “sbagliato”: inadatto alla TV come media.
2. Il principio del mostrare anziche’ spiegare (come fanno libri e giornali) porrebbe immediatamente il problema della mediocrita’ dei “creativi”. Faccio un esempio: Berlusconi non ha mai dovuto proporre se’ medesimo come centro esplicito della propaganda culturale del suo partito. Egli ha semplicemente mostrato come esempio positivo persone appartenenti ad una classe che ha Berlusconi come estremo superiore, come massimo esponente, e non ha mai spiegato perche’ queste persone siano belle. In TV il solo fatto di essere attore protagonista e’ buono, non c’e’ bisogno di un apparato semantico complesso. Basta fare film come i polpettoni natalizi per creare un gretto e volgare riccone come messaggio positivo: non c’e’ bisogno di nient’altro. Il solo fatto di essere attori protagonisti li rende positivi. Ma il mediocre “creativo” di sinistra non e’ abituato a mostrare: anzi, la sua funzione e’ di spiegare il partito alla base. Poiche’ questa necessita’ uccide la creativita’, la sinistra ha evoluto una serie di “creativi” la cui creativita’ consiste nel trovare nuovi modi per dire quel che pensa il capo, dei traduttori, il cui compito era di spiegare. Cosi’, essi sono finiti nella mediocrita’ assoluta degli stereotipi e delle iperboli: un film come “Il diavolo veste prada” e’ un’immagine sin troppo eloquente dei mali della luxury economy. Ma se lo facessi in Italia in una TV di sinistra, dovrei trasformare la ragazza in una precaria, sottolineare che sia una precaria, usare un capo maschio e sessista, metterci dentro un politico malvagio, infilarci qualche modella anoressica che rischia la vita, e tutti gli stereotipi che necessitano al mediocre di sinistra per credersi originale ed incisivo. E ancora una volta avrei un film pedante, didascalico, eccessivo e troppo didattico.
3. Il controllo. Perche’ la mia TV sia considerata di sinistra, dovrei assumere le persone che la sinistra chiede: mentre Mediaset, con poche eccezioni, tende a fagocitare qualsiasi cosa (da Fazio ad Antonio Ricci, le Iene) inseguendo lo share, i politici di centrosinistra sono ossessionati dal controllo dei contenuti. Mentre una trasmissione come Striscia la Notizia non avrebbe alcuna possibilita’ di comparire , solo a proporre Le Iene otterrei il panico. Essi verrebbero classificati come “incontrollabili”, perche’ (come nel caso del test antidroga ai parlamentari) non sono prevedibili. Nemmeno Luttazzi, che spesso critica anche la sinistra, verrebbe tollerato: non per quello che dice, ma perche’ rifiuta accordi che prevedano il controllo su quello che dice. Berlusconi ha capito una cosa incredibile: il capo non deve apparire solo dominante, ma anche aperto alle critiche. Cosi’, se su Striscia la Notizia appare un servizio contro una giunta di centrodestra, per Berlusconi e’ valore aggiunto, perche’ attira sulla trasmissione anche share di centrosinistra. Una TV schierata politicamente ha DUE payoff: quando porta un messaggio politico “giusto”, essa guadagna in propaganda politica; quando trasporta un messaggio politicamente “contrario”, semplicemente guadagna share. Cosi’, l’uomo di sinistra guardera’ Striscia non appena ci sara’ qualcosa di compromettente contro una giunta di centrodestra, o contro un politico di centrodestra, e la TV guadagnera’ in share, oppure guadagnera’ in propaganda se si trasmette roba contro la sinistra. Il concetto e’ che si tratta di un equilibrio da raggiungere, mentre il politico di sinistra si aspetta che una TV di sinistra sia al 100% di sinistra, ed e’ terrorizzato di trovarsi nel mirino di gente come Greggio & co. Sono ancora abituati alla propaganda e la propaganda ha un solo colore.
4. La sinistra propaga idee tipiche degli anni ‘70. Non esiste una cultura di sinistra degli anni ‘80, ‘90, e cosi’ via, per la semplice ragione che i loro intellettuali sono icone, e come tutte le icone sono immobili. Essi continuano a fare e a dire le stesse cose che dicevano 40 anni fa, convinti che il significato di “cultura” sia costante nel tempo, ovvero che esista il punto assoluto della cultura. Ma nel mondo reale la cultura ha una storia, ovvero si modifica in continuazione, e richiede il requisito dell’attualita’. Se aprissi una TV di sinistra oggi, mi troverei con decine di “creativi” che inventerebbero “originalissimi” contenuti risalenti agli anni ‘70, cioe’ a 40 anni fa. Se nel mondo della cultura “classica” mezzo secolo e’ la differenza tra primo romanticismo e decadentismo, con l’accelerazione mediatica attuale sono un’era geologica. Che Guevara ha, mediaticamente, la stessa eta’ di Lucrezia Borgia: e’ un personaggio storico, come Giovanni delle Bande Nere o Muzio Scevola. Proporlo in TV e’ una catastrofe, a meno che non si faccia un film storico. Non che non possa avere dei fan, anche Ben Hur li ebbe. In una situazione simile mi troverei con gente come Moretti, che ripete da 40 anni la stessa solfa, senza rendersi conto che in 40 anni non solo e’ cambiata la cultura, ma e’ cambiata anche l’accezione del termine cultura, il che significa che la cultura di 40 anni fa e’ l’ignoranza di oggi. Una tale massa di creativi obsoleti, di innovatori che ripetono le stesse cose da 40 anni, non farebbe altro che produrre un ammasso di luoghi comuni stantii e stereotipi fuori moda, affossando lo share.

Quello che voglio dire e’ che non sara’ mai possibile, in Italia, uscire dalla attuale enpasse, perche’ se anche c’e’ spazio (o ci fosse) per una Tv schierata a sinistra, il massimo che potrei ottenere sarebbe una RAI3, cioe’ poco piu’ di una pravda passata per via di un tubo catodico, distante anni luce da una vera TV: se chiedete ad una persona di sinistra che cosa intenda per “cultura in TV” egli vi rispondera’ che vorrebbe piu’ documentari, piu’ servizi sul mondo, piu’ informazione, ma molto stranamente non riuscirebbe ad individuare qualcosa che veicoli messaggi di sinistra. Il fatto che Star Trek sia un telefilm essenzialmente di sinistra, o che lo siano “I Jefferson” per esempio, e’ completamente ignoto (o quasi) , per la semplice ragione che non veicola un preciso ed esplicito messaggio politico. Si limita a mostrare una societa’ multietnica, come Star Trek, o si limita a mostrare i neri aricchiti che vengono dal ghetto, come fanno i Jefferson, o i negri “upper class” come fanno i crosby, ma non contiene messaggi espliciti. Eppure, si tratta sicuramente di veicoli di un’idea di societa’ “color-agnostic”, cioe’ di sinistra. Ma questo e’ sullo sfondo, e nel mondo della propaganda lo sfondo e’ poco importante. In TV e’ il contrario.

Il fatto che la TV possa veicolare messaggi semplicemente mostrando e non sia obbligata a spiegare e’ il primo e principale messaggio incomprensibile per una cultura che pretende di essere didattica, educativa, anziche’ capire che la societa’ si puo’ trasformare agendo sulla normalita’ anziche’ sul cambiamento. Il goal principale della cultura veicolata dalla TV e’ quello di propagare una diversa idea di normalita’, anziche’ propagare l’idea di cambiamento. Se chiedete ad un individuo di sinistra che genere di messaggi la TV dovrebbe veicolare, nella stragrande maggioranza dei casi egli rispondera’ che deve parlare di cambiamento, per cambiare la societa’; chiunque si occupi di TV vi dira’ che il cambiamento non e’ un messaggio efficace quanto una diversa normalita’. Sul piano logico, la distinzione tra cambiamento e “diversa normalita’” ovviamente e’ nulla, ma non diviene nulla quando si trasporta nei media: una diversa normalita’ e’ lo sfondo dell’azione televisiva, mentre il cambiamento e’ l’oggetto della trasmissione.

Una trasmissione che parla di cambiamento puo’ essere solo una trasmissione incentrata sul cambiamento, che spiega il cambiamento. Una trasmissione basata su una diversa normalita’ usera’ un mondo diverso (cambiato) come sfondo, ma sopra ci potra’ mettere il contenuto che “buca il monitor”, sia esso comico, erotico, romantico, qualsiasi cosa. E questo ne aumenta l’efficacia.

Questo concetto pero’ e’ ignoto a partiti che vengono da una cultura rivoluzionaria: essi continuano, specialmente nelle ali estreme, a parlare di colpire il conformismo e la situazione attuale, ma in termini televisivi il conformismo e la situazione attuale sono lo sfondo di qualsiasi trasmissione, sono la scenografia, sono l’ambientazione. Non puoi colpirla o distruggerla. E queste ultime cose, cioe’ l’ambientazione e la scenografia, devono essere “invisibili” , altrimenti si ottiene un effetto estraneante: non possono essere protagoniste. Ma l’esigenza di tensione ideale richiesta dai partiti ideologici non puo’ tollerare una “diversa normalita’”, perche’ tale politica richiede una spinta rivoluzionaria, e quindi non tollera la normalita’ in quanto tale.

Eppure, mostrare una diversa normalita’ sullo sfondo di una trasmissione o di un film e’ l’ UNICO modo di veicolare l’idea di cambiamento usando la TV. Il cambiamento puo’ funzionare solo se la trasmissione parla di cambiamento per tutto il tempo, ma non puoi fare un palinsesto fatto solo di questo. Ci puoi fare un film, ma non una serie.

Le trasmissioni britanniche pro-gay non parlano di lotte per i diritti, e neanche di messaggi politici: si limitano ad essere delle commedie, o altro, che partono dall’assunto che esistano le coppie gay. Non hanno bisogno di spiegare perche’, ne’ di mostrare come: si limitano a mostrare la cosa come diversa normalita’, e non come cambiamento. E ovviamente, sopra ci costruiscono il divertimento, ovvero il prodotto fruibile che attira il consumatore. Sic et simpliciter. Ma questo sarebbe impossibile per un mondo gay come quello italiano, che rifiuta l’idea di normalita’ e si pone come antagonista insistendo sul cambiamento e sullo scontro con le convenzioni: un telefilm che mostri le convenzioni gia’ cambiate e ci faccia una commedia divertente sarebbe considerato “troppo leggero”, “poco impegnato”, e magari anche poco educativo. Stranamente, pero’, il side effect e’ esattamente la trasformazione della societa’ che si cerca.

La vecchia propaganda riteneva di ottenere come risultato , di cambiare la societa’, a seconda di quello che era il messaggio esplicito della propaganda. Al contrario, la TV trasforma la societa’ usando il contenuto implicito, cioe’ l’ambientazione: la componente importante del messaggio televisivo non e’ costituita dall’oggetto o dal protagonista, che sono una moda momentanea, ma dall’ambientazione che viene imitata dalla societa’ con delle modifiche che DIVENGONO DEFINITIVE.

La TV domina la moda del momento mediante i protagonisti, ma trasforma la societa’ mediante l’ambientazione, lo sfondo, ovvero modifica l’idea di normalita’.

In TV ogni cosa e’ esattamente cio’ che e’: di conseguenza, lo sfondo di una trasmissione tende a diventare lo sfondo della societa’, e l’idea di cambiamento diventera’ l’idea di cambiamento. Con il risultato che se vogliamo usare la TV per cambiare la normalita’ non dobbiamo agire sul protagonista del programma, ma sull’ambientazione, sulla coreografia. Ma per un partito che viene dal mondo della propaganda, ove succede esattamente il contrario, capire questo semplice concetto e’ impossibile.

Tutte queste incapacita’ e questi vecchi rituali spiegano quale sia il vero problema di Berlusconi: anche dopo la sua uscita di scena, se le sue TV rimanessero di destra, anche venendo divise in tre parti, il problema rimarrebbe invariato, e cioe’ che una cultura obsoleta risalente ai primi del novecento impedisce alla sinistra italiana di arrivare in TV con un messaggio globale. E’ possibile veicolare alcuni messaggi politici, ma non una visione dell’umanita’ o della societa’, perche’ non appena ci provano l’intento didattico rende inguardabili le trasmissioni.

Il problema non sono tre tv di destra, ma zero tv di sinistra.

Se anche tutte tre le TV della rai venissero colonizzate dalla sinistra, esse non potrebbero compensare le tre Tv di destra, anche dopo berlusconi, per la semplice ragione che la cultura di sinistra e’ inadatta al mezzo, e lo e’ perche’ essenzialmente una cultura adatta alla TV terrorizzerebbe i vertici, della sinistra, e perche’ andrebbe oltre le mediocri menti dei “ceativi” della sinistra, troppo abituati a fare da traduttori e maestri per essere inventivi, disabituati a creare il messaggio perche’ il messaggio lo creava il partito: otterrebbe al massimo dei polpettoni didattici e inguardabili.

E la prova sperimentale e’ che RAI3, anche nei periodi “migliori” della lottizzazione rossa, non ha MAI avuto share paragonabili alla dimensione del popolo di sinistra. Eppure, a rigor di logica, la domanda di contenuti di sinistra dovrebbe assomigliare alla quantita’ di elettori di sinistra, come succede negli altri paesi. Questo non e’ dovuto al fatto che RAI3 abbia fallito come contenuti: e’ semplicemente che fallisce come TV.

E quindi, non illudetevi: sinche’ i contenuti culturali della sinistra saranno espressi con questi fini pseudopedagogici, usando metodi e processi del secolo scorso, non sara’ possibile una TV di sinistra , per la semplice ragione che i metodi ed i processi di questa cultura la rendono inadatta al mezzo televisivo. E quindi ci sara’ un problema TV.

La cultura di sinistra, se non trova il modo di fare vero talent scouting, semplicemente non buca il monitor.

di Uriel

(1) Nel periodo piu’ democristiano un certo moralismo pervadeva la RAI. Frajese fu inviato a fare il corrispondente all’estero quando la moglie decise di darsi alla carriera di pornostar zoosex con il nome di Marina Lotar (divenne famosa per “Marina e la sua bestia”) , e lui (in quota alla DC) decise di divorziare. Se la testa del cavallo nel letto e’ un terrificante avvertimento mafioso, la minchia del cavallo va ben oltre. In ogni caso, questo fu sufficiente per provocarne il declassamento a inviato straniero, se non erro da Parigi.

Published by admin on 18 Jun 2009

La vittoria del partito che non c’è

Che cosa sia successo alle Europee è piuttosto chiaro: il Pdl e il Pd sono andati male entrambi, ma mentre il Pdl è arretrato solo rispetto alle politiche del 2008 (mentre ha guadagnato qualcosa rispetto alle Europee del 2004, e sta vincendo le amministrative), il Pd è franato sia rispetto alle politiche dell’anno scorso, sia rispetto alle precedenti Europee (-5%). In compenso l’alleato principale del Pd (l’Italia dei valori di Di Pietro) è cresciuto di più dell’alleato principale del Pdl (la Lega di Bossi). E’ come se si fossero intrecciati due match: uno scontro Berlusconi-Franceschini vinto nettamente da Berlusconi, e uno scontro Bossi-Di Pietro vinto da Di Pietro.
Se sommiamo i risultati dei protagonisti principali, infine, il verdetto diventa più nitido: fatta 100 la forza dei tre principali partiti di centro-destra (Forza Italia, An, Lega), la coalizione rivale formata dal Pd, dai radicali e dall’Italia dei valori valeva 95 nel 2004, valeva 82 nel 2008 e vale 80 oggi. Il ritmo di caduta medio del consenso è del 3,3% all’anno, il che - tradotto in voti - significa che i partiti di centro-sinistra che si candidano a governare l’Italia perdono circa 400 mila elettori all’anno, quasi 1000 voti al giorno.
Fin qui la parte immediatamente visibile del voto di domenica. C’è anche una parte nascosta, tuttavia, e forse è la più interessante. Per riconoscerla dobbiamo dimenticare le percentuali di voti validi, su cui si appuntano tutti i commenti, e concentrarci sul corpo elettorale, formato da circa 50 milioni di elettori. Ebbene, se ragioniamo su questa base possiamo notare alcuni fatti.

Il primo è che, nonostante i tentativi di rendere bipartitico il sistema elettorale, Pd e Pdl attirano al più 1 elettore su 2 (per l’esattezza il 54,7% del corpo elettorale nel 2008, e il 38,2% oggi). In concreto questo vuol dire che alle ultime Europee poco più di 1 elettore su 3 si è scomodato per andare a votare uno dei due partitoni, Pdl e Pd, che ambiscono a contendersi il governo del Paese. Per rendersi conto di quanto poco il sistema stia evolvendo in senso bipartitico basti pensare che 5 anni fa, quando ancora non era nato il Pdl e Forza Italia correva ancora da sola, le due liste principali messe insieme - ossia Forza Italia stessa e Uniti nell’Ulivo - raccoglievano già allora il 35% del corpo elettorale: insomma, nonostante la nascita del Pdl, il bipartitismo non è decollato, perché la fusione fra An e Forza Italia è stata cancellata dall’implosione del Pd.
La creazione dei due super-partiti Pd e Pdl, in compenso, ha avuto un interessante effetto anestetico, o di occultamento. Grazie alla confluenza di An e Margherita nei due partiti maggiori, ossia in Forza Italia e nei Ds, oggi è difficile accorgersi di quanto il consenso verso i due partiti leader sia sceso in basso. Ho provato a stimare quanto avrebbero raccolto Forza Italia e Ds se non si fossero presentati con le stampelle di An e Margherita, e il risultato è drammatico. Forza Italia raccoglierebbe il 22-23% dei voti validi, i Ds il 14-15%: in breve, Forza Italia starebbe appena al di sopra del suo minimo storico (il 21,1% della «discesa in campo», 1994), mentre i Ds starebbero addirittura al di sotto dei due minimi storici toccati nel 1992, ai tempi di Occhetto (16,1%), e nel 2001, ai tempi di Veltroni (l6,6%). Se oggi Berlusconi e Franceschini possono arrampicarsi sugli specchi, minimizzando la severità del verdetto elettorale, è anche perché nessun segnale univoco li avverte che le due ammiraglie storiche della seconda Repubblica - Forza Italia e Ds - si sono incagliate nelle secche.
Ma nelle secche di che cosa?
Nelle secche del nostro scontento, è ovvio. E qui sta l’ultimo dato invisibile delle elezioni Europee. In queste elezioni il primo partito non è stato il Pd, non è stato il Pdl, ma è stato il partito che non c’è, il partito che potremmo definire del «non voto volontario». Un partito certo eterogeneo, fatto di persone deluse, arrabbiate, stanche, ma tutte accomunate dal fatto che hanno scelto di non votare un partito vero e proprio. Persone che non sono andate a votare non perché non potevano, ma perché non volevano. Una stima molto prudente del loro numero, basata su un classico lavoro di Mannheimer e Sani (Il mercato elettorale, Il Mulino 1987), che giustamente ci ricordano che fra gli astenuti ci sono anziani e persone che materialmente non possono recarsi alle urne, suggerisce che il «non voto per scelta» possa coinvolgere oggi circa il 30% del corpo elettorale, ossia 15 milioni di persone: un numero mai così alto nella storia repubblicana, e che nessun partito, nemmeno la Dc di De Gasperi nel 1948, nemmeno il Pci nel 1984 (dopo i funerali di Berlinguer), nemmeno Forza Italia nel 2001 (ai tempi del «Contratto con gli italiani»), è stato finora in grado di raggiungere.
Adesso mi aspetto che i colleghi politologi mi spieghino che quella che è nata non è una nuova stella del firmamento politico, che il non voto è fisiologico in tutte le democrazie più moderne (Usa, Regno Unito, Svezia), che il partito del non voto non è un vero partito, perché ha dentro di sé troppe anime: ci sono gli ostili e i lontani, il disgusto e l’indignazione, la passione e l’apatia, l’opzione voice (protesta) e l’opzione exit (defezione), per usare le fortunate categorie di Albert Hirschman. Tutto giusto, ma il punto è un altro. Nel nostro sistema politico c’è chi pensa di avere un consenso popolare così ampio da esimerlo in qualche modo dal dovere del confronto con il Parlamento, con le forze sociali, con la macchina della giustizia. Ebbene, i dati ci dicono che - su 100 italiani - 22 hanno votato Pdl, circa 14 avrebbero votato Forza Italia se si fosse presentata da sola, e meno di 6 (sei) hanno espresso un voto di preferenza per Berlusconi. Fino a ieri si poteva (forse) obiettare che gli italiani che hanno votato per l’opposizione sono ancora di meno. Da oggi, mi pare, chiunque vorrà autoattribuirsi un mandato popolare dovrà fare i conti con le crude cifre del partito che non c’è.
di Luca Ricolfi -

Published by admin on 17 Jun 2009

La rivelazione del tesoriere Pd "in 5 anni ai partiti 941 milioni"

«Il tesoriere ha in mano i cordoni della borsa di un partito. Figura tradizionalmente oscura, un po` sinistra, al punto da passare per colui che manovra non solo i denari ma anche i segreti più turpi della politica». Tanto basterebbe a spiegare perché nessun tesoriere di partito abbia mai scritto un libro. Nessuno prima di Mauro Agostini, l`uomo che un anno e mezzo fa ha avuto (e ha tuttora) in mano i cordoni della borsa del Partito democratico: non si sa se per coraggio o incoscienza. Il suo libro, da cui sono tratte queste frasi, esce oggi in libreria, l`ha pubblicato Aliberti in una collana diretta da Pier Luigi Celli e si chiama semplicemente li tesoriere. Da un titolo così è lecito attendersi anche qualche considerazione numerica. Che infatti non manca. A cominciare dal calcolo minuzioso di quanti soldi pubblici, attraverso il meccanismo ipocrita dei cosiddetti rimborsi elettorali, sono entrati nelle tasche dei partiti italiani soltanto negli ultimi cinque anni, dal 2004 al 2008. Reggetevi forte: 941 milioni 446.og1 euro e 14 centesimi. Cifre senza eguali in Europa, se si eccettua, sostiene Agostini, la Germania. La ciccia, tuttavia, non è nei numeri. Il tesoriere sostiene che è necessario un sistema di finanziamento dei partiti «prevalentemente pubblico» senza più ipocrisie, ma con «forme di controllo incisive e penetranti» di natura «squisitamente pubblica» e il «vincolo esplicito» di una gestione sobria ed economica prevedendo anche «sanzioni reputazionali». Ma al tempo stesso non può non ripercorrere la storia dei ruvidi rapporti con i suoi colleghi dei Ds, Ugo Sposetti, e della Margherita, Luigi Lusi, i due partiti che hanno dato vita al Pd. «dl nuovo partito nasceva senza un euro. L`obiettivo, mai esplicitato, ma evidente in comportamenti (…) dei tesorieri Ds e Margherita era quello di dare vita a una sorta di triunvirato nella gestione delle risorse, di cui però i veri sovrani avrebbero dovuto essere Ugo Sposetti e Luigi Lusi, in quanto titolari dei rimborsi elettorali. Con le conseguenze facilmente immaginabili: quando le cose sarebbero andate secondo i desiderata dei due vecchi azionisti, i soldi sarebbero affluiti regolarmente, in caso contrario no. E evidente che la questione rivestiva un valore (…) squisitamente politico e di autonomia del nuovo partito». Una ricostruzione che indica senza mezzi termini fra le cause delle difficoltà interne del Pd la sopravvivenza dei vecchi apparati di partito, con le rispettive munizioni finanziarie. Agostini ricorda che i Ds avevano provveduto a blindare in fondazioni «con un percorso opaco» migliaia di immobili. E che il tesoriere della Margherita, Lusi, aveva dato sì la disponibilità a contribuire al Pd con i rimborsi elettorali. «a condizione che anche i Ds avessero fatto la loro parte, in ragione di quaranta a sessanta per cento». Ma «l`impossibilità dei Ds» a mettere mano al portafoglio motivata da quel partito con il forte indebitamento «assolveva tutti dall`obbligo politico di sostenere il Pd». Questa vicenda è chiaro sintomo di quella che Agostini definisce «un`ambiguità di fondo mai esplicitata ma che percorrerà il progetto sotto pelle in tutto il suo primo anno di vita e che rischia di essere anche la causa profonda della crisi che sfocia nelle dimissioni di Walter Veltroni». Ancora: «L`ispirazione sembra più quella di dare vita a una specie di consorzio odi holding i cui diritti principali restano in mano ai soci fondatori, piuttosto che fondare una nuova formazione politica». La notizia con la quale comincia Il tesoriere, e cioè che il Pd ha fatto certificare il bilancio 2008 dalla Price Waterhouse Coopers («la prima volta», rivendica con orgoglio Agostini, che un partito italiano sottopone i suoi conti a una verifica del genere), valga a questo punto come una consolazione. Perché se la diagnosi politica è giusta, la strada è ancora tutta in salita. Dettaglio non trascurabile: il libro viene presentato oggi dal segretario del Pd, Dario Franceschini.
di Sergio Rizzo

Published by admin on 16 Jun 2009

L’Europa deve cominciare a temere gli Stati Uniti

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La fuga di massa è iniziata. Dopo la clamorosa decisione del fondo governativo di Singapore, Temasek, di lasciare sul tappeto 4,6 dei 7,6 miliardi di dollari investiti pur di uscire dal colosso creditizio Bank of America, a sua volta “cavaliere bianco” di Merrill Lynch e la decisione del fondo sovrano di Abu Dhabi di convertire le obbligazioni di Barclays che possedeva e di liquidare in tempo reale le azioni ordinarie appena ottenute (costringendo Barclays a vendere a Blackrock il suo gioiello del fund management Bgi per 13 miliardi di dollari), ecco un’altra notizia che ci segnala come la terza ondata di crisi sia ben oltre la soglia di casa.

Due hedge fund che gestivano complessivamente 1,3 miliardi di dollari dei loro sottoscrittori hanno chiuso, dalla sera alla mattina: accadde così anche nel giugno di due anni fa, quando due fondi speculativi legati a Bear Stearns andarono a gambe all’aria dando il via alla crisi globale. Niente paura, era tutto previsto.

Non è un caso, infatti, che mentre i segnali che arrivano dal mercato segnano tempesta, qualcuno ricominci con le previsioni al rialzo e l’ottimismo a prezzo di saldo: Goldman Sachs, infatti, ha fissato a 85 dollari il prezzo che raggiungerà a breve il barile di petrolio. Lo scorso anno parlavano di quota 200 dollari e fallirono ma in parecchi fecero molti, molti soldi grazie alle montagne russe del greggio che schizzò a luglio a 147 dollari il barile dando vita a una danza dei futures mai vista. Questo nonostante non ci sia alcuna ripresa reale in corso per quanto riguarda economie e soprattutto industrie: il fabbisogno energetico della Cina è calato del 10% e sul mercato, anzi nei magazzini, ci sono 100 milioni di barili di greggio pronti alla consegna ma che non verranno consegnati. Se non riparte la crescita, nessuno ha bisogno di petrolio in più.

In Gran Bretagna, poi, la grave crisi in cui versa il governo dopo le elezioni locali ed europee sta affondando sia la Borsa che la sterlina, scaricata sia da investitori che da detentori di riserve: proprio ciò che la Bank of England temeva. Difficile dire come si potrà uscire da questa situazione, soprattutto perché la lista dei paesi in deflazione si allunga di giorno in giorno, impietosamente: Irlanda -3,5; Thailandia -3,3; Cina -1,5; Svizzera -0,8; Stati Uniti -0,7; Singapore -0,7; Taiwan -0,5; Belgio -0,4; Giappone -0,1; Svezia -0,1: Germania 0. Insomma, ogniqualvolta i mercati reagiscono in maniera positiva agli indicatori macro, allora è giunto il momento di preoccuparsi davvero.

Il fronte bancario, poi, continua a macinare perdite: ieri è stato il turno di Fortis, Ubs e Barclays, quest’ultima colpita da vendite a pioggia poiché la cessione di Bgi significa disperata necessità di capitalizzare dopo la fuga degli emiri. Una rights issue è esclusa dopo il colpaccio sull’azionario compiuto dai “salvatori” di Abu Dhabi, quindi si vende: certamente il Core Tier 1 della banca britannica, se la vendita andrà in porto, non dovrà più temere la prova del nove degli stress tests ma la sua operatività - e quindi redditività sui mercati - appare pressoché annullata.

Non va meglio negli Usa dove Citigroup e Bank of America perdevano il 3% già negli scambi pre-mercato: sarebbe interessante sapere se Barack Obama, dopo aver scorrazzato in giro per Europa e Medio Oriente, intende fare qualcosa visto che la ricetta Geithner appare del tutto incapace di risolvere la crisi strutturale delle banche Usa, potenzialmente insolventi dalla prima all’ultima. E anche la strategia industriale, ovvero la vendita di Chrysler a Fiat ieri ha subito una brusca frenata dopo che i fondi pensione dell’Indiana, investitori nel gigante fallito, hanno chiesto alla Corte Suprema di bloccare la cessione: se non si chiude entro il 15 giugno, il Lingotto ha il diritto di andarsene senza dover pagare né penali né altro.

Viene da chiedersi se questa amministrazione statunitense fosse proprio ciò di cui il mondo aveva bisogno in questo momento o se non sia altro che un fattore aggravante della crisi: se infatti in campagna elettorale Obama strillava contro speculatori e banche, ora appare silente sia verso i primi (basta vedere l’inspiegabile aumento del prezzo del petrolio a fronte di fondamentali che non lo giustificano assolutamente), che verso le seconde, ancora intente a raggranellare soldi in maniera random (ovvero senza una strategia, soprattutto di risanamento, precisa) e a distribuire bonus milionari a fronte di tagli di dividendi e cedole.

Questi solo alcuni dati, raccolti in un giorno in cui l’attenzione d’Europa era rivolta al rinnovo del Parlamento Europeo e alla conseguenze politiche nazionali di questo voto: siamo all’entropia. E non è per nulla un segnale incoraggiante. I politici, però, sembrano troppo impegnati in altre cose per occuparsene. Speriamo non sia davvero troppo tardi quando cambieranno idea.

di Mauro Bottarelli

Published by admin on 15 Jun 2009

"Agire subito" contro la politica sanitaria ed energetica promossa da Obama

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Il 24 marzo Lyndon LaRouche ha lanciato un appello urgente ai patrioti americani ad “agire subito” contro la politica sanitaria ed energetica promossa dall’amministrazione Obama, in particolare da Larry Summers, Peter Orszag e la cricca degli economisti comportamentali (vedi sotto). Nell’appello, l’economista e leader democratico fa riferimento alle sue previsioni economiche azzeccate, procedendo con un monito:

“La cosa più gentile che si può dire della politica adottata dal Presidente Obama è che essa è malvagia nelle intenzioni specificamente fasciste che esprime nella pratica, come nei casi della politica sanitaria e cosiddetta ‘ambientalista’, che sono essenzialmente la copia esatta della politica di Adolf Hitler, anche se potrebbero essere considerate errori onesti commessi da malati di mente. Se c’è da dire qualcos’altro sul tema, è che Obama ha subito il lavaggio del cervello dagli psicologi comportamentali che ha scelto come consiglieri economici. Se non verrà rimosso il lavaggio del cervello di costoro e dei loro complici nella grande finanza non c’è alcuna speranza per gli Stati Uniti e nemmeno per il resto del mondo quest’anno, a meno che non venga cambiata la politica dell’amministrazione Obama, nella direzione che ho indicato, e che non venga cambiata molto presto”.

“La vostra risposta ai miei moniti equivale dunque alla vostra scelta del vostro destino personale. Svegliatevi! Prima che sia troppo tardi”.

“È indicativo che il Presidente stesso abbia ammesso questo fatto, seppur solo implicitamente, nel modo in cui ha cercato di scusarsi del suo comportamento attuale. Dobbiamo sottolineare il fatto che ha adottato una copia carbone della politica sanitaria di Adolf Hitler, annunciata il 1 settembre 1939 e in seguito condannata come genocidio. Abbiamo gettato così tanti soldi nelle fogne di Londra e Wall Street, per rifinanziare dei finanzieri truffatori, che non è rimasto nulla, secondo Obama, per finanziare l’espansione della produzione o della sanità. Piuttosto che imporre un aumento dei tassi di mortalità della popolazione americana, avrebbe fatto bene ad annullare i pacchetti di salvataggio per questi truffatori internazionali, sottoponendo il sistema ad una riorganizzazione fallimentare. Avrebbe dovuto agire per aumentare la produttività dell’economia invece di distruggerla con la sua politica neomalthusiana e filo-genocida. La sua politica nella pratica è stata finora: gettare il bambino per salvare l’acqua sporca, sporchissima, della speculazione finanziaria!”

“Nel profferire le sue deboli scuse per aver saccheggiato il Tesoro alo scopo di ingrassare dei truffatori, il Presidente ci ha lasciati col fatto che l’unico modo per far sopravvivere gli Stati Uniti, due anni dopo la crisi del 25 luglio 2007, è quello di ribaltare la politica del salvataggio fraudolento di Wall Street e Londra, sottoponendo il sistema ad una riorganizzazione fallimentare, come quella da me proposta”.

“L’unica speranza per la Presidenza Obama è di voltare le spalle ai truffatori che hanno comprato la sua elezione; deve farlo per servire i cittadini degli Stati Uniti che hanno riposto fiducia in lui e che attualmente sta tradendo, ed a cui deve il mandato che ha ottenuto”.

Published by admin on 14 Jun 2009

Israele, la lobby Usa dei coloni

Come il re dei casinò californiani finanzia l’estensione degli insediamenti

Per scoprire quanto stabili e intimi siano i legami tra governo e coloni in Israele, bastava presenziare alla consegna dei Premi ‘Moskovitz’ per il Sionismo, il 22 maggio scorso a Gerusalemme. A dispetto delle richieste di Obama, che verranno sicuramente reiterate domani nel corso della sua visita al Cairo, il governo di Netanyahu ha annunciato l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Il perchè lo spiega la storica e profonda influenza esercitata dal partito dei coloni nella politica israeliana. Una contiguità, se non una compenetrazione vera e propria, ben palpabile nella cerimonia del 22 maggio.

‘Scarso aiuto alla pace’. A rivelare tali legami è Max Blumenthal, un giornalista ebreo statunitense, tanto acuto quanto ironico, detestato dalla comunità ebraica Usa per la sua critica feroce della destra ultraortodossa. Blumenthal è riuscito a farsi invitare alla cerimonia di premiazione del Premio Moskovitz per il Sionismo tenutosi una decina di giorni fa a Gerusalemme Est. Alcune migliaia di ebrei radicali si sono riuniti di fronte a un palco con mega-schermo montato (provocatoriamente?) a poche decine di metri dal quartiere di Silwan, dove le autorità municipali prevedono di demolire 88 case di cittadini palestinesi per costruire un parco tematico archeologico, espellendo quasi 1.500 residenti. Un’operazione definita eufemisticamente dal Segretario di Stato Usa Hillary Clinton ‘di scarso aiuto’ alla causa della pace.

Nomen omen, il premio Moskovitz è stato organizzato da Irvin Moskovitz, padrone della catena californiana di casinò ‘Hawaiian Gardes’. Denunciato più volte per lo sfruttamento di lavoratori irregolari, Moskovitz da anni convoglia milioni di dollari verso Israele per sostenere l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Solo chi si distingue per particolari meriti alla causa sionista viene insignito dell’omonimo premio. Moskovitz è ricordato da Blumenthal per la sua amicizia con il Primo ministro Netanyahu, convinto proprio da lui a costruire nel 1996 un’uscita del tunnel sotto la Spianata delle Moschee: tale decisione fu all’origine degli scontri che condussero alla Seconda Intifada. L’impronta di Moskovitz sulla terra ove sorgono i ’settlement’ dei coloni è però visibilmente impressa nell’espansione di Kiryat Arba, focolaio di estremismo ortodosso. A palesarne l’evidenza, il Premio Moskovitz 2009, attribuito, con i suoi bei 50 mila dollari, proprio al fondatore di Kiryat Arba, Noam Arnon. Dopo la consegna, il giornalista Blumenthal ha avvicinato il colono Arnon, che gli ha confessato la seguente verità: “Crediamo che gli arabi abbiano ormai preso il controllo dei media e degli umori internazionali, convincendo il mondo a credere che esista un popolo palestinese che merita un proprio Stato. E questo è totalmente falso”.

Premi Nobel e ministri. Il premio è stato consegnato da Robert John Aumann, premio Nobel per l’Economia nel 2a005 (per la Teoria dei giochi), alla presenza del ministro israeliano per le Infrastrutture, Uzi Landau. Aumann si oppose allo sgombero della Striscia di Gaza del 2005, definendolo un crimine contro le colonie di Gush Katif, nonché un serio pericolo per la sicurezza di Israele. Il docente utilizzò persino la sua Teoria dei giochi per giustificare l’occupazione dei Territori palestinesi. Prima della consegna del Nobel, una petizione di oltre mille firme era già stata inviata all’Accademia svedese per chiedere la cancellazione del Premio ad Aumann. Un collega canadese del giornalista statunitense, Jesse Rosenfeld, è riuscito a eludere la sicurezza e ha avvicinato il ministro delle Infrastrutture, mentre gigioneggiava tra la platea dei coloni. Gli ha chiesto che ne pensasse del richiamo di Obama alla necessità di congelare l’ampliamento degli insdediamenti. La risposta non lascia dubbi sulla posizione sua, del suo partito (Yisrael Beiteynu) e del suo governo: “Qualcuno dice che gli arabi possono costruire a destra e a manca e gli ebrei no. Questa posizione va rifiutata in toto”.

Da come Netanyahu riuscirà a tenersi in equilibrio tra gli ultra-ortodossi del partito Yisrael Beiteynu e gli appelli di Obama dipenderà non solo il futuro del suo governo ma anche quello dell”amicizia particolare’ tra Washington e Tel Aviv.

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